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18/01/25

Divorare

Essendo convinto animalista, ma non riuscendo a fare a meno della carne, per la quale nutro una vera passione, non mi è rimasta alternativa che mangiare quella degli antianimalisti, anche se poi non sono andato troppo per il sottile quando si è trattato di procurarmela. Mica potevo somministrare un questionario a tutti i papabili.

La passione per la carne me l’hanno inculcata da bambino, con mio sommo piacere, e questo ha creato una dipendenza che non sono mai stato in grado di sradicare; l’animalismo invece lo devo a una ragazza che frequentavo ogni tanto, in gran segreto perché era fidanzata con il rampollo di una famiglia molto in vista, poco dopo la laurea da spensierato fuoricorso. Mi piaceva tantissimo, fisicamente (l’amore è un’altra cosa, che però non conosco: mi fido di quanto riportano le cronache). Come si suol dire mi piaceva tanto che l’avrei sbranata. Lei non perdeva occasione per farmi la morale sulle mie abitudini alimentari, ogni volta che si mangiava qualcosa insieme o che si presentava la necessità di fare uno spuntino dopo aver consumato molte energie in attività gradevoli quanto dispendiose. Io ero renitente, ma lei sapeva usare tutte le astuzie femminili, acuite dalla sua propensione al proselitismo. Finché un giorno ho ceduto e mi sono deciso ad astenermi dal mangiare animali. Lei era così felice che si prodigava in forme sempre rinnovate di gratificazione, come insegnano gli etologi, per rafforzare le consuetudini comportamentali. Questo non ha fatto che accrescere la mia dipendenza da lei, la mia ossessione: avrei voluto averla sempre con me, dentro di me, e viceversa, avevo davvero voglia di sbranarla e un giorno, nella vecchia grande casa isolata che ho in campagna, al colmo dei nostri giochi, ho affondato i denti nella sua morbida carne (l’interno della coscia sinistra per la precisione, dato che mi trovavo da quelle parti), e ne ho staccato un pezzo che mi sono messo subito a masticare, sorpreso dal gusto strano, al limite del nauseabondo in principio, ma intensissimo, che me ne veniva. Lei si è messa a lanciare urla altissime, che in un primo momento ho scambiato per quelle, alquanto teatrali, che ogni tanto mi prodigava in situazioni analoghe. Allora io per farla tacere le ho messo una mano sulla bocca e quindi entrambe al collo, dato che si agitava come un’ossessa, finché non ho sentito più niente. Quando mi sono reso conto di quanto era successo, per un momento sono rimasto inebetito, poi, già che c’ero, ne ho approfittato per completare il soddisfacimento della mia fame. Tutto è cominciato così. In modo non premeditato. Direi quasi spontaneo. Naturale. Tanto che sono rimasto, alla fine, quasi stordito dalla sua facilità.
Poi, sazio, ho potuto riflettere con calma sulla situazione e prendere le decisioni più opportune onde evitare sgradevoli conseguenze per me e gestire tutto quel ben di Dio che senza volerlo mi ero trovato a disposizione.

La sparizione della ragazza è stata avvertita solo qualche settimana dopo; lo faceva spesso di viaggiare per conto suo senza preavviso, e c’era chi mormorava che avesse qualche amante, e naturalmente hanno pensato subito al fidanzato, di solito sono sempre loro, ma nessuno era mai andato più a fondo. La sua famiglia, molto abbiente, e quella del fidanzato, ancora di più, riservatissime entrambe, scoraggiavano pettegolezzi e indagini. Come gestivano la propria vita erano solo affari loro.

All’epoca non si erano ancora diffusi gli smartphone, e anche i semplici cellulari erano rari. I sistemi di videosorveglianza erano poco diffusi e la geolocalizzazione inesistente. Io il cellulare me lo sono acquistato, e solo per affari, non prima del nuovo secolo. Sono state fatte delle indagini, ma senza venire a capo di nulla. L’ipotesi più accreditata è stata che fosse andata in qualche setta, di quelle a metà tra il mistico e il gaudente che cominciavano a proliferare allora. Poi non so, me ne sono disinteressato.

Questo però mi è servito da lezione quando si è trattato poi di procurarmi altra carne con maggior ponderazione. Ho dovuto curare modi, tempi e scelta dei soggetti e dei luoghi di operazione. Diventare accorto, da spregiudicato e disinvolto che sono sempre stato. Trasformazione che giovato anche alla mia attività. Basta deleghe: ho licenziato direttore e amministratore delegato della ditta di famiglia di cui ero rimasto l’unico erede e ho preso in mano la situazione in prima persona. Con crescita significativa dei profitti, dirò senza troppo vantarmi. Ma questo non c’entra.

Torniamo al cibo. In quella prima circostanza mi sono arrangiato alla benemeglio. Ho dissezionato il corpo con deplorevole approssimazione, ho distribuito in contenitori e sacchetti di plastica i vari tagli dopo averli lasciati qualche tempo nel fresco della cantina a frollare, e poi ho messo tutto nel freezer che avevo in dispensa, servendomi all’occorrenza di piccole o grandi porzioni che provavo a cucinare sperimentando varie cotture, ma senza disdegnare spuntini di carne cruda. Con grandissima soddisfazione, sia pure con qualche effetto sulla digestione e l’evacuazione nei primi tempi. Ma passiamo. Ci si abitua a tutto, le difficoltà si superano, i piaceri aumentano.

 

Quando le scorte hanno cominciato a esaurirsi, dopo aver pensato di non dare seguito all’esperienza, come periodicamente ho provato a fare nel corso degli anni, con pause anche lunghe, ho dovuto pensare a come rimpinguarle, questa volta senza lasciare nulla al caso. Così ho imbastito un metodo che ho poi perfezionato con la pratica. In primo luogo si tratta di individuare i soggetti più idonei, cercando di variare la provenienza geografica e culturale e le diverse età e conformazioni fisiche: non sono differenze sostanziali, un corpo è un corpo, ma come sanno tutti i sommelier, il terreno, il clima, il soleggiamento ecc. determinano profumi, sapori, gusti diversi per ogni zona e annata, a parte l’arte della vinificazione: ogni bottiglia è un mondo a sé… e così è anche per la carne: un criterio decisivo per la scelta, almeno dal punto di vista teorico. Poi però mi arrangio come posso, senza fare il sofistico. Sono democratico. Vanno bene tutti. Infine si tratta di decidere quali sono le parti migliori per determinati trattamenti e modi di cucinare (cottura, bollito, frittura ecc.) e di sperimentare anche i metodi di conservazione, con i quali ho incontrato qualche difficoltà, risolta con grandi scorpacciate non appena mi accorgevo che il materiale rischiava di andare a male. Meglio qualche indigestione che sprechi antieconomici, anche in considerazione delle difficoltà di approvvigionamento. Quanto allo stoccaggio, dei grandi freezer sono certamente indicati per il lungo termine, ma se si decide per consumi differenziati nel tempo e nei modi bisogna studiare le temperature e gli ambienti più idonei al trattamento e all’invecchiamento delle carni, sotto sale, marinate, fresche o stagionate secondi vari metodi tradizionali e etnici, che tuttavia comportano dei problemi nel trasporto, e aumento dei rischi, oltre che dei costi nell’acquisto e nell’approntamento dei locali. Per cui sarebbe opportuna una diversificazione dei produttori con relativi scambi dei prodotti semilavorati o finiti. Di fatto è consigliabile che ognuno provi a cavarsela per conto proprio, specializzandosi in poche tipologie relativamente all’autoconsumo e alle possibilità di scambio o commercio, che per discutibili ragioni non può avvenire alla luce del giorno, nelle macellerie cittadine o nei mercati specializzati (ma lì qualche nicchia si riesce a crearla, purché i prodotti non finiscano sul banco).

Poi, naturalmente, siccome non basta aver studiato bene tipologie o candidati, una volta procurata la materia prima è necessario lavorarla secondo i tagli canonici dell’arte della macelleria, destinare le singole parti e organi alla preparazione più adeguata e saporita, fare le porzioni e predisporre quanto serve a cucinare le diverse pietanze, anche a seconda della destinazione concreta: colazione, stuzzichino, pranzo spartano, grande bouffe, in solitudine, o nei rari casi di riunioni conviviali e festini tra gourmet, che, come ho scoperto nel tempo, è possibile organizzare in canali segreti e ultraprotetti, in cerchie ristrette ma più numerose di quanto si sospetti. L’attività individuale è sempre altamente preferibile e io personalmente mi sono concesso solo rare deroghe con tutte le garanzie del caso. La convivialità è importante.

L’acquisizione dei soggetti avviene essenzialmente in due modi: o ciascuno se li procaccia di persona o ricorre a quanto offerto dal mercato, assoldando qualcuno che li procuri per lui, o acquistando negli empori segreti: cose entrambe complicate, specie negli ultimi anni che la privacy tanto conclamata viene violata sistematicamente e la sorveglianza di tutti e di tutto sembra continua e capillare. Sembra: perché il modo di aggirarla si trova sempre, con un po’ di intelligenza e un generoso esborso di danaro. Poi va be’, una volta entrati in possesso dei corpi, se si intende fare bene le cose, è opportuno dotarsi della strumentazione di prammatica, e magari informarsi sulle tradizioni della macelleria sacra e profana, sui rituali e le procedure di taglio e preparazione delle carni, che in genere hanno un loro senso anche a prescindere dalle credenze che le accompagnano, e che a volte mi diverto a seguire, recitando le formule appropriate o canticchiando qualche nenia, perché un loro arcaico fascino evocativo è indubbio che lo conservano. Ti senti più elevato, spirituale, almeno per un po’. Non è male. Aiuta.

 

Nella scelta e nell’approccio ai soggetti, mi aiuta il fatto di essere una persona piuttosto gradevole, affascinante e rassicurante, in modo spontaneo e per nulla mellifluo, e devo dire per entrambi i sessi e per tutte le età, anche se questo non deve indurmi a comportamenti azzardati. Meglio eccedere in prudenza che correre rischi superflui e in linea di massima rifornirsi su territori molto ampi e usando auto diverse e anonime, con piccoli camuffamenti in certi casi, scegliendo tra le categorie più facilmente abbordabili in luoghi isolati: prostitut* di entrambi i sessi, bambini, vecchi, per chi ama la carne stagionata e vuole misurarsi in prove che richiedono particolari abilità culinarie; insomma tutte le persone delle cui debolezze è facile approfittare o che comunque è agevole reperire senza eccessivi strascichi dovuti alla loro sparizione. Gente debole, solitaria, senza affetti né forze, di cui nessuno sente la mancanza già in vita.

Il problema è che questo mi costringe a muovermi in un’area territoriale molto estesa, contrariamente alle mie propensioni localistiche, con conseguenti difficoltà di trasporto e di logistica… tutte cose superabili con una certa attenzione e soprattutto con un po’ di mezzi, di cui fortunatamente sono ben fornito. Il capitale è sempre una buona base per tutto. La creazione di una rete di interessi reciproci facilita lo scambio dei beni e dei servizi: container via mare o su rotaie, camion con celle frigorifere, finte società, gente specializzata in trasporti delicati… basta non approfittarsene e non abbassare mai gli standard di prudenza e adottare per comunicare crittazioni sofisticate. Cose noiose per il grande pubblico, ma eccitanti, a modo loro, per chi vi si applica con lucida determinazione per il proprio piacere e tornaconto, in modo rigoroso ma anche flessibile a seconda delle circostanze e dei momenti. Un pizzico di avventura non guasta. C’è da dire che non è necessario infittire le operazioni, perché una volta che ci si è assicurati due o tre soggetti, la materia prima è sufficiente per vari mesi, a meno di non lanciarsi in periodiche abbuffate individuali o con i già citati banchetti riservati a cui ho sempre cercato di partecipare da invitato, ma non sempre ho potuto evitare di ricambiare. A volte infatti mi capita di fare banchetti solitari pantagruelici, preso dalla frenesia, dalla droga di questo cibo così inebriante che può certamente creare una dipendenza, da cui cerco però di difendermi con fermezza, pur concedendomi periodici sconfinamenti, come i morfinomani del weekend di fine ottocento. Ne viene un sentimento di forza, di onnipotenza da cui è arduo divincolarsi, ma che appunto per questo deve essere dosato con parsimonia quando vi si acconsente e per il resto frenato in modo risoluto. Se no uno non smetterebbe mai, fino a diventare una palla di grasso amorfa con il naso gocciolante e la bava perenne agli angoli della bocca. Mi piace tutto: muscolo, interiora, cervello, il cuore, i reni, spalla e coscia per i bolliti o brasati, le carni morbide di bambini non ancora svezzati o svezzati da pochissimo facilmente reperibili nei paesi molto poveri o scarsamente morali… oppure dure, fibrose, che necessitano di lunghe frollature e cotture, o di complicate operazioni di salatura o di essicazione o marinatura…. I metodi di dissanguamento, di dissezione e conservazione e gli usi dei vari popoli sono stati una scoperta che ha ampliato di molto il mio bagaglio culturale e i miei confini mentali, che, a dispetto delle mie convinzioni, si sono rivelati di sconfortante ristrettezza e provincialismo. Anche la preparazione dei manicaretti deve essere quella più adatta ai tagli e alla provenienza: una certa liturgia a volte porta a grandi soddisfazioni, per quanto lo sbranamento feroce diretto possa risultare estasiante ai limiti della follia. Niente a che fare con trasporti religiosi però. Solo chimica, ma potentissima, per me. Che altro c’è?

 

I momenti più belli sono quando, una volta acquisito il corpo (sui cui metodi in questa occasione non intendo entrare nei dettagli, non è difficile immaginarli; dirò solo che il soffocamento resta il mio preferito: è il più igienico; così come non mi dilungherò sul noioso ma fondamentale corollario dello smaltimento di carcasse e organi e parti non edibili, abiti e documenti e cellulari… per cui ho elaborato tutta una serie di ingegnose quanto faticose procedure che tuttavia, lo confesso, sono state anche fonti di soddisfazioni professionali) e ripulito e disinfettato accuratamente ogni cosa e locale, indosso il camice o il grembiule e mi appresto a cucinare. Disposte attorno alle pentole come tanti chierichetti tutte le sostanze sul piano di lavoro, le verdure che sono andato ad acquistare al mercato il mattino o nei negozi dove posso trovare i prodotti migliori, i vini, l’olio, le spezie, ciascuna nella sua ciotolina, finalmente posso dedicarmi al cerimoniale della cottura, curando minuziosamente ogni passaggio, dalla regolazione dei fuochi al dosaggio dei liquidi e degli ingredienti, agli assaggi, e a tutti gli aggiustamenti che conducano al confezionamento di piatti perfetti. Sarò un sognatore, ma sono momenti in cui mi sento, in tutto e per tutto, un artista. Come se solo allora portassi a compimento il mio essere profondo.

Sono ore di grande gioia in sé e per sé, a cui si aggiunge la prefigurazione dei momenti futuri in cui, senza altri sforzi, potrò dilettarmi di tutte quelle leccornie che mi portano così spesso alle soglie dell’estasi, se non oltre, fuori da me stesso pur essendo in quei momenti più me stesso che mai, attraverso il processo di introiezione e assimilazione di qualcosa che pur essendo solo fisico, diventa anche spirito … perché di fronte a ciò che venuto da fuori si rielabora e trasmuta nel lavoro e nel consumo, si instaura una certa forma di sacralità, un rispetto… per cui a volte gli stessi preparativi diventano una forma di preghiera: quel ronron di invocazione, e di offerta, di invocazione di perdono e insieme di ringraziamento che riassume il termine preghiera, quell’intimità a se stessi che è intimità a ciò che si sta incorporando… soprattutto quando si è soli, mentre quando si è in gruppo è facile che l’entusiasmo si trasformi di orgia, uno spossessamento tutto e solo terreno, una celebrazione della materia al suo massimo grado, che è stata vivente e torna a essere viva nel momento viene a vivificare i nostri corpi.

Alcuni condiscono questa pratica con una serie di implicazioni, simboli e frenesie fisiche e mentali derivate da convinzioni e superstizioni religiose, misticismi e patologie psichiche, o procurati da sostanze varie e da autosuggestione. Tutte cose che non mi fanno caldo né freddo, esclusi rari casi in cui mi lascio contaminare da questo disordine e mi scateno anch’io: ma è più per gioco, perché dà piacere e gioia, e in fondo è utilitaristico, come lo sarebbe anche senza tutti questi ricami. Io sono sempre stato e resterò, fin che possibile, razionale. Niente aloni fantasiosi. Niente miti. Solo cose basilari: fame, cibo, gusto, sapore, godimento, acquisto, perdita, energia, dispendio. Sono un uomo ordinario, che ama la routine operosa, nella quale rientra ovviamente quanto richiesto dalla necessità di procurarmi il cibo preferito. Per il resto niente mi distingue dal classico ingegnere, competente, amabile, efficiente e generoso con i pochi conoscenti e i molti dipendenti. Solo un po’ distaccato. Un po’ solitario, perché siccome il lavoro mi porta a contatto con molta gente, per il resto preferisco non averla tra i piedi. Consuetudine che peraltro ha contribuito a non creare sospetti sui miei comportamenti. Nessuno ha mai avuto niente da ridire, che io sappia.

E così mi auguro di poter continuare ancora a lungo.

Quando sarò stanco di vivere, o penserò che sia venuto il mio momento, convocherò tutti gli amici più cari, i sodali di tanti incontri, scambi e banchetti e mi offrirò loro in pasto. Non per espiazione, ma come forma di restituzione, certo non ebbra, serena se non proprio gioiosa, nella logica che meglio conosco: quella del dono, quale ogni pasto è stato per me. Saranno loro a decidere come, senza possibilmente farmi troppo soffrire, a meno che non si concordi tutti assieme una specie di cerimonia di chiusura, come quelle che concludono i convegni o le grandi rassegne sportive, per definire ogni dettaglio delle procedure, in modo che trovino il massimo gradimento possibile, e anche qualche pianto, perché no?, un po’ di sentimentalismo ce lo si può concedere in queste circostanze, e persino del dolore, che è parte del piacere, e può essere piacere a sua volta… e che per me sia il definitivo rito di passaggio, una sorta di assunzione in cielo, di profana santificazione. Senza falsa modestia, credo di meritarmelo.

 


 

 

 

 

 

 

09/08/24

La notte di Bateer


Mi bruciava ancora gli occhi la luce blu che avevo fissato per tutta la sera per non guardare la fila delle bottiglie sottostante e, dietro, fatta a pezzi nello specchio, la mia faccia. All’uscita dal locale la luce, che sfumava al rosa verso i margini, si era ristretta a una lama che mi tagliava le pupille, dividendo il mondo in due piani sovrapposti, che a causa sua non riuscivano a coincidere esattamente come avrebbero dovuto. Le due metà vivevano ciascuna per conto proprio, come se non avessero mai avuto niente in comune, e io spostavo l’attenzione dall’una all’altra senza nemmeno pensare alla possibilità di fare qualcosa per colmare lo spazio che le separava e ricostruire in modo plausibile la striscia slabbrata che la lama aveva inciso e rimosso; per suturare la ferita, che peraltro non percepivo come tale.

Mi muovevo spostando l’attenzione dall’universo di sopra, che mi sembrava più interessante, a quello di sotto solo quando un piede incontrava un ostacolo o poggiava male sul selciato sconnesso. Vedevo le persone senza testa, al contrario di ciò che accade di solito quando, a causa della mia altezza e dato che cammino guardando sempre fisso davanti a me, senza chinare il capo o prestare attenzione a ciò che mi sfila accanto, scorgo solo frammenti di teste: capelli, una fronte, a volte due occhi e solo raramente il cranio intero. Ieri sera, invece, non vedevo niente: le teste erano tutte scomparse, la luce blu le aveva ghigliottinate, inghiottite nel suo buio.

Ogni tanto incocciavo in qualche corpo che non riusciva a evitarmi, ingannato dai miei movimenti incerti, persi più in alto, forse ondeggianti per l’alcol. Allora allungavo le mani alla cieca e spingevo violentemente da parte, contro il muro o un’auto parcheggiata sul marciapiede, il malcapitato, che non reagiva e, presumo, se la filava velocemente imprecando dentro di sé. Di solito mi muovo lentamente, in linea retta, e ci pensa la gente a scansarsi, anche nei luoghi più affollati e a costo di urtare qualcun altro. Sono grosso e non ho l’aria conciliante, come ha provato a dirmi una volta, con parole sue, un tizio, prima che un ceffone lo facesse volare di traverso. Ho la faccia spigolosa, scura anche di pelle. Vesto come vesto, con quello che ho raccattato o che mi è rimasto dai tempi passati, e non mi lavo spesso. Dove dormo da qualche tempo, non c’è acqua corrente e non sempre ho i soldi per un bagno. E quando ne ho preferisco usarli per altro, più urgente o importante.

Vedevo la strada poco trafficata allungarsi verso una piccola nube gialla in fondo e, ai lati, file di auto parcheggiate e alcune chiome di alberi senza tronco. Ho camminato così per un’ora, con lo sguardo concentrato sulla nube come in attesa che si diradasse rivelando che cosa nascondeva, ma la strada non sembrava finire né la nube diradarsi o avvicinarsi. Sentivo le gambe stanche e la bocca secca, la laringe insabbiata su fino all’attaccatura del naso, quasi che una piccola galleria le collegasse, una galleria appena scavata, con i bordi ancora arroventati dall’attrito della trivella. Quando, qualche metro più avanti, ho scorto una figura uscire da un’auto lasciata accesa in seconda fila per entrare in una tabaccheria sulla destra, senza pensarci ho raggiunto di corsa la portiera, l’ho aperta, ho ingranato la marcia e sono filato via.

Della donna mi sono accorto dopo, quando doveva gridare già da un bel po’, concentrato com’ero a lanciare la vettura a tutta velocità e con la musica dello stereo a pieno volume, robaccia americana con un tizio incazzato che, lui pure, urlava piuttosto convinto la sua, non so cosa: certamente una di quelle che i neri americani si fanno un punto d’onore di non sopportare e che a me non interessano affatto. Neri e americani sono e neri e americani restano.

Ho rallentato, ho spento lo stereo e ho guardato la donna, che di colpo ha smesso di starnazzare e si è convertita a un lamento sommesso, farfugliando solo « Per pietà… per pietà…» ogni volta che piegavo il capo verso di lei. Allora ho frenato e le ho fatto segno di scendere, ma lei ha ripreso ad agitarsi, a chiamare aiuto, e quando mi sono chinato per aprire la portiera dalla sua parte ha pure accennato a graffiarmi, ragion per cui non mi sono fatto scrupoli a afferrarle un braccio e a scaraventarla fuori, con la sua borsetta stretta al ventre per proteggerlo. O per proteggere la borsetta. Nessuno dei due mi interessava.

Avevo già i miei problemi a districarmi nel traffico, anche se rado, per via della lama negli occhi che mi obbligava a guardare lontano o troppo vicino. Dovevo alzare il capo, con la testa schiacciata contro il soffitto, e concentrarmi sullo spazio di sotto se volevo vedere per intero almeno l’auto davanti a me, ma così perdevo di vista la strada. Per un po’ mi sono limitato a seguire l’auto, andando dritto quando andava dritto, curvando se curvava. Poi ho tastato a fianco del sedile in cerca della leva per spostarlo, in modo da allungarmi e assumere una posizione più comoda, ed è stato proprio allora che l’auto davanti a me ha rallentato all’improvviso e io le sono finito addosso.

L’auto, grossa e robusta, ha sbandato per qualche metro ma l’uomo alla guida è riuscito a frenare mettendola un po’ di traverso senza urtare nessun’altra vettura, quindi è sceso scagliandosi come una furia verso la mia, che per la botta si era fermata. Ha aperto la mia portiera e ha preso a insultarmi ancor prima di vedermi. E io, prima ancora di capire una sola parola, gli ho dato un pugno che l’ha steso sull’asfalto. Un fuoristrada che sopraggiungeva e aveva rallentato per quanto era successo, ma guardandosi bene dall’arrestarsi, ha sterzato con un’accelerata e è schizzato via evitando il corpo di pochi centimetri. Io sono sceso, ho dato qualche calcio al sacco di carne per terra, ho raggiunto la sua auto e sono ripartito con quella.

Lo sfogo dopo lo spavento mi aveva messo di buon umore. Alla prima curva ho svoltato e mi sono fermato per  accomodarmi il sedile. Ho guardato nel cassetto sulla destra e ho trovato una bottiglietta di cognac ancora sigillata, l’ho aperta e ne ho scolato d’un fiato quasi metà. Sia ringraziato il Signore onnipotente.

Quando ero ancora a casa mia, da ragazzo, ho massacrato di botte un pio pancione che aveva messo gli occhi su mia sorella: lei però non lo voleva perché era innamorata di un mio amico. Io non capivo questa storia che era innamorata, ma non capivo nemmeno che i nostri genitori le volessero far sposare il pancione, anzi contentissimi che l’avesse chiesta in moglie; così cui una sera gli ho dato il fatto suo, gli ho preso il portafogli gonfio e sono scappato. Mai sentito così bene. Non l’ho ucciso, ma ho dovuto lasciare il paese lo stesso: con il mio fisico non era facile nascondermi e quello mi faceva cercare. Forse se l’ammazzavo era meglio. Prima di approdare qui ho fatto un giro lungo e molte cose, che non mi sono tutte piaciute. Sono venuto qui perché c’era un mio cugino, ma quando sono arrivato lui era sparito senza lasciare tracce. O almeno nessuno me le ha indicate, né io le ho cercate. Affanculo anche mio cugino, come dicono qui.

 

Adesso stavo guidando questo macchinone, che si muoveva bene nonostante il baule sfondato. Mi sono diretto verso la periferia, ho preso la tangenziale e ho girato in lungo e in largo fino a che non ho terminato la benzina e il cognac. Il cognac molto prima. Dire che lo bevevo per far sparire la luce blu sarebbe falso, però lo speravo. E comunque, se la luce non si decideva a sparire, perlomeno mandavo giù l’alcol, e questo mi piaceva.

Quando ho sentito che il motore si spegneva, ho accostato sulla corsia di sicurezza, ho perlustrato l’interno alla ricerca di qualcosa che potesse servirmi (un pacchetto appena aperto di sigarette, un accendino di plastica, una confezione di fazzoletti di carta e qualche spicciolo; una miseria in rapporto al lusso del macchinone, ma qui sono così: prima l’auto, poi tutto il resto; scommetto che l’ometto la  stava ancora pagando) e mi sono incamminato nella direzione di marcia, con le macchine che mi sfrecciavano accanto strombazzando ogni volta che la mia andatura, non so perché, mi faceva deviare verso sinistra senza che me ne accorgessi.

La tangenziale faceva un’ampia curva, quasi impercettibile, e io fissavo, nel mondo di sopra, delle luci che mi sembravano quelle di un distributore con annesso autogrill o bar. Arrivato nel piazzale ho atteso appoggiato al muro dietro il bar, fumando una sigaretta dopo l’altra, che qualcuno si fermasse. Quando una monovolume ha parcheggiato, ho finto di dirigermi verso la porta avvicinandomi piano all’autista, l’ho preso per il collo della camicia, gli ho mollato due pugni, uno in pancia e uno in faccia, e l’ho trascinato, svenuto, al buio. Ho frugato le sue tasche, ho preso il portafogli e le chiavi dell’auto, l’ho raggiunta e sono partito. Al primo svincolo sono uscito dalla tangenziale per tornare in città, ma ho imboccato la curva a velocità troppo alta, almeno per la mia visuale e quindi per le mie capacità di  controllo, e sono finito con la fiancata contro il guardrail, che mi ha accompagnato per una ventina di metri finché non sono riuscito a focalizzare la parte bassa della strada e a riprendere il controllo della vettura, ammaccata ma senza danni rilevanti. Bella macchina.

La notte era calda ma non afosa, andavo piano con i finestrini abbassati e la testa chinata in avanti per inquadrare la strada con lo sguardo di sopra. Il traffico sempre più scarso mi permetteva di rilassarmi senza pensare a niente e ogni tanto di distrarmi sbirciando i rari pedoni, le puttane quando ne incontravo e soprattutto se c’era qualche locale ancora aperto. Al primo che ho incontrato mi sono fermato e sono entrato a bere un paio di birre gelate. Al banco era seduta una donna che mi ha ammiccato, ma io non ho risposto, anche perché non sapevo quanti soldi ci fossero nel portafogli. Quando l’ho preso per pagare, ho visto che c’erano abbastanza liquidi da comprarmi una bottiglietta di whisky e che ne avanzavano anche per la donna, volendo. Solo che in quel momento non lo volevo: l’idea mi ha raggiunto lentamente dopo che ho ripreso a girare in auto, ma allora non sono più riuscito a togliermela dalla testa.

Mi sono diretto verso le strade dove avevo incrociato delle puttane, ne ho passato in rassegna alcune con lo sguardo di sotto e alla fine ne ho scelta una bianca, slavata e sottile, una che avrei potuto facilmente spezzare, volendo. L’ho montata davanti e poi, non sazio, da dietro, e avrei voluto farlo ancora, se quella non avesse insistito prima a farsi pagare. I soldi che avevo bastavano appena per le due già fatte e quella non intendeva farmi nessuno sconto. Allora lo sconto me lo sono fatto da solo: le ho dato meno di quanto pattuito, perché sentivo il bisogno di un altro paio di birre, e con uno spintone l’ho scaraventata fuori dall’auto, dicendole di ringraziare il cielo di quello che le avevo concesso. Lei mi ha rincorso urlando maledizioni e io l’ho lasciata dire: andavo sufficientemente piano da non distaccarla, ma non abbastanza perché mi raggiungesse. Infine, ridendo, ho sgommato e sono andato via.

Quando montavo la puttana, per via della lama e della mia statura, era come se lei non ci fosse: o non la vedevo o focalizzavo solo dei frammenti dell’abito o delle braccia, poco interessanti; sentivo il rumore dell’auto provocato dai miei movimenti e quelli, professionali, emessi dalla ragazza, incluse alcune mezze frasi che non capivo, e in certi momenti percepivo vagamente lo straccetto di carne e ossa del suo corpo che, mentre pompavo, mi veniva l’impulso di accartocciare e gettare via. Dopo ero tutto accaldato, anche per l’alcol che avevo in corpo, e ho continuato a sudare nonostante i finestrini abbassati. Mi era tornata la sete e quando ho trovato un chiosco aperto dalle parti dello stadio, ho speso i soldi che mi erano rimasti per tre lattine di birra ghiacciata, che ho scolato una di seguito all’altra stando seduto in auto.

Vedevo con lo sguardo di sopra il piazzale dello stadio illuminato, enorme e vuoto, punteggiato da alberi che in proporzione mi sembravano minuscoli. Mi sentivo bene e mi è venuta voglia di urinare. Sul lato destro, lungo un viale costeggiato da una linea del tram, gli alberi erano più grandi e più invitanti, li ho raggiunti in auto, sono sceso lasciando il motore acceso e ho aggirato un albero in modo da poter sbirciare il piazzale mentre mi svuotavo. Quello spazio aperto mi affascinava, mi ricordava qualcosa, ma avevo la mente troppo confusa per ricordare esattamente che cosa. Non importa: averlo davanti mi bastava.

Stavo per finire quando ho sentito la voce di una donna che diceva: «si vergogni!». Non le ho badato e ho scrollato il pene per farlo sgocciolare prima di rimetterlo nei pantaloni. Allora la donna, che nel frattempo si era avvicinata, si è rivolta all’uomo che la accompagnava invitandolo a fare qualcosa. Cosa ci facevano in giro quei due in un posto come quello, a piedi, a un’ora così tarda? L’uomo ha sussurrato di lasciar perdere, che non ne valeva la pena. «Sei sempre il solito», ha ribattuto lei isterica. «Per te va sempre bene tutto, lasci correre, lasci correre… sei diventato una mezza calzetta, un mezzo uomo, ecco quello che sei diventato. E lei si vergogni!» ha ribadito proprio nel passarmi accanto. Io vedevo solo i suoi piedi, ma la voce è bastata a orientarmi e le ho rifilato un ceffone che l’ha fatta volare a tre metri di distanza. L’uomo ha abbozzato una protesta: in un primo momento, non so se per disprezzo o solidarietà, avevo pensato di risparmiarlo limitandomi a uno spintone per salvargli la faccia, ma quando, chinata la testa, mi è parso di vedere nei suoi occhi come un’espressione di gratitudine, ho pestato anche lui.

Gliele ho date di santa ragione, con una rabbia improvvisa uscita fuori da chissà dove, senza riuscire a fermarmi, finché non ho sentito la donna che mi supplicava di smetterla, di avere pietà, a qualche metro di distanza. Mi sono voltato dalla sua parte senza vederla, sono rimasto lì, immobile e in silenzio, per qualche attimo, e me ne sono andato. Non so perché, ma mi è tornato in mente quando facevo il muratore. Lavoravo in nero, guadagnavo bene e non sentivo la fatica. L’unico problema era rispettare gli orari, ma una volta in cantiere continuavo tutto il giorno e mi divertivo anche, con i compagni che passavano a prendermi sulla strada ogni mattina con il loro pullmino. Me la passavo bene, abitavo con altri compaesani, i soldi non mi mancavano, tanto che ne potevo spedire una parte a casa, e nemmeno le donne.

Non fosse stato per il capocantiere sarei andato avanti così anche per sempre, volendo. Il capocantiere aveva l’abitudine di sfogare certi suoi problemi famigliari trattando con i piedi il primo che gli capitava sotto tiro, cioè tutti, a turno, escluso il sottoscritto, che evitava accuratamente. Finché un giorno, forse sovrappensiero, se l’è presa anche con me, andandoci pesante, tra i risolini dei miei compagni, non so se diretti a lui o a me. Io guardavo sopra la sua testa e facevo finta di non sentire, ma più restavo fermo, più quello mi urlava di lavorare, aggiungendo altre considerazioni personali. Se ho ben capito, non trovava il mio livello intellettuale adeguato alla professione e credo abbia espresso anche qualche apprezzamento sulla mia terra d’origine e su tutto il mio parentado, che pure è piuttosto ampio.

Quando si è accorto che il bersaglio odierno ero io e che avevo deposto il badile per avvicinarmi a lui, le parole gli si sono strozzate in gola e s’è messo a tossicchiare, che era il suo modo per chiedere scusa, forse; se non che io avevo già iniziato a muovermi e non potevo più fermarmi: così l’ho pestato per bene, con calma e metodo, tra gli applausi silenziosi dei miei amici. Sono stati loro, in quattro, a fermarmi e spingermi via, consigliandomi di non farmi più vedere. Il capocantiere non mi ha denunciato, per paura di ispezioni, ma io ho perso il lavoro e non sono riuscito a trovarne un altro in zona, perché si era sparsa la voce. Del resto, mi era piombata addosso una stanchezza improvvisa e qualche soldo l’avevo messo da parte. Allora ho cambiato città.

Sono venuto in questa città, più grande, per nascondermi meglio e convinto che avrei trovato più facilmente da sopravvivere. Ho trovato da dormire qualche giorno dopo, su indicazione di un compaesano che abitava in un caseggiato abbandonato, occupato da decine come me che resistevano da mesi a ogni tentativo di farli sloggiare, appoggiati da giovinastri del posto che offrivano una solidarietà di cui nessuno sentiva il bisogno. Ma già che c’erano, ogni tanto qualcuno ne approfittava, anche se spesso a provocare le incursioni della polizia erano proprio loro. Soprattutto qualche femmina era particolarmente generosa, a volte: non erano granché, ma a caval donato non si guarda in bocca. Troppo magre e, secondo alcuni, non del tutto sane, ma quanto a questo ci pensavano loro a prendere le dovute precauzioni (forse pensavano che anche qualcuno di noi non era del tutto sano).

Un giorno la polizia è arrivata in forze e abbiamo dovuto sloggiare. Prima c’è stata una mezza battaglia, alla quale io non ho partecipato, perché quel mattino sono tornato tardi; quando ho visto lo schieramento, non ho nemmeno cercato di entrare. Avevo fatto tardi per via di uno di quei lavori ai quali avevo dovuto adattarmi anche se non mi piacevano. Me lo aveva trovato uno che non abitava lì, ma che uno che abitava lì conosceva. Non mi piaceva nessuno dei due, però guadagnavo bene. Tanto più che spendevo poco.

Mi ero rivestito da capo a piedi e così conciato non mi è stato difficile trovare un nuovo lavoro, all’ortomercato. Siccome si cominciava a lavorare presto e c’era molto spazio, con la scusa di fare un po’ da sorvegliante e visto che sono grande e grosso, dopo qualche tempo sono riuscito a convincere il mio capo a lasciarmi lì a dormire la notte, in un sacco a pelo da cui sporgevo a metà, su una brandina pieghevole che di giorno nascondevo in un ripostiglio. Non so come, ma quelli per cui lavoravo prima mi hanno trovato quasi subito e hanno cominciato a chiedermi dei favori: roba semplice, tipo dare dei pacchi ai camionisti o ritirarli in attesa che loro passassero a prenderli, di notte o anche in pieno giorno, confusi nel viavai di mezzi e facce di ogni tipo. Posso sospettare cosa contenessero, ma non mi sono mai preso la briga né di chiedere né di controllare. In cambio mi hanno procurato dei documenti appena un po’ modificati di uno regolare che era sparito tempo prima, più qualche guadagno supplementare. In seguito, grazie ai documenti, ho aperto perfino un conto corrente. Poi, come se niente fosse, da un giorno all’altro, sono spariti tutti anche loro.

Ogni tanto non si trattava di pacchi ma di veri e propri contenitori in legno piuttosto pesanti che scaricavo e ricaricavo con il muletto. Quando gli amici arrivavano, il mio capo faceva in modo di non essere mai sul posto e nessuno mi toglie dalla testa che per qualcosa c’entrava pure lui, oltre che, ovviamente, i camionisti che nascondevano tutto quel po’ po’ di roba tra le casse di arance, mandarini, mandorle, carciofi, pomodori e compagnia bella. Un giorno è arrivata un’ispezione a sorpresa e il mio capo è stato trattenuto a lungo in questura o non so dove altro. Il mattino dopo era sorridente ma piuttosto scosso: da allora di pacchi e scatoloni e excompari non ne ho più visti. Comunque, dopo un po’ me ne sono andato anch’io.

Il fatto è che mi ero messo con una del posto e che da qualche mese non mi fermavo più a dormire se non quando comandato. Le cose con la donna andavano bene, perché i nostri orari non coincidevano e potevamo continuare con le nostre vite separate e lei non faceva storie ogni volta che mi veniva voglia di montarla. Anzi, sembrava che non aspettasse altro. Non era speciale, quanto a bellezza, ma a letto mi lasciava fare quello che volevo senza mai lamentarsi, tutt’altro… Una vera troia insomma. Trovarne così! Invece è stata l’unica. Finché anche con lei qualcosa non ha tardato a guastarsi e io ho cominciato a picchiarla, senza esagerare, ma abbastanza, secondo lei, perché un giorno mettesse in pratica la minaccia di denunciarmi. Così son dovuto andar via anche da lì.

Nel frattempo avevo lasciato il lavoro e di cercarne un altro mi era passato l’estro. Passavo le giornate senza combinare niente, se non qualche cosuccia per fare un favore a questo o quell’amico, fino a quando non ho esaurito quasi tutti i risparmi. Mi ero anche abituato a bere roba forte e buona e non ho più smesso, a seconda delle possibilità: sempre roba forte, ma sempre meno buona. Quello che potevo permettermi insomma. La carità non l’ho mai chiesta.

Una notte che camminavo ai bordi di una strada di periferia dove avevo trovato un rudere in cui dormire, un tizio in auto prima mi ha strombazzato all’improvviso alle spalle, facendomi sobbalzare, e poi ha sterzato come per investirmi, forse per divertirsi, per dare un taglio alla noia con una bravata divertente. Io mi sono gettato contro il muro e ho rivolto un segno di minaccia contro l’auto che si allontanava. Il gesto non deve essere piaciuto al conducente, perché ha frenato bruscamente e è tornato in retromarcia verso di me, cercando di schiacciarmi contro la recinzione di cemento alla mia destra. Con un salto all’ultimo momento mi sono aggrappato al colmo della recinzione e mi sono tirato su, di modo che il paraurti è finito contro il cemento e si è ammaccato. Quando ho mollato la presa e sono tornato a terra, il ragazzone al volante è schizzato fuori dall’auto assieme all’amico che gli sedeva accanto. I due avevano in mano delle catene e ridevano.

Mi sono preso dei colpi piuttosto dolorosi, ma alla fine sono riuscito ad avere la meglio, e allora mi sono sfogato con gli interessi, tanto da lasciarli privi di sensi ai bordi della strada, rotti e insanguinati, forse morenti, non lo so e non mi interessa. Prima di lasciarli, però, li ho ripuliti di tutto quanto potevo portargli via: orologi, soldi, telefonini, sigarette, accendini, bustine di stagnola, un coltello a serramanico che il proprietario non era stato abbastanza furbo da usare, e le chiavi dell’auto con la quale me ne sono andato. Ero avvilito e euforico. Sono tornato in città e mi sono messo a girare finché non ho trovato qualcuno a cui svendere tutto quello che non mi serviva, inclusa l’auto, e mi sono preso una stanza in un alberghetto. Vi sono rimasto un paio di giorni, il tempo di ripulire me e gli abiti, di comprare un cambio di biancheria al mercatino rionale e di farmi lunghe dormite e una puttana.

Di questo episodio non ho fatto tesoro sul momento, perché con i soldi raggranellati ho potuto permettermi di rimanere in città per un po’. Sono tornato nei vecchi posti e ho riallacciato vecchie conoscenze, che tra l’altro mi hanno trovato un lavoro da buttafuori in un locale, da cui però sono stato cacciato dopo qualche settimana per eccesso di violenza. Approfittavo di ogni minima effrazione alle consegne per lanciarmi sui ragazzotti più esuberanti o sbruffoni. Se non stavano in riga, ci pensavo io a fare ordine, soli o in gruppo che fossero. Non ce n’era uno che mi fosse simpatico. Anche con le vecchie conoscenze faticavo ad andare d’accordo, mi parlavano di cose nuove, di imprese epiche, guerre e vendette che per me non significavano niente, e questo li offendeva profondamente, a quanto sembrava. Allora hanno cominciato a guardarmi con sospetto e io ho pensato bene di sparire un’altra volta.

 

Così mi sono trovato di nuovo per strada, ed è stato allora che mi è venuto buono il ricordo dell’aggressione. Quando proprio non avevo altre risorse, potevo sempre prendermele. A volte non c’era nemmeno bisogno di muovere le mani: bastava la mia presenza e la minaccia verbale. Aspettavo un passante solitario in qualche posto buio, lo afferravo per il bavero o per il braccio e gli intimavo di darmi il portafogli, il cellulare e quant’altro. Qualcuno provava a protestare, ma bastava un pugno nel ventre o una sberla, se donna, per ridurlo alla ragione. In fondo la maggior parte della gente è vigliacca e alla sola idea di qualche botta quasi tutti calano le braghe. Poi magari sopportano le peggiori umiliazioni senza battere ciglio e affrontano le malattie più gravi con un coraggio insospettato. Ma l’idea di essere picchiati a sangue, quella non la reggono, chissà perché. E’ solo carne molle, inutile. Meglio per me, comunque.

Ma non si trattava solo di reperire di che sopravvivere: se uno vuole e si accontenta, da queste parti ci riesce senza troppi sforzi e senza nemmeno dover fare chissà che di irregolare; il fatto è che a un uomo di solito sopravvivere non basta. Quando lavoravo più o meno regolarmente avevo frequentato scuole dove insegnavano a scrivere e altre belle cose utili, anche per sapere cosa evitare, o luoghi di incontro messi su da gente piena di buone intenzioni, e c’erano sempre signore molto gentili e spesso sole dalle quali non era difficile ottenere compagnia. A una, una semibalena stordita e entusiasta, davo addirittura la mia biancheria da lavare e lei me la riportava puntuale stirata e profumata: si vedeva che non lo faceva proprio volentieri, ma aveva vergogna a dire di no e io facevo finta di non accorgermene. Con altre si riusciva a ottenere anche di più, una o due volte, ma erano di solito vecchie o sposate. Non il massimo, ma sempre meglio di niente.

Quello che mi faceva imbestialire, anche se mi trattenevo, era che dopo piangevano. Se facevo la pantomima di forzarle, invece, si sentivano meglio, perché così la colpa ricadeva su di me e potevano evitare di riversarla su se stesse. Non che per me facesse differenza: anzi, se potevano manifestarmi il loro odio era più facile che si concedessero ancora. Io all’odio non ci faccio caso, mi rimbalza addosso; e poi quello era un odio annacquato, gentile a modo suo, quasi tenero. Più tardi mi sono ricordato di queste manfrine e non mi sono fatto scrupoli a forzare qualche giovincella reticente che intercettavo in luoghi isolati, o raccattavo fuori dai locali notturni o con l’auto, quando riuscivo a procurarmene una. Alcune piangevano anche mentre lo facevamo, altre prima e dopo, altre ancora solo prima. La cosa più difficile da interpretare era quando non dicevano niente, ammesso che interpretare il loro silenzio mi importasse. Il pianto invece mi eccitava.

Così, quando la donna ha cominciato a supplicarmi di smettere di picchiare l’ometto al quale fino a pochi istanti prima aveva ritenuto opportuno illustrare tutte le sfumature del suo disprezzo, a supplicarmi e a piangere, mi è venuta voglia di montarla. In un primo momento ho pensato di farlo lì, contro una pianta, con l’uomo che rantolava ai nostri piedi, ma siccome la cosa veniva scomoda e c’era il rischio che l’uomo si riprendesse, l’ho presa per il braccio e l’ho trascinata verso l’auto ancora accesa.

È stato allora che ho visto le luci di una gazzella della polizia dall’altra parte del piazzale. Muovevo la testa velocemente e passavo da sotto a sopra, con lo sguardo, in modo incontrollato, così che a un certo punto mi è parso di vedere non una, ma tante gazzelle che si dirigevano verso di me. Ho spinto a malincuore la donna in mezzo alla strada, sono balzato in auto e sono partito a tutta birra. Ma la lama blu mi segava ancora gli occhi e non riuscivo a vedere bene la strada. Allora ho deciso di entrare nel vuoto del piazzale e attraversarlo a tutta velocità. Effettivamente alla prima gazzella se n’era aggiunta un’altra sbucata da una via vicina e entrambe venivano verso di me da direzioni differenti. Io mi sono messo a zigzagare tra gli alberi e i lampioni del piazzale, non ci vedevo bene e correvo il rischio di sbattere contro uno di essi da un momento all’altro. La sbornia ormai l’avevo smaltita quasi del tutto, ma la lama ancora conficcata negli occhi, sottile, e il rumore delle sterzate che mi rimbombava in testa mi impedivano di ragionare.

Le due gazzelle mi erano sempre più vicine, a momenti mi seguivano in fila, in altri una mi affiancava o mi tagliava la strada. Non sapevo cosa fare, i miei inseguitori erano più veloci e più bravi nella guida, non sarei mai riuscito a seminarli; così ho provato a sbarazzarmene puntando direttamente su di loro. Quando quella che ogni tanto cercava di bloccarmi tagliandomi la strada mi si è messa davanti, invece di frenare ho accelerato e l’ho colpita nella portiera posteriore. Si è girata su se stessa e è andata a sbattere con la fiancata contro un albero, ma quella era un’auto robusta e è ripartita subito. Io ho sterzato a destra, ma il rallentamento dovuto all’urto ha permesso all’altro inseguitore di ripiombarmi addosso e di urtarmi a sua volta. Anche la mia auto allora ha preso a girare su se stessa finché non si è fermata lei pure contro un tronco e il motore si è spento. Ho provato a farlo ripartire ma non rispondeva, così sono sceso e invece di mettermi a correre mi sono appoggiato al cofano bollente.

Le gazzelle si sono fermate, come prescritto, una a destra e una a sinistra, in diagonale, per precludermi la fuga, poi ne sono usciti tre poliziotti con le armi in pugno, mentre un quarto probabilmente comunicava qualcosa alla radio. Mi hanno ordinato di voltarmi verso il cofano con le mani alzate; io invece mi sono scagliato contro quello isolato, un ragazzo dall’aria impaurita, e l’ho colpito con una ginocchiata ai testicoli e con un pugno al volto in rapida successione. È volato indietro lasciando partire un colpo per aria prima di accasciarsi al suolo, ripiegato su se stesso come un feto. Gli altri due sono rimasti basiti per la mia reazione e hanno avuto un attimo di indecisione; questo mi ha consentito di raggiungerne uno e di sferrargli un pugno che gli ha spiaccicato il muso. Soltanto allora l’altro si è deciso a spararmi.

Ho sentito la pallottola entrare nella mia carne e contrastare per un attimo con la sua spinta la mia, senza riuscire a frenarla del tutto. Poi una seconda e una terza mi hanno trapassato il fianco, sparate da terra dal compagno. Una luce nera mi è calata di colpo sugli occhi e la vista mi si è spenta, ma è subito ricomparsa, nitida e uniforme, e mentre crollavo, in un tempo rallentato che mi è sembrato infinito, ho potuto girare la testa a guardare il deserto luminoso del piazzale. Bellissimo, ho pensato, contento della mia fine.

Invece quegli imbecilli non sono nemmeno stati capaci di ammazzarmi.

26/06/23

Due delinquentelli degli anni 50 (nella versione del mio informatore A.)


 

Il primo era noto a tutti come "Bègnom" (Beniamino), anche se non era il suo vero nome. Lo chiamavano così perché era l'ultimo di una numerosa prole; da qualcuno era detto anche "il flauto magico di San Vittore", in quanto gay ostentato, con una baldanza che ai tempi non era molto diffusa in provincia. Forse un modo di difendersi attaccando, una prevenzione del ridicolo assunto e amplificato, come richiesto dai pregiudizi dei tempi. Ad autodefinirsi tale era stato lui il primo, peraltro, vantandosi di questa abilità in cui, a suo dire, primeggiava, lui che in tutto il resto era di mezza tacca, in fondo sapendo di esserlo, soprattutto come ladro. Quello invece era il suo primato: la forma specifica che prendeva in lui la ricerca dell'eccellenza. L'impulso umanissimo a trascendersi. Eh...!

La sua specialità erano i furti nelle abitazioni, anche in pieno giorno, come a sfidare il mondo, o per dimostrare chissà che a se stesso, poi correva al bar e rovesciava la refurtiva sul bigliardo dicendo: "ardì ché, cusa ó truàt 'n dè ca la cà là!" (guardate cosa ho trovato in quella casa!). E magari la casa era di un parente o conoscente di uno dei frequentatori del bar, o di un conoscente di conoscenti, perché il suo raggio d'azione non era ampio. Fin dove poteva arrivare in bici, più o meno. In Lambretta, nei periodi fausti.

Amico di tutti, buontempone, si sentiva parte integrante della comunità in tutto e per tutto, senza riserve. Entrava e usciva di gattabuia, e tornava sempre in paese come reduce da una trasferta all'estero, da una tournée trionfale, e si precipitava subito al 'suo' bar, dove gli amici nel frattempo si diradavano, perché spostati altrove, oppure relegati in casa, da tristi padri di famiglia (come è il destino sempiterno dei padri di famiglia, secondo le sue parole). Mentre lui seguitava sulla sua strada, imperterrito, senza imparare mai niente. Forse non ne aveva bisogno. Forse gli piaceva così: un po' fuori, a svaligiare appartamenti e vantarsi al bar; un po' dentro, a suonare il piffero. Il padre faceva il ciclista in un cortile di T. Aveva un'ottima clientela e un lavoro che era cresciuto quando poi aveva allargato le riparazioni ai motorini. Si era persino preso un garzone, per un certo periodo, perché il figlio si era sempre rifiutato di dargli una mano. Era un lavoro sporco e disgustoso , e lui non voleva rovinarsi le dita. Le sue dita preziose: e rideva.

 

Un altro come lui, ma non del suo stesso giro, uno che se la tirava di più, almeno in apparenza, era Diego, figlio di un vecchietto sciancato che andava con il carrettino davanti alle scuole a vendere dolcetti e caramelle, amatissimo dai bambini e rispettato dai genitori. Un brav'uomo: povero e dignitoso, secondo prassi. Persino generoso, per quel che poteva. Anche il figlio era generoso, eccetto con i genitori, dai quali esigeva e basta, senza portare mai in casa neanche una lira. E guai a farglielo notare!, perché allora sfoderava il suo repertorio di contumelie, che rimbombavano nella cassa vuota del cortile, inseguite dalle repliche dei genitori, pure sostenute, ma molto più fievoli al confronto. Apprezzamenti e epiteti di gran tradizione, che ancora resistono alle mode. In pubblico invece era socievole e sbruffone, come certi personaggi della commedia all'italiana degli anni 50 e primi 60 che forse erano il suo modello, andava in giro tutto elegante, su macchinoni che cambiava spesso, e nessuno sapeva quello che faceva. Una volta ha salvato il mio amico A., allora adolescente, che era caduto col suo primo motorino in una scarpata e era rimasto con la gamba sinistra impigliata nella filo spinato alla sua base, con varie punte di ferro arrugginito conficcate a fondo nel polpaccio e nella coscia, incapace di fare il benché minimo movimento senza peggiorare la situazione. Non c'era nessuno nei paraggi: Diego lo aveva visto da lontano e, riconosciutolo come il bambino che per un po' aveva abitato nel suo cortile, era sceso, vestito da gagà com'era, in mezzo alla sterpaglia, gli aveva tolto delicatamente tutte le punte dalle ferite, lo aveva preso in braccio e portato al pronto soccorso, aspettando che fosse medicato, fatta l'antitetanica e cuciti i punti, per poi restituirlo ai genitori. Nell'attesa aveva pulito i sedili dal sangue che nonostante le precauzioni li aveva macchiati, usando la camicia, a sua volta in parte insanguinata oltre che sporca di erba e terra, e se n'era messa una pulita, che forse aveva in macchina di scorta. Dicono che tenesse nel bagagliaio una grossa valigia piena di abiti e oggetti personali, per ogni evenienza. Leggende. Poi, forse aiutato da qualcuno, era tornato a recuperare la moto e aveva riportato a casa di A. anche quella. Si vedeva ancora in giro fino a una ventina di anni fa. Pare che fosse andato a abitare in qualche paesino della zona. Sposato magari. Anche se non era il tipo. Aveva sempre quelle giacche eleganti, i capelli lucidi, tirati all'indietro, con qualche onda, quando tardava a passare dal barbiere. Chissà che fine ha fatto. Magari è morto e tutti pensano che era solo uno sbruffone disgraziato.



19/08/22

L’invenzione delle cause. 1


La prima volta che l’abbiamo fatto, senza saperlo, cioè senza sapere cosa stavamo facendo veramente, e tanto meno che sarebbe stata la prima volta, è stato alle elementari. In terza o in quarta, non ricordo. Sono invece sicuro che, come sempre, l’idea è stata di Germano, non mia. Un nostro compagno di classe, mi pare si chiamasse Diego, sì, credo proprio Diego, un piagnone extralusso con dei genitori ancora più rompicoglioni di lui, che poi abbiamo perso di vista perché alle medie si è trasferito senza che nessuno ne avvertisse la perdita, almeno credo, tranne qualche cretinetta che era innamorata meno di lui che di come si vestiva, dei suoi capelli biondi, della sua aria ordinata da signorino... insomma, ‘sto Diego, ‘sto scassamaroni professionista, con lo scassamento atavico, inchiavardato in qualche profonda, catramosa cella genetica, o quel che è..., ‘sto Diego aveva perso una figurina.

La figurina, rarissima a suo dire, del suo calciatore preferito, Guaranì o roba del genere... Poltrinì... un pallone gonfiato già allora, anche se allora meno di adesso che sembra una mongolfiera alimentata con il gas del letame... ma di un letame profumato, di gran marca... un gran giocatore però, due partite su tre, perché la terza faceva flanella ciondolando per il campo con aria sussiegosa, di aristocratica degnazione, scuotendo la testa alle giocate maldestre, irrazionali, storte come le loro gambe, dei quei mangia a ufo dei suoi compagni, tanto per fargli capire che senza di lui non erano capaci di combinare un fico secco, e che non alzassero troppo la cresta, che l’unico gallo del pollaio era lui e nessun altro... che se quegli impediti avevano vinto qualcosa anche senza di lui, era stato solo per caso, o perché il presidente qui da noi contava parecchio... eccome se contava! ...e il campionato del mondo era stato solo una botta di culo che capita una volta nella storia della galassia, e poi più... e era capitato proprio a quei lazzaroni malfatti e deboli di comprendonio, roba da matti! ...che poi gli stessi impediti, o dei loro discendenti diretti, più degenerati ancora, ne avrebbero vinto un altro... ma questa è un’altra storia, la accenno solo di sfuggita, per pura malizia, che dà un gusto più piccante... e lui era là che si mangiava il fegato e doveva sorridere a destra e a manca, e benedire pure! Capitasse anche ad altri, ben più importanti e gonfiati di lui! ...gli crollasse il mondo sotto i piedi, a quei bastardi!

Va be’, quel Diego del cazzo non trovava più la sua figurina del cazzo del suo giocatore preferito del cazzo...  che forse, non era Poltrinì, adesso che ci penso... Poltrinì è venuto qualche anno dopo, 8 o 10, non importa, comunque il concetto è chiaro... e non la finiva, Dieghino, di tampinare tutti se per caso l’avevano vista... e supplicava, prometteva in premio due merendine o simili se qualcuno la ritrovava... che il suo album sarebbe stato incompleto e avrebbe perso di valore, perché adesso quelle figurine non erano più in vendita... e suo papà chissà cosa gli avrebbe detto... che era disposto a pagare, addirittura!, se qualcuno ne aveva un’altra e gliela vendeva... mentre tutti noi in classe sghignazzavamo neanche troppo sotto i baffi, tanto che la maestra ha dovuto intervenire e punirci, noi, e non quel piangina!, che adesso ci piaceva ancor meno di prima, con il compito di castigo che ci aveva fatto prendere. Allora Germano mi fa segno che deve parlarmi, ma non adesso, dopo... adesso siamo in castigo. Mi fa segno con il dito, ruota dito e mano e schiaccia l’occhio. E ride.

Sarà mica stato lui? Grande Germano! Gli rispondo con gli occhi, in silenzio, ma ho la bocca così spalancata che la maestra mi chiede se per caso ho fame, che sto cercando di ingoiare le mosche al volo, con tutti che ridono perché il senso dell’umorismo non ce l’ha nessuno in questa classe di asini, che ridono tutti a bacchetta... un’abitudine che hanno conservato anche oggi con la tv, più asini che mai, irrecuperabili... e: ho fame sì, penso io, ho fame di aria (credo di avere pensato), ma non gliel’ho detto perché il castigo comune già mi bastava, mentre Germano scuoteva la testa e, sotto il banco, ruotava di nuovo dito e mano e poi avanzava e ritraeva la mano aperta e mi indicava l’orologio che mancava poco alla campana e portassi pazienza. Io mica lo so cos’è la pazienza. Non lo so e non mi interessa, la pazienza del cazzo! Allora la pensavo così. Poi ho cambiato idea. E ora l’ho cambiata di nuovo. La vita incattivisce. Lei è buona, magari, ma fa questo effetto, va’ a sapere perché.

Germano non c’entrava, ma aveva la figurina incriminata, cioè non proprio quella di Diego, una uguale, di sua proprietà. Aveva iniziato anche lui la raccolta, ma l’aveva abbandonata quasi subito perché costava troppo o non gli interessava più. Lui è così, si entusiasma, parte in quinta, trascinando tutto e tutti, soprattutto me, poi si disamora altrettanto in fretta, e se non ci fossi io a spronarlo a continuare qualche volta, per puro puntiglio, lascerebbe ogni cosa a metà strada. La sua vita è così anche adesso, o quasi. La mia tutto l’opposto, o quasi. Lui fallisce perché lascia perdere, io perché continuo fino in fondo. Fino al muro! E mica per coerenza! Affanculo anche la coerenza. Per una forma di pigrizia come la sua, invece, ma di segno contrario. Forse è per questo che siamo rimasti amici per tanti anni, tra mezzi compimenti e mezzi fallimenti. Cioè tra fallimenti interi. Mi vien da ridere... Non faceva più la raccolta e quindi della figurina non gli importava un’acca... e poi lui teneva per un’altra squadra, nemica giurata, una squadra che aveva vinto qualcosa nel decennio precedente ma destinata a non vincere più niente in vitam aeternam amen, e che appunto per questo avrebbe visto crescere in proporzione i propri tifosi, perché così ciascuno trovava una ragione concreta al suo vittimismo, al suo sentirsi e essere davvero una vittima... tutta una bella serie di torti documentati da rivendicare e molti nemici con tanto di nome e cognome da odiare, che è una soddisfazione mica da poco... e aveva pensato, il Germ, di fargliela trovare, al Diego, la sua figurina del cazzo, e di vedere cosa succedeva. Di fargliela pagare, magari, a un prezzo più alto dei quattro soldi promessi, che per lui non erano niente... e neanche per noi, del resto, sia pure per motivi diversi: lui perché li aveva, noi perché non avendone ci divertivamo con altro. E così abbiamo continuato, del resto. A non averne, intendo. Ma anche a divertirci con altro, suvvia... A provarci, almeno.

Al ritorno dopo pranzo, prima dell’inizio delle lezioni, io avrei dovuto distrarlo e lui gli avrebbe infilato di soppiatto la figurina in cartella, attento a che nessun altro lo vedesse, perché in classe qualche carogna che fa la spia per compiacere la maestra non manca mai. Di sicuro non si sarebbero fatti pregare due cugini, nostri avversari in tutti i campi, due degenerati marci, entrambi innamorati della maestra... un angelo biondo capitato tra i banchi per caso, per un errore di programmazione del destino, che noi però vedevamo solo come un diavolo perché ci comandava tutti a bacchetta e guai al primo che sgarrava... una sventola che non ti dico, avremmo capito poi, con ammirevole ritardo... perché allora ci sembrava vecchia, come le nostre mamme: roba che aveva almeno trenta-quarant’anni! Poi, sistemata la figurina, saremmo stati a vedere cosa succedeva. Come minimo Diego si sarebbe preso un bel cazziatone per tutto il casino che aveva messo in piedi per niente! Per avere accusato a vanvera i suoi compagni innocenti! Per avere stressato la maestra e averla indotta a dubitare di tutte quelle mammolette! Già ci godevamo tutti gli scenari possibili, io e Germano! Mi meraviglio di te, Dieghino! Tu, sempre così ordinato...! Se ci tenevi tanto a questa benedetta figurina, perché non ne hai avuto più cura, benedetto anche tu? E noi a ridere! Di soppiatto naturalmente, insieme a tutti gli altri, che a sganasciarci ci avremmo pensato all’uscita, tra noi due e basta!

Peccato che le cose non sono andate come preventivato: quando l’ex mater dolorosa ha ritrovato il suo tesoro, dopo un breve istante di contentezza (è schizzato fuori dal banco rovesciando la sedia addosso alla sua compagna – perché lui aveva una delle sue ammiratrici come compagna di banco: dei maschi non lo voleva nessuno –, che si è subito messa a frignare come una fontana... la più scema della classe... una giusta giusta per lui, fatta su misura! ...anche se in fondo a me non dispiaceva: al Germ sì, che però alle superiori qualche mesetto c’è stato assieme, tanto per gradire), ha visto nel ritorno della pecorella smarrita la conferma dei suoi sospetti. Qualcuno l’aveva rubata e ora, in preda al rimorso, l’aveva restituita. Sicuro come due più due fa quattro! Come sei per otto fa quarantotto e diviso due fa ventiquattro, ha detto lui, che doveva sempre fare il di più e lisciare la maestra, che insegnava per l’appunto aritmetica, e che difatti sorrideva compiaciuta. Basta poco a farle contente, le maestre: se la passano così male che la minima soddisfazione le manda in brodo di giuggiole. La nostra poi non rideva nemmeno a farle solletico. Non che fosse antipatica: non rideva per partito preso. L’autorità non ride. E voi zitti e guai al primo che si muove!

Aveva, il Diego, svuotato lo zainetto a casa, aiutato dalla mamma, prima che tornasse il paparino, perché quello capace che gliel’avrebbe anche suonate... per la colpevole incuria (era gente che parlava così), la trasandatezza, il danno alla proprietà, al buon nome... L’avevano passato ai raggi x, avevano sfogliato libri e quaderni pagina per pagina, rivoltato tutte le tasche, le fodere casomai ce ne fossero di scucite, traditrici, pronte a offrire asilo a tutti i transfughi schifosi, alle briciole, alla lanuggine che attrae sporcizia e germi, alla polvere, alla moltitudine degli oggetti in fuga... E non avevano trascurato nemmeno gli abiti... si era spogliato (compagne che arrossiscono)... aveva frugato persino nella tasca nascosta delle mutande (compagne che avvampano)... si era messo nudo come un verme (compagne smaliziate che reprimono invano risolini)... e non aveva trovato niente! Nisba! Zero al quoto! E quindi, se ora la figurina era tornata all’ovile, voleva dire che qualcuno ce l’aveva riportata. La logica non faceva una grinza. Impeccabile. Aristotelica! La maestra approvava con lenti cenni del capo. Lui gongolava come un tacchino. Un colpevole ci doveva essere e lui l’aveva inchiodato. Il trionfo di Perry Mason! L’ispettore Colombo redivivo! Quella testa di cazzo di Kojak! Mancava solo il nome... i nomi... e quindi adesso chi è stato deve saltare fuori!

Non spetta a te, interviene la maestra; però Diego ha ragione: l’autore dello scherzo deve farsi avanti! Silenzio glaciale... teste che ruotano come pale di mulino... occhiate sospettose... sguardi pieni di interrogativi angoscianti... metafisici! Perché se nessuno si fa avanti, il castigo di stamattina vi sembrerà una vacanza! Nessuno che si muove. Sudore freddo a ondate! Una puzza incredibile! Chi è stato si deve prendere le sue responsabilità... non dico il colpevole... l’autore dello scherzo... o gli autori. Perché bisogna sapere che ogni atto ha le sue conseguenze. Non c’è azione innocente! (No, questo credo non l’abbia detto.) Forza, fuori il responsabile! ...e crescete un po’! È anche così che si cresce. Cioè, prendendosi responsabilità di cose che non si sono fatte, penso io, che però qualcosina l’ho fatta. Nessuno fiata, comunque. Tutti si guardano attorno sdegnati, alla ricerca del colpevole, ma nessuno fiata. Qualche occhio accenna a inumidirsi... la maestra li fulmina con uno sguardo... di conseguenza gli occhi si inumidiscono di più... secernono lacrime di propria iniziativa. (Vigliacchi!) Si piange a dirotto, da qualche parte. L’agitazione sale, incontrollabile... È l’isteria collettiva... il trionfo della fifa nera.

Allora Germano alza la mano. Lo sapevo che c’avevi messo lo zampino anche questa volta, Germano!, sentenzia trionfante la maestra. No, ribatte lui, io non ho rubato un bel niente! Solo che avevo quella figurina e visto che Diego non la smetteva di rompere le scatole a tutti... Attento a come parli!, sbotta la maestra; che linguaggio è mai questo!? Siamo forse in una stalla? Scusi... visto che Germano era disperato, ho pensato di regalargli la mia, ma senza dirglielo, per non essere accusato di qualcosa che non ho commesso. Non è vero, interviene il coglionazzo, quella figurina è introvabile, se me l’hai messa in cartella è perché me l’avevi rubata! E poi perché non me l’hai data di persona? Perché avevi la coscienza sporca! Zitto tu, comanda la maestra. Cosa rispondi? L’ho fatto proprio perché sapevo che non mi avrebbe creduto. Credevo che si sarebbe accontentato di ritrovare quella maledetta figurina e che avrebbe smesso di scassare i maroni a tutti! Ma come parli! Chi ti ha insegnato a parlare in questo modo? Portami il quaderno e stai punito. Chiamerò io tuo papà... non tua mamma che ti copre sempre... Non è vero! Taci!, convocherò tuo papà... perché è ora che ti prenda una bella lezione. Il Germ bolle di rabbia ma non profferisce verbo... piega la testa e maledice il mondo a labbra chiuse. Il mondo intero... il mondo noto e ignoto, vicino e lontano, palese e nascosto, fino all’ultimo straccio di atomo! Che non c’entra niente, forse.

Io assisto alla pantomima prima confuso, poi impaurito e infine sdegnato, come direbbe la maestra. Mentre gli altri tirano sospiri di sollievo, e qualcuno, i soliti invidiosi!, persino gongola, io mi sento invadere dall’indignazione. È un’incazzatura mai provata prima... l’anticamera della rivolta... la nascita della coscienza rivoluzionaria! Sono tutto scombussolato... il fenomeno è nuovo e mi trova impreparato, ragion per cui, non sapendo cosa altro fare, alzo la mano anch’io e, con voce tremolante ma alta, dico, tutto d’un fiato: È vero, non è stato Germano, la figurina l’aveva già, sono stato io a controllare che nessuno vedesse quando l’ha messa in cartella! Ho tutti gli sguardi addosso. Anche la maestra mi fissa in silenzio. E poi non è vero che la figurina è così rara, ne ho una anch’io! Sono allibito. Non è vero che ho la figurina. Cosa sto dicendo? Ma ormai la mia bocca parla da sola, va in automatico... Ce l’hanno tutti quella figurina del cavolo! Qualcuno l’ha anche doppia, solo che non vuole mollarla, tanto meno a Diego! Invento, vado a ruota libera... È il vento della creazione! Una specie di entusiasmo che mi travolge. La discesa dell’eroe nell’agone! L’istinto di morte! Sono più allibito che mai. Mi guarderei allo specchio, se ne avessi uno a portata di mano. Parlo nel silenzio generale e non so cosa dico... probabilmente sono tutto rosso, sono teso e rigido come lo pseudorighello quadrato della maestra sulla cattedra, la bacchetta mascherata, quello che sventaglia per minacciarci e che vorrebbe tanto usare, ogni tanto, non fosse che oggi non si può più... finché non sento l’urlo della maestra. Probabilmente è un po’ che cerca di zittirmi. Anche lei hai la faccia tutta rossa, mi sta prendendo per il bavero e mi sbraita sul muso di smetterla.

Adesso sì che la sento! Torno in me, chiudo la bocca e chino la testa. Mi verrebbe persino da piangere, ma resisto. Non posso permettermi questa figuraccia. L’eroe non piange. L’eroe alza la testa e guarda impavido il volto sfigurato dell’aguzzina, le vene gonfie del collo, le mani che continuano a strattonarlo per il bavero in preda a una frenesia inarrestabile... E questa sarebbe una bellezza!, penso. È solo una mentecatta paranoica e perdipiù frigida (ho imparato l’espressione da poco, da un amico di mio papà, con riferimento alla ex-moglie credo, e ne ho preso diligente nota pur non avendo capito cosa significa: perché suona bene, e ampliare il repertorio delle offese è sempre utile, ci fai sempre un figurone). Sconfitto dalla forza, trionfo nello spirito! Non lasciar trapelare nessuna emozione!  Figura ritta, inflessibile! Sguardo sdegnoso! Lo sdegno è l’ultima arma dell’eroe. L’arma segreta, invincibile. Lo sdegno, il sarcasmo, la nobiltà.... quella roba lì.

In conclusione: Diego si è preso la sua bella soddisfazione di vederci umiliati; suo padre voleva denunciarci al tribunale dei minori, ma gli hanno riso in faccia; Germano si è sorbito una ramanzina tanto per la forma, perché i suoi gli hanno creduto e non hanno dato importanza a quello che loro hanno interpretato come uno scherzo da ragazzini; io mi sono guadagnato una sberla da mio padre, una sola, l’unica che mi abbia rifilato in tutta la vita, che però mi ha fatto volare dal salotto al balcone. Come Superman. Me la ricordo ancora adesso, e fortuna che la portafinestra era aperta.

 

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L’invenzione delle cause (prima del 2010 - recuperato il 19-8-22)  (cap. 1. Le fesserie peggiori sono quelle che hanno le radici più lunghe.)

 


 


08/03/20

L’iscpezzione! (Ovvero: L’ultima speranza di rivoluzione in mano alla guardia di finanza! Sia lode!)



Che a me se vanno in giro a fare i controlli, mi fa solo piacere. E quindi ieri sera, quando è arrivata la squadra al completo, li ho accolti tutti a braccia aperte, che oltretutto ho una bella apertura e ci stanno in parecchi, anche se un po’ di spavento me lo sono presa lo stesso, sul momento. Perché più che entrare, hanno fatto irruzione, e si sono distribuiti così rapidi nei posti strategici che se volevano fare un massacro senza lasciare superstiti, non ci sarebbe stata nessuna differenza. Tanto che io ho guardato se qualcuno aveva un’arma in mano o nascosta sotto il cappotto come nei film, e sono raggelata, già che ho la tendenza a sentir freddo di mio, perché sicuro che dei clienti nessuno era armato o avrebbe reagito, men che meno io. Che, senza essere fifona, ho una predisposizione innata per la pace, anche se poi, se qualcosa mi importa, non mi tiro certo indietro a sostenere le mie ragioni. Sempre in modo lecito, sia chiaro. Fino ai bordi, magari, ma rigorosamente dentro.
Due si sono messi alle porte e hanno sbarrato e sigillato tutto ancora prima che si capisse cosa stava succedendo. Uno grosso come un orango si è piazzato davanti a quella d’ingresso, che bastavano le sue spalle a occuparla tutta, mentre il secondo ispettore, o subordinato, o scagnozzo, o impiegato, vattelapesca…. si è precipitato a quella della cucina e traccagnotto com’era, e con la panza anzi, ha rovesciato al passaggio una padella con il manico che sporgeva e un vassoio con tagliata, rucola e patate al forno, ma mica s’è fermato, altro che chiedere scusa! Effetti collaterali del dovere. Infine un terzo è corso alle toilette a controllare che non succedesse niente di losco e nessuno se la desse a gambe attraverso la finestrella schermata sotto il soffitto, dato l’alto numero di contorsionisti e artisti del digiuno tra i nostri avventori abituali, senza contare i puri spiriti. Che un paio ce ne sono, non dico per vantarmi.
Io ero al banco, con il libro aperto accanto alla cassa per non perdere neanche un secondo non appena si presentava una pausa. Sono sempre indietro con gli impegni e le scadenze, a cominciare da quelle immaginarie. E’ che ho accumulato ritardo fin dall’inizio, ormai irrecuperabile, mi sembra. E’ il mio peccato originale: giusto per non essere da meno di tutti. Per essere umana. ‘nzomma… Davanti a me si son piazzati invece i due che comandavano, un uomo e una donna. E’ l’epoca della parità. Lui era  alto e secco, con l’aria ascetica che si addice al ruolo, anche se poi magari il grasso ce l’ha immagazzinato chissà dove, che so? in Svizzera, presso qualche parente, che uno almeno lo abbiamo tutti anche lì, da emigranti che siamo sempre stati; la donna invece una rotondetta di mezza età, ma con la cera di chi sta male ma non lo vuol dare a vedere e proprio per questo lo rivela ogni minuto di più, di un colore sul bianco-viola da far spavento, che anche l’età ci scapitava, tanto che uno pensava subito alla zona menopausa e magari aveva solo 37 anni, quindi addirittura meno della mezza età, e poco più della mia, che pure, sia detto per inciso, sembravo sua figlia, con i cromosomi del padre però…
Beh, vengono lì al banco e mi chiedono chi comanda qui e io, anche se non è proprio esatto, gli ho risposto che ero io. Perché insomma, mi tocca fare più o meno tutto io una sera sì e l’altra pure, con al massimo l’aiuto del ragazzo in cucina il weekend e della mia amica Vanessa che ogni tanto viene a trovarmi e porta il vino ai tavoli tanto per fare due chiacchiere con la sottoscritta e bere un buon bicchiere o due (o tre) in compagnia, gratis ovvio, essendo che per i due padroni, o forse uno solo ora (si sono lasciati qualche mese fa), questo è un guadagno accessorio e hanno ben altre attività da curare, e soprattutto ben altra voglia di divertirsi, la sera, visto che se lo possono permettere eccome! Che per togliersi anche questo fastidio, mi hanno persino proposto di diventare socia a una cifra più che ragionevole, visto che ormai la baracca è quasi tutta sulle mie spalle, ma io no che no!, gli ho detto, perché certo avrei da guadagnare niente male rispetto alle mie entrate attuali, come pure a quelle presumibili a breve e medio termine, ma poi dovrei stare occupata giorno e notte, quasi, e io la vita non la voglio inscatolare qui per quattro soldi in più, trovarmi con i piedi nel cemento e i sogni sigillati. Per dire…
Facciamo che sono io, gli dico allora; benvenuti! L’uomo mi guarda storto, che si figura che lo prendo in giro, che è l’ultima cosa che vorrei, specie in queste circostanze che se hanno voglia di rognare non ci mettono niente a fregarti, come quelli dell’ASL prima che arrivi il titolare A a parlarci di persona. Il titolare A (il B, o l’ex B un po’ meno) ha doti retoriche che io me le sogno, con tutto che sono dottoranda in filosofia. La pertica manda la donna, che allora è una vice, alla faccia della parità, tra i tavoli, assieme a un altro con una faccia, lui, così normale che prima non mi ero nemmeno accorta che c’era, a controllare gli scontrini e le ricevute di quelli che avevano appena finito e si apprestavano a partire, mentre ora sono prigionieri e una con un cappotto firmatissimo grida che quello è un sequestro di persona bello e buono e domani la fa lei la denuncia, nonostante il suo accompagnatore la supplichi sottovoce di darsi una calmata che poi lo viene a sapere il marito. Controllano i numeri degli scontrini, la corrispondenza delle cifre con i piatti e i bicchieri sui tavoli, fanno una loro aritmetica, tutta a mente!, tabelle e grafici inclusi, e chiedono di esibire un pezzo di carta anche a chi è appena arrivato o ha intenzione di consumare altro in aggiunta a quello che ha davanti a sé. Vogliono lo scontrino preventivo. Fanno il conto congetturale, per dirla con Borges. Intanto lui viene dietro il banco e mi fa aprire la cassa. E’ distaccato ma gentile. Piego la testa di lato e sgrano gli occhi, che di solito funziona coi maschi, ma lui non se ne accorge nemmeno. Con permesso!, mi fa. Prego! Fruga dentro e sotto e accanto, conta i soldi, sequestra il rullo, fa due mucchietti con le ricevute delle carte di credito e del bancomat, esamina le copie delle fatture, conta gli avventori, i bicchieri e i piatti sui tavoli, li somma a quelli nei lavelli, anche quello della cucina che si vende anche da qui che è vuoto, e al contenuto della lavastoviglie, che però, purtroppo, è sprovvista di contatore.
Io sono tranquilla, uno perché faccio sempre le cose in regola e due perché, come già detto, non è roba mia. Anche se ci tengo, sia chiaro, non solo perché sono amica del capo A ma soprattutto perché ho una mia coscienza. E pure tosta! Mi offro persino di dare una mano come posso, ma lui mi intima di stare quieta e tante grazie. Colgo l’occasione per esercitare il mio versante contemplativo, e mi accomodo sullo sgabello con il libro in mano, prima che mi sequestri anche quello, che tra l’altro è della biblioteca di anglistica. Prima lo scrolla e esamina ben bene però. Non sia mai che c’è qualche messaggio cifrato, documenti scottanti nei risvolti, tanto più che è scritto in modo incomprensibile.
Dopo un po’ arriva la donna a fare un primo resoconto. Ha una faccia che ho paura che mi schiatti da un momento all’altro e allora sì che sarebbero grane!, per cui le chiedo se desidera una camomilla. Non posso!, ribatte subito lei, irrigidendosi come un palo. Eh, mica rischio l’ergastolo per una corruzione da camomilla, dico io senza far pesare la mia ironia. Sono delicata, io. E poi la donna mi fa davvero pena. Sono preoccupata… mi identifico. Mi prende il virus dell’empatia, altro che distacco professionale! Via, le dico, se proprio, me la paga, con regolare scontrino. Il bifolco chilometrico finge di non aver sentito: credo che sia il massimo della sensibilità che gli è concesso. Sul lavoro perlomeno. A casa è di sicuro un giuggiolone! Sono tutti cosi. Sanno piangere.
Subito dopo però, va in cucina a dare una mano a quello che aveva fatto il guaio lì dentro. Non so se l’ha fatto apposta, ma io ho apprezzato. Senza aspettare la risposta, scendo dallo sgabello e vado alla macchina a preparare l’infuso. Ne ho proprio di buoni! Metto la tazzina sul bancone e accanto la teiera, poi torno a sedermi, voltata anch’io dall’altra parte per evitarle l’imbarazzo. Gentilezza chiama gentilezza. Che se poi lei non la tocca, la bevo io. Come faccio ogni sera, peraltro. A me la camomilla mi calma, ma mi tiene anche sveglia. A qualcuno fa questo effetto. Pochi, ma ci sono. Non lo pubblicizzano però, altrimenti molti non berrebbero più il tè o il caffè. E allora addio commercio!

Gennaio 2012. Grazie Anna!