
(Premessa a posteriori: In questo Martirio di San Sebastiano della bottega di Ribera c'è già tutto, o quasi: la rappresentazione dello strazio inferto, la sofferenza di chi lo patisce, la professionalità indifferente di chi lo infligge, gli spettatori con le loro differenti reazioni, l'uomo che assiste, forse l'autore, che guarda fuori verso chi guarda il quadro, a scrutarne le reazioni, a invitarlo alla pietà o a sfidarlo, pietoso anche lui, e compiaciuto.)
... questa volontà di squadernare lo
strazio, di condividerlo in diretta, immediatamente, attraverso la (pretesa)
pura indicazione dell’immagine, senza la presunzione delle parole di nominare l’innominabile
e dare senso all’insensato; come se non solo prendere le immagini, metterle sul
proprio blog o su un sito un giornale o un libro senza aggiungere una sia pur
elementare didascalia, il nome comune o proprio, una data, un luogo, ma già
l’atto di fotografare, la decisione di farlo invece di non farlo, prendere
l’apparecchio, mettersi a una distanza, da un certo angolo ecc., non
comportasse di per sé una somma di mediazioni e scelte, alcune pure
razionalissime, almeno in apparenza, quasi a opporre il presente eterno carpito
dall’immagine all’eternità del passato che essa trasmette, e soprattutto a
quella fuori tempo, “vera”, della morte... tutto questo, non so, mi lascia
perplesso, diviso tra rabbia, per il ricatto, e partecipazione, al dolore, tra
disprezzo e pena... anche se questa stessa compresenza mi fa quasi subito
propendere per il primo termine, senza cancellare il secondo, e anzi proprio
perché, di fronte al secondo, sono indifeso, preso alla sprovvista,
vigliaccamente.
Detto questo, non mi soffermerò, come
faccio di solito, su ciò che vedo, su ciò che esso mi suscita o mi fa pensare.
Forse è meglio chiedersi che cosa voleva fare X. Y. (e tutti gli X.Y. del mondo) e cosa si
aspetta che noi facciamo davanti alla sequenza di foto di sua madre morente;
come spera (o pensa; o ha calcolato) che noi reagiamo: il tipo di emozioni che
l’opera (perché è questo, al di là di ogni intenzione e giustificazione, che l’immagine
diventa una volta resa pubblica, se non già una volta progettata e nel tempo
della sua realizzazione: il tempo lasciato al dolore perché il dramma, o
l’orrore, a seconda dei punti di vista, crescesse verso il climax, la sua
perfezione in qualche modo, il perfetto suggello che a posteriori sembrerebbe
dare un senso a tutto...) dovrebbe provocare secondo gli intendimenti
dell’autore (quindi alla base del suo gesto: quello cosciente almeno) e
nell’orizzonte che l’opera (il suo progetto interno: l’insieme dei percorsi che
da essa si dipartono per il semplice fatto che essa è come è) dispiega.
Come a perimetrare il territorio della
morte, a circoscriverlo, come se questo tracciasse in qualche modo una
barriera, difendesse dalla sua avanzata (o viceversa la difendesse da qualsiasi
intrusione estranea o contagio: come se fosse possibile: come se, da quando la
si è conosciuta, non si cercasse di fare altro).
Se è vero, come scrive S. Sontag in Davanti al dolore degli altri che “sin
dal 1839, quando furono inventate le macchine fotografiche, la fotografia ha
corteggiato la morte” (c’è da chiedersi come avrebbe potuto fare altrimenti,
dato che la morte è inscritta nell’atto stesso di fare una foto), è anche vero
che “l’immagine come shock e l’immagine come cliché rappresentano due facce
della stessa medaglia”. Ma ai redattori dei giornali, agli autori di
trasmissioni o di blog ecc., anche se hanno letto la Sontag (ma c’è da
dubitarne), l’hanno dimenticata o, più facilmente, se ne fregano: ai loro
destinatari non chiedono molto: solo l’arrendevolezza, il candore.
Il fatto che a essere fotografata sia la
madre dell’autore (figura alla quale peraltro negli ultimi tempi sono stati
dedicati anche non pochi libri: ci si attacca all’amore, all’amore che si
perde, invece che parlare del conflitto e dei tentativi di emancipazione con un
padre, che non c’è più, e ciò che esso rappresentava; un potere oggi tanto
pervasivo che non mette conto nemmeno di provare di combatterlo: in
sostituzione ci sono i nemici esterni, che ora ti “attaccano” all’interno:
facendo però meno morti di un normale weekend automobilistico, che invece non
fa paura a nessuno – perché è la fatalità, quello...), cambia qualcosa agli
occhi di chi guarda? La foto di un’altra persona nelle stesse situazioni e
condizioni avrebbe forse (o si presume, si calcola, che dovrebbe avere) un
diverso, e ovviamente minore, impatto? Cambia qualcosa rispetto alle migliaia
di immagini simili viste in altre fotografie, o in tv o al cinema? Fatto salvo
il dolore del figlio, che non voglio nemmeno mettere in discussione (semmai la
sua pubblica esibizione, anche se il movente potrebbe essere un commosso
omaggio, la fissazione di una memoria e insieme la pena – la penitenza –, di
tenere la ferita sempre aperta, di non volere che si rimargini, per non
sentirsi in colpa, e affranto, al solo pensiero che si possa rimarginare, che
pian piano il ricordo si affievolisca fino, un giorno o l’altro, per pochi
minuti o ore alla volta, a sfumare, e addirittura fino all’impensabile, ora, di
non farsi più sentire...), non potrebbe
sorgere il dubbio che, essendo esposto in primo piamo sulla scena (e
proprio per questo, al contempo, osceno), non sia tutto, appunto, inscenato?
Dubbio di atroce cinismo, del quale mi vergogno anche se non posso rinunciarvi
(la vergogna è l’effetto di questa impossibilità: ma è anche la vergogna per quella
che l’altro, l’autore, non prova), se non fosse speculare, almeno in parte, al
cinismo che già contiene e veicola l’immagine che ci viene mostrata, che ci
viene sbattuta in faccia, che ci viene sventolata davanti al fine di
sollecitare e smuovere ciò che di peggio, assieme, e forse anche di più, a ciò
che di meglio è in noi?
Sontag scrive, a proposito dei Disastri della guerra di Goya, che
costituirebbero un nuovo standard della sensibilità davanti al dolore, che il
“resoconto della crudeltà della guerra è costruito come un’aggressione alla
sensibilità dell’osservatore”. Non mostrano solo l’orrore e le conseguenze
della guerra; non li denunciano solo in vista di una presa di coscienze di un
rifiuto, ma si presentano anche, come faranno tante opere di “avanguardia” dal
‘900 a oggi, in un crescendo inarrestabile, una sfida: ce la fai a guardare?
sei così insensibile da tollerare tutto questo? E la risposta è no, all’inizio;
anzi: no, sì: perché la pulsione a guardare, magari solo sotto forma
dell’occhiata fuggevole, di sguincio, non si lascia sopprimere (e infatti è su
quella che fanno aggio gli artisti); ma infine diventa: sì, ce la faccio, ci ho
fatto il callo, e mi sento (o non mi sento) un po’ un animale per questo, senza
averne gli altri attributi: riconosco la parte di animale che è in me, non solo
negli istinti e nella carne, ma, qui, anche e soprattutto nell’indifferenza,
nel passare lo sguardo sopra la morte senza nemmeno vederla.
A ben poco serve che l’orrore, la sua
estremizzazione e l’implicita mozione degli affetti (bambini, madre) si risolva
immediatamente in retorica, in cliché appunto, con tutto che anche nel cliché è
sedimentata una parte di verità, che esso però copre o soffoca, cioè
neutralizza: esso risorge periodicamente, suscita qualche emozione, vera e al
contempo standard, e tanti saluti.
Allora qual è l’obiettivo di queste
operazioni? a cosa puntano? che pubblico vogliono colpire e quale poi effettivamente le guarda? Forse quelli che per
un attimo hanno dimenticato la consuetudine alla durezza e vogliono rifarsi una
verginità emotiva, che poi magari, sempre durante quello stesso istante,
effettivamente ritrovano, compiacendosi di esserne stati ancora una volta
capaci? Oppure uno spettatore avvezzo alle immagini shock che tende a trascurare,
se non a cancellare, la realtà fotografata, o la realtà tout court, in cerca di
chissà che altro (“documenti”, “bellezza”, “pezza d’appoggio” per questo o
quest’altro discorso ecc., la “semplice umanità” o la “nuda vita” o altro
ancora)?
Viceversa, ci sono però milioni, anzi
miliardi, di persone per cui la realtà, quella “vera”, continua a esserci,
anche quella immaginaria, religiosa: gente per la quale essa è più forte delle
immagini anche inventate che ad essa si riferirebbero e che appunto per questo
è facile confondere e sobillare perché scateni violenza, perché dia una scossa
alle cose, come reazione, pura affermazione di esistenza (la propria), anche
non avendo mai visto altrimenti, o del tutto, ciò contro cui protestano...
(appunto 2010, incompleto o forse no)