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31/10/24

Uomo che cade


 

Non è raro vederlo cadere da sedie, ruzzolare da scale, inciampare nelle superfici più levigate, rovesciare bicchieri e rompere oggetti delicati in genere, picchiare testa gomiti e ginocchia contro qualsiasi cosa sporga o coinvolto in incidenti stradali di varia entità mentre segue traiettorie che solo a posteriori, e ad un esame molto accurato, rivelano una possibile razionalità tutta loro. Assume allora un’espressione più che di sgomento di meraviglia, e quasi di ebbrezza pur nel dolore che si affretta a manifestare con accenti di preferenza e di proposito grossolani, che è il suo modo di nascondersi, ovvero di sminuirsi, di deviare l’attenzione verso il marginale. Gli occhi, già di solito allegri, potenziano la loro luce e si dilatano in un’espressione gioiosa, per quanto affermare che solo allora si sente davvero felice sarebbe francamente eccessivo.


26/04/22

Epifania - Ipofanie (1986)

Recupero questa annotazione che oggi mi sembra più oscura (e confusa) di quanto allora non credessi, perché mi ricorda, tra l'altro, come sono nate le mie Ipofanie, e i brevi racconti che poi sono confluiti nella sezione eponima di Cosa dicono i morti

Sullo stesso foglietto dove inizia il seguente abbozzo, infatti, è annotato, isolato, con data luglio 86: IPOFANIA/E

 

1 agosto 1986

Parlando di Musil (ma credo valga per molti contemporanei), Magris scrive: "L'attimo non può venir tesaurizzato, l'illuminazione momentanea non può diventare possesso duraturo: la linearità, la successione cronologica del significante è incompatibile con l'atemporalità mistica dell'epifania. Possedere significa disperdere" (L’anello di Clarisse, p. 221). In questo caso cioè la riflessione sarebbe costituzionalmente impossibile dal momento che il suo oggetto, quando essa si instaura, sarebbe già svanito.

Mi chiedo se non sia non solo l'impossibilità di un possesso duraturo dell'attimo, ma proprio l'impossibilità di qualsiasi durata (di costruire la durata nella sua completezza attraverso la forma e la linearità) alla base dell'importanza accordata all'epifania da molti contemporanei, o meglio: del ritorno insistito, "necessario" dell'epifania in molti contemporanei.

Se l'epifania si impone, sia pure sotto varie vesti, allo scrittore contemporaneo, non sarebbe cioè dovuto alla perdita del tempo (lineare), alla sua frantumazione? Effetto quindi, l'epifania, e non causa o momento importante della frantumazione stessa: sintomo. Come se la mancata tesaurizzazione e l'impossibilità della durata scavassero un campo vuoto di cose (di rappresentazioni e di esperienza) ma sempre più carico di tensione, di una tensione senza oggetto che ad un certo punto scatta come una molla investendo la prima cosa o rappresentazione che capita (fosse pure una foglia o un frammento di specchietto come in L’ora del vero sentire di Handke)

D'altra parte questa esplosione (che è un'implosione rappresentativa) deve restare chiusa nell'attimo, perché se si svolgesse (sviluppasse, concretizzasse), la sua "relazionabilità" assoluta e totale la dissolverebbe, relegandola al rango degli altri attimi del tempo frantumato e irredento. L’impossibilità di relazione e di durata non sarebbero quindi insite nell'epifania, ma viceversa il tentativo di immetterla in una durata e la sua totale relazionalità la determinerebbero come monade, pena la sua dissoluzione qualora si tentasse di dispiegare la sua rete infinita di possibili relazioni. Questo, oltre a tutto, la eguaglierebbe a tutto il resto, che non è tesaurizzabile né duraturo (non diventa esperienza), proprio perché anch'esso dissolto in una rete tale di relazioni non gerarchizzate né gerarchizzabili, tanto che ogni scelta o limitazione farebbe saltare il "come tale" della cosa o rappresentazione in oggetto eguagliandola di nuovo a tutto il resto, cioè ridissolvendo nell'eguaglianza ogni differenza.

Sprofonda non importa dove, ed ecco perché l'epifania non ha oggetto se non occasionale; ma questo sprofondare assoluto, caricato dalla precedente tensione frustrata a "dire, esperire ecc.", non si chiude più su se stesso (per es. nella malinconia, nella catatonia fisica e psichica), ma si rivela come l'unico "pieno" possibile, si "accende" tanto che la scomparsa o l'annullamento nella vertigine della caduta si trasformano in un orgasmo di tutto l'"essere" ("corpo e mente"). Anzi, è la forma più compiuta di orgasmo, che è appunto scomparsa-annullamento e insieme illuminazione di tutto l'essere.

Ma ciò che l'ha portato a questo punto, e non alla scomparsa-annullamento come buio, dissolvimento, oblio ecc. (attenzione a queste immagini...) era la tensione già presente in precedenza, la "volontà" vuota accumulata (a dire ecc...). Ciò che si ricollega ad un altro topos della letteratura moderna (intendi topos non solo come luogo ricorrente, ma soprattutto come ciò – necessità o che altro – che l'ha reso tale, che ha moltiplicato il suo ritorno): lo scrivere ad ogni costo pur non avendo assolutamente niente da dire (come Walser, 175), ed anzi proprio perché non si ha niente da dire. Attenzione però: questo non aver niente da dire, che viene solitamente interpretato come contingente deficienza soggettiva, è invece condizione oggettiva. Walser dice: "sapere tante cose, aver visto ecc.", ma questo non regge un: eppure non ho niente da dire, bensì un: e non... (congiunzione coordinativa copulativa e non disgiuntiva, che potrebbe anche essere letta come conclusiva: pertanto..., o come implicazione: B appunto perché A).

Walser non augura a nessuno di trovarsi in questa condizione, senza sapere che proprio essa sarebbe diventata la regola (lui, l'eccezione, prototipo della futura, ma prossima, regola). Ecc.

Così l'epifania, o l'estasi puntuale, non è la contraddizione o il piede di porco che scardina l'ordine lineare del tempo, ma l'altra faccia della sua dissoluzione, e come l'ultimo rifugio da questa dissoluzione lasciato, e implicato, per chi non è ancora giunto a (intravvedere la possibilita di) costruire/vivere un tempo diverso, che è il vero problema. Ora, questo tempo la narrativa contemporanea lo costruisce (difficile è definirlo...): per questo molti romanzieri l'epifania, che prima avevano ricercato/utilizzato, l'abbandonano (Joyce, per es. – ma cfr.). L'epifania è l'ultimo residuo del tempo lineare, la sua presa di coscienza l'inizio di un tempo diverso (Proust, per es.? – ma cfr.)

È anche l'altro lato (il termine di un percorso) della differenziazione basilare per l'ordine temporale dei bambini e dei popoli primitivi, tra ora e non ora (cfr. Facchinelli, Freccia ferma, 38-9): per essi il presente è qui e ora, pieno, seguito da un altro altrettanto pieno che però non è un poi, così come quello precedente non diventa un prima.

cfr. poi 224…

 

07/02/22

Accostamento al terzo silenzio (Ultimo racconto di Cosa dicono i morti.)



I sogni sono le sue creazioni più alte: tanto perfette che può immediatamente dimenticarli. Dover ricordare anche i sogni sarebbe veramente troppo: ancora una prigione e una farsa. Quelli che non gli riescono a regola d’arte però, che cioè non si esauriscono nel loro farsi che subito svanisce, accedono all’indesiderata immortalità dell’incubo che ritorna anche da sveglio, col ritmo che è inutile indagare del caos. Subirlo basta e avanza: spinta più in là la conoscenza non arriverebbe mai a cancellarlo né, d’altra parte, aprirebbe a lui nuovi orizzonti su di sé, ma solo nuovi fastidi. Lasciare che si dimentichi è molto meglio. Volersi conoscere a fondo, più ancora che volgare, è una truffa ignobile.

Ancora più ignobile, tuttavia, è volersi far conoscere. Così ha deciso, per quanto gli sarà possibile, di non dire mai niente su di sé: è tanto spesso e da ogni direzione invaso, che non intende contribuire alla propria totale violazione. Esporsi è il male peggiore, la peggiore indecenza, e lui non vuole essere il peggior stupratore di se stesso. Ciò che gli capita di più suo, anche quando a provocarlo sono gli altri, se prima pensava che fosse ciò che solo meritava di essere detto, ora intende custodirlo nel segreto, la sua unica dimensione. Ciò che è più suo merita solo di vivere, ma per vivere deve essere cancellato, sottratto al dicibile anche per lui stesso. Per proteggerlo nel segreto gli sarà riservato il silenzio, e viceversa egli saprà che è più suo, e che quindi merita il segreto, solo ciò che saprà accedere al silenzio. Non dirà più, d’ora in poi, che ciò che è suo e di altri, di tutti, e quindi di nessuno, e comunque parlerà solo per conservare in ogni parola il suo lato silenzioso: potrà così contribuire a proteggere anche il segreto altrui, a porre le condizioni, o meglio ad aprire uno spazio per il silenzio di chiunque altro, che poi ingrandirà forte e autonomo incontrandosi col suo, comunicando con esso per le loro specifiche vie, le più alte e pure, lui e l’altro assenti.

19/01/21

Vergogna

Non è mai stato molto intelligente. Certo, non è colpa sua, eppure si vergogna ad ammetterlo. Da bambino, siccome era piuttosto sveglio e vivace, tutti pensavano che lo fosse, invece. Tanti, dai parenti agli amici agli insegnanti, e in tanti modi glielo avevano ripetuto, che aveva finito per convincersene anche lui: gli sfuggiva la fragilità del nesso, e forse gli andava anche bene, sotto sotto. E’ vero che ci sono delle persone molto intelligenti che da piccole erano delle zizzanie come lui, ma è altrettanto vero che nei bambini una grande intelligenza può accompagnarsi ad atteggiamenti che rilevano di una certa ottusità e frignoneria. Magari per timidezza, chi lo sa? Introversi. Precocemente segnati da esperienze amare quanto fruttifere in prospettiva futura. Alchimie spesso riscontrabili anche negli adulti, del resto. La vita è bella perché è varia. Ma ci sono persone vitali quanto cretine, se è per questo. Non sembrerebbe il suo caso, comunque.

La sua vivacità si manifestava nell’afferrare al volo le cose e nel raggiungere in breve tempo un’apprezzabile capacità di manipolazione, una versatilità e un’abilità che non mancavano di stupire, in un bambino: bastava che qualcosa lo stimolasse perché lui vi si gettasse a capofitto, senza perdere con ciò le sue precedenti acquisizioni, che ritornavano intatte allorché se ne presentasse l’occasione e la necessità, anche se difficilmente riusciva ad integrare organicamente le nuove con le vecchie, come se ciascuna vivesse separatamente.

Ma nessuno faceva caso a questa deficienza, lui meno di tutti. Poca concorrenza, attenzione e metri di giudizio instabili, benevolenza diffusa, non contribuivano che a meglio illustrare le sue successive prestazioni, confermando la sua eccellenza e spingendolo a prove sempre differenti e sempre brillantemente, ma allo stesso modo, superate. Si rammarica solo di essersi fermato, così crede ed è inutile non credergli, a quel livello. Anche adesso coglie al volo molte cose e altrettante ne sa fare abbastanza bene, e gli è rimasta un’apparenza di vitalità che lo spinge ad affrontarne molte. Il suo cruccio è che tutto si infranga contro il limite dell’”abbastanza bene”.

E’ quasi insuperabile nel cogliere le superfici, ma questo è anche il suo più grave difetto. Di capire veramente non è capace. E nemmeno di darlo a vedere. Fingere è un’astuzia troppo superiore alle sue forze. Capita sì che, siccome cambia spesso, di capire dia l’impressione, ma è per l’appunto un’impressione che si fanno gli altri: lui, quanto a sé, è rigorosamente vero, sempre. E così ancora oggi alcuni persistono nel giudicarlo molto intelligente, le prime volte che lo incontrano. Se lo frequentano più a lungo però, prima o poi fatalmente si accorgono dell’abbaglio. A meno che non siano ancora più stupidi di lui, come pure capita. Ragion per cui ha una tendenza imperiosa, quasi una coazione, a legare esclusivamente con quest’ultima categoria. Gli altri non li frequenta più dopo le prime volte: gli piace lasciare di sé il miglior ricordo. Per delicatezza. O altrimenti fa in modo di incontrarli sempre dopo lunghi intervalli, onde permettere alla buona impressione di sedimentare e che vengano dimenticate invece le basi fragilissime su cui era fondata. Allora dà una spolveratina al suo lustro, piccolo o grande che sia, senza correre inutili rischi, e per un po’ torna a dileguare. Non è bello, né per lui né per loro, che lo prendano per un idiota, moralmente ed esteticamente parlando. Anche loro, che figura farebbero se scoprissero di aver commesso un errore tanto madornale?

Ovviamente soffre a vivere sempre in mezzo a dei perfetti cretini solo perché qualcosa in lui esige una posizione di dominio, rifiutandosi di vederlo sistematicamente soccombere o servire. Ineliminabile atra dell’infanzia, l’abitudine ad essere il capo, così facile in cerchie ristrette e limitate come quella in cui è cresciuto lui! Poi, maturando, le occasioni per ricredersi abbondano addirittura, ma sempre qualcosa, in fondo, si ribella al cedimento definitivo, seppur non corroborato dalla benché minima carica aggressiva. Nel suo ottimismo lui spera che proprio questa possa rivelarsi la sua via verso la saggezza. Ma non si illude.

Del resto la tentazione di comandare è molto forte: basta averla assaggiata anche una sola volta per restarne intossicati per sempre. Altro che comodità dell’asservimento! Ci piace dipendere in tutto e per tutto dalla mamma solo in quanto siamo assolutamente certi che è lei ad obbedire in tutto e per tutto al nostro volere. Sei disposto a servire qualche volta solo se sei tu a decidere quando e come, e se puoi comandare il resto del tempo, così hai la sicurezza di comandare anche quando servi. Servi allora, inoltre, persino volentieri: sfuggi alla presunta cattiva coscienza del despota. Anche i despoti hanno una coscienza, è d’uopo attribuirgliela; e come potrebbe non essere cattiva, d’altronde, dal momento che è una coscienza?

L’astinenza dalle compagnie geniali e dalle frequentazioni intellettualmente stimolanti, tuttavia, alla lunga riesce un po’ frustrante. Così col tempo ha escogitato un semplicissimo sistema rotatorio che gli assicura una certa costanza negli incontri, ma sempre con gente differente.

Il numero di persone degne di frequentazione non è alto purtroppo, ma basta fare una scaletta tenendo conto delle date, e assiduità e ripetizioni non si sovrapporranno. Ci sono due pericoli tuttavia, di natura uno oggettiva l’altro soggettiva. Il primo si verificherebbe se, durante i reciproci incontri tra i suoi interlocutori, il discorso venisse a cadere su di lui: si accorgerebbero, confrontando ricordi e opinioni, che si ripete e non oltrepassa mai la soglia della pura suggestione momentanea. Ma non è un vero pericolo a ben guardare, perché lui fa sempre in modo, quando porge o parla, di ritrarsi o di far pensare, come difatti è in ogni caso, che le sue parole sono suggerite dalle loro o da quanto essi fanno o hanno fatto. E’ inoltre raro che nelle conversazioni si oltrepassi quella soglia, e quindi è difficile farci caso, tanto più se vitalità e varietà nella ripetizione vengono a giustificare le interruzioni. E poi perché quegli importanti personaggi dovrebbero occuparsi proprio di lui, quando ciascuno può benissimo, con un tasso ben superiore di soddisfazione e di utilità, riferirsi a sé e agli interlocutori del momento?

Più preoccupante invece il secondo pericolo, specie in quanto consustanziale alla sua persona, che anzi ne dipende come da un principio trascendente: il suo spirito mimetico cioè. Non tanto per la tendenza a identificarsi con qualsiasi persona oggetto o situazione, quanto soprattutto perché lui stesso riconosce di essere solo in e attraverso queste successive identificazioni. Ha riconosciuto cioè che tutti i cambiamenti e gli entusiasmi cui va soggetto non dipendono da qualche sua voracità o desiderio di estendere le proprie capacità e cognizioni, ma che al contrario è lui, nella sua identità, a dipendere totalmente da essi. Ecco la ragione di tutti gli interessi e di tutte le successive prove di abilità che lo hanno caratterizzato fin da bambino: la versatilità non era l’espressione delle sue qualità, ma una necessità costitutiva. E difatti niente è mai stato scelto da lui o lo ha coinvolto in un’interessenza profonda, e sempre egli ha colto solo, e bene, la superficie: solo essa ha sempre visto e lo concerne. Al di sotto e al di là non c’è per lui, lui non è niente. Colta, la superficie è come esaurita, non è più, e quindi non è più nemmeno lui.

E’ come se egli fosse ridotto ad un grande occhio e basta, o ad uno specchio, tutto definito da una dimensione visiva: balbetta al telefono e gli piace la pittura. Per sua fortuna c’è sempre qualcosa di diverso che gli si offre, o una diversa superficie che magari è ancora la stessa cosa di prima, ma non per lui che non distingue la diversità di prospettiva e non afferra le relazioni. Tutto procede secondo una legge di pura contiguità che non conduce ad accumulazione né a condensazioni, e scivola da un’impeccabile evidenza all’altra in un treno né casuale né causale. Senza nessi né misteri. Se ci sono articolazioni o rapporti deducibili lui non li coglie, e lo stesso mutamento di oggetto lo sfiora soltanto allorché il nuovo gli si impone e i predecessori gli sono diventati assolutamente estranei. Non li può richiamare, come da piccolo, secondo l’occasione o la necessità, sia perché troppi ne sono succeduti nel tempo, sia perché, ora, è il cambiamento stesso a costituire l’unica occasione e necessità. E’ come se non fossero mai stati, ormai: l’uno ha allontanato l’altro per sempre, nomenclatura di personaggi che hanno nel nome la sola testimonianza, in una lingua per il resto indecifrata. Pensa ed esiste, lui, solo in presenza. Ecco perché di quegli interlocutori e dei loro sostituti ha un sempre rinnovato bisogno.

Va da sé che ha bisogno anche della sua cerchia abituale: in quanto tale, ogni superficie è buona. Alcune però, il criterio è puramente quantitativo, durano decisamente poco e suscitano reazioni scarnificate, troppo lisce, omogenee, limitate… Né egli dubita che possano celare insospettate ricchezze, oltre la porta stretta della loro apparenza, solo che il passaggio a lui non è noto. E concede pure che coloro che reputa geniali lo siano solo di facciata; vale però lo stesso discorso. Per non sbagliarsi si attiene all’attrazione che subisce e ai valori socialmente riconosciuti, specialmente quando si presentano nuovi oggetti. Ma se fortunatamente il mondo è vario, non è però infinito, almeno quello a sua disposizione. Di qui la necessità di sostituti e di aggiunte.

Questo potrebbe spiegare, per esempio, la sua passione per la lettura, la coazione, anzi, a passare da un libro all’altro senza soluzione di continuità. Anche se, quando legge, avviene spesso che non legga: guarda se stesso leggere, come prodotto della lettura, e non fa troppo caso a ciò che gli occhi scorrono. Naturale che non capisca, che slitti sulla comprensione, sbigottito a fissare il proprio sbigottimento. Ovvero capisce quel che legge, ma solo quello: leggere è ciò che lo avvicina di più al pensiero, ma non può pensare finchè legge, esattamente come non può una volta che di leggere ha terminato. E così continua a non capire. Quando ha finito di leggere può solamente dire: ho letto. In certi casi aggiunge, in perfetta incoscienza: bello!, o tira un sospiro: anche questo è andato, posso cominciare altro. Ma ‘altro’ che cosa? Ancora leggere: la ricerca della catatonia. Per poco forse, ma almeno quella la raggiunge, talvolta: sospeso, bloccato, escluso da tutto, impedito a qualsiasi parola o movimento, eppure sicuro che quello è il massimo di vita consentitogli. Non che lui lo sappia, prima durante e dopo; ma perché compulsivamente ricercarla altrimenti? Una sicurezza inspiegabile quando non c’è, indiscutibile quando c’è.

Finisce sempre, quando legge così come in ogni cosa che fa in solitudine, che tutto ciò che gli sta di fronte determini e si identifichi con ciò che gli passa per la testa, e che ciò che gli passa per la testa, altro non serva che a fornirgli un’immagine di sé, per quanto provvisoria. Ad attività terminata, egli resta solo con la propria immagine più recente, che si limita a seguire, impotente, nel suo inarrestabile svanire: pura constatazione che l’impotenza si sforza per chissà quale deriva di rivestire di sembianze razionali e causali a loro volta puramente sintattiche, così che il tenore stesso della constatazione si fa sempre più remissivo e incolore, fèsso e senza oggetto, perché lui è l’oggetto, impassibile e senza soggetto perché lui è il soggetto.

Può solo, per ovviare, contrapporre alla propria immagine che scompare, un’altra già scomparsa, che ne occupa provvisoriamente il luogo in mancanza di una nuova che niente e nessuno è in grado di fornirgli al momento. Immagine naturalmente incerta e sfumata, evocata dalla mancanza e affiorante per pura differenza, dato che il puro vuoto se da un canto è la realtà, dall’altro non può ammettere che lo si riconosca, pena la definitiva scomparsa di tutti i sostituti nei quali solamente trova sussistenza, ma immagine nella quale soltanto si sprigiona per lui una scintilla di emozione. L’emozione è nel passaggio.

Principio di alternanza e di contrapposizione laterale, la nuova immagine sorge più facilmente in compagnia, tuttavia per ondate mimetiche. E’ la contrapposizione stessa delle identificazioni materiali e momentanee che lo soccorre allora, e lo rinvigorisce innescando talvolta persino uno scatto di aggressività, l’impulso prelibato alla polemica. Una cosa nasce dall’altra: allitterazioni; si appoggia sull’altra e vi si contrappone, poiché nessuna vive di forza propria: negazioni, antitesi, paralogismi se è il caso. La polemica presupponendo una forte identificazione, si comprende che lui la prediliga: gli sembra di vivere con maggiore intensità. Si rammarica solo che sia tanto rara: sempre quelle scipite rivendicazioni indirette, le invidie taciturne, gli sfoghi domestici!

Quando si manifesta però, fosse pure in sordina, lui vi si getta a corpo morto, la raccoglie, la coccola e la cresce con tutto il suo amore: diventa allora accesa, spumeggiante, addirittura virulenta, estrema, subdola o sfacciata a seconda dei casi, pronta ad usare qualsiasi arma, lecita o meno, come appunto conviene che ogni sana polemica sia. Quanto evanescente tuttavia! Tutto dipende da dove si trova e con chi.

L’aggressività non origina mai da lui; e come potrebbe? Va in un posto, vede gente e aspetta. E’ gentile, mansueto, potrebbe facilmente sembrare saggio nel suo distacco, a uno sprovveduto, o la vittima designata, allo smaliziato. La verità è che lui ancora non sa chi è né in che modo verrà ad essere. Ma se appena l’atmosfera si turba, le voci si alzano e le posizioni si irrigidiscono, prende il via anche la sua mutazione, verso il crescendo e poi il fortissimo.

Caricata la pila, è impossibile fermarlo: diventa settario, intransigente, assoluto. Un vero leader, per un po’. Nemmeno lui riesce più a controllarsi, tanto che in più di un’occasione si è spinto fino a causar disagio anche in coloro stessi che difendeva o per i quali parteggiava. Non che non se ne rendesse conto, ne era dispiaciuto anzi, ma più forte di lui era la sicurezza di sapersi da qualche parte. Gli altri però, quando si vedono imitati, rifiutano inorriditi la sua totale assimilazione e, pur evitando di cedere ai vecchi avversari, si distolgono dall’oggetto su cui convergevano le loro opposte idee e le di lui imitazioni e tutti insieme gli si rivolgono contro, lo aggrediscono da ogni lato, costringendolo a combattere su tutti i fronti. Lui allora difende a oltranza l’oggetto, cioè il loro desiderio che è diventato suo, e si fa tanto più aggressivo quanto più gli altri ripetono che in fondo ‘non è niente’.

Poi, col passare del tempo, tende ad assumere tutte le posizioni contemporaneamente nella loro versione più vigorosa, quella negativa cioè, che meglio evidenzia le pecche di ogni antagonista, e finisce col disprezzarli tutti con la stessa forza. Quando è finita, naturalmente si vergogna di se stessa e delle altre, che ha contribuito a smantellare e dalle quali è stata smantellata, e lui stesso diventa, è la Vergogna.

E’ la vergogna che gli mostra quanto inconsistenti fossero le sue prese di posizione, tanto più marcata quanto più accese quelle, diventando vergogna degli spazi vuoti tra ognuna di esse. E lui stesso si sente svanire come non mai, si nega fino alle radici della propria inconsistenza, e negandosi si riconosce e si afferma, mentre fluttua in quelle intercapedini nelle quali trova infine una dimora.

 

(da Cosa dicono i morti, metà anni '80 circa)

 

 


03/12/20

Non vedersi non vedere


È notte fonda e, contrariamente alla moglie che è tanto stanca da non riuscire a prenderlo pur essendone schiacciata, non ha ancora sonno. Legge. Se non legge non si addormenta, secondo una perversione ormai inveterata: gli sembra che la testa necessiti sempre di un supplemento di attività, prima di cedere. Altrimenti si troverebbe spaesato di fronte a un vuoto impossibile da colmare, sul lato faticoso della quiete. Leggendo, invece, si dimentica nelle parole, il corpo si rilassa e, tutte le difese allentate, il sonno può cominciare a invaderlo, dai piedi su su fino alla testa ormai popolata. Non cede subito però, vuole almeno finire il capitolo, non importa con quale profitto. Sa che le prime avvisaglie non contano, quindi resiste: solo quando il libro gli cadrà di mano sarà pronto e spegnerà la luce. Reprime gli sbadigli che con ritmo sempre più serrato lo sorprendono, anche per non disturbare la moglie che si avvia al primo sonno, così leggero in lei. Poi gliene sfugge uno secco e piuttosto rumoroso. Più che uno sbadiglio vero e proprio è l’effetto, e il concentrato, di tutti quelli che finora ha represso, quasi un rantolo spezzato, la loro vendetta. Subito la moglie si sveglia, si innervosisce e perde il sonno: ma insomma, un’altra volta! La coscienza della colpa e l’agitazione della moglie che egli assume e amplifica come a volerne liberare lei, a questo punto, fanno perdere il sonno anche a lui, che proprio in quel momento stava per posare il libro e spegnere la luce. La fuga dello sbadiglio infatti non era che l’atto finale della sua resa. Tanto più gli passa poi il sonno, quanto più si irrigidisce e, tardivamente, si controlla per non provocare altri rumori. Così, attonito e ansioso, osserva l’evolversi dei pensieri che la colpa ha innescato, fino a che, presto, si esauriscono.

Allora chiede, inutilmente, che qualche altro venga come un buon samaritano a visitarlo; quindi osserva la sua vana attesa e comincia a descriverla. È ancora, tanto è normale questa descrizione, una riproduzione del vuoto, ma proprio perché si tratta insieme di un vuoto, di un’azione e di un’attesa, forse, ecco che si fa strada qualche storia che, sempre invano, aveva inseguito durante il giorno, o se non quella, un’altra, magari migliore. Difficile giudicare però: è troppo eccitato! La segue sorpreso e per un po’ si lascia trascinare dal corso delle parole finalmente sbloccate, ripromettendosi di alzarsi non appena la moglie si è addormentata a fondo e di trascriverla. La segue ancora per un po’ per sicurezza, non si sa mai, poi ritorna alla frase iniziale, la più importante, per memorizzarla parola per parola, e su qualche particolare, per specificarlo o apportare improbabili migliorie, ma quando si alza, naturalmente, o tutto è svanito o ha perso rilevanza. Alcune scaramucce per rinfrescare il ricordo finiscono di svegliarlo, ma, a dispetto di uno strascico di desiderio che persiste vacuo, resta ancora al tavolo solo per inerzia e prostrazione: anche di leggere gli è passata la voglia, o la forza. Si guarda attorno: il tavolo, i libri, i quadri, il soffitto, i fogli, la stilo, per un ultimo, penoso, tentativo, e decide di tornare a letto. Lo fa con circospezione, a tentoni nel buio, attento a non svegliare di nuovo, e questa volta irrimediabilmente, la moglie, che già per l’eco negativa, per dir così, dei rumori soffocati dell’accostamento cambia posizione sbuffando nel sonno. Anche lui, sul materasso rigido e per fortuna silenzioso a causa dell’asse sottostante, cambia spesso, ma delicatamente, posizione, alla ricerca di quella giusta, ma nessuna lo è, dato che il sonno è definitivamente scomparso. Torna a irrigidirsi, supino, ad occhi aperti, scacciando parole e mezze frasi alle quali non intende dare più credito. Non vuole più ascoltarsi né ascoltare: guarda nel buio, e non vede, il soffitto, e sente che anche il soffitto lo guarda, a sua volta senza vederlo. Meno male. Chiude gli occhi per non vedersi non vedere. È disperato. Sorride e si addormenta.

04/11/20

Curvatura, anzi: parabola, del pensarsi

Invece di pensare, si pensa. Nient’altro. Così l’affacciarsi di un diverso pensiero non può che coglierlo alla sprovvista, inutilizzabile. È del resto un evento tanto raro che appropriarsene è l’ultima delle sue preoccupazioni: invece di fissarlo e di analizzarlo si limita a guardarlo meravigliato, a fantasticarci sopra come se fosse una rampa di lancio verso cieli ignoti, nella cui nebulosità si sprofonda senza nemmeno tentare di delineare la più piccola area, fosse solo quella in cui in quell’istante si muove o passa, verso altre, nuove e altrettanto nebulose. Sa che al primo tentativo di approfondimento, infatti, mediazioni e nessi cancerogenamente prolificherebbero fino ad impedire qualsiasi moto, e la vuota paralisi abituale, peraltro confortevole, si ripresenterebbe. Ma anche da questo sguardo stupito non è che tragga vantaggi: fin che può continua a sussistervi, rapito; poi, colmando il breve intervallo che separa lo stupore dalla stupidità, finisce col guardare lo sguardo per, subito, non vedere più niente. Questo niente dapprima lo sgomenta, poi lo sazia e infine lo trascina a un iperattivismo della nientificazione. Si applica allora a dimenticare tutto ciò che sa o crede di sapere. I risultati permangono scoraggianti. Cercando di dimenticare una cosa, infatti, si libera immediatamente lo spazio per un’altra che di nuovo lo trae nella deriva del proprio oblio, non senza suscitare la tensione, e forse addirittura la curiosità (che è il sigillo del fallimento), verso altre ancora da essa emanate o ad essa adiacenti, sotto il dominio assoluto della contiguità. Più procede quindi, più la distruzione per dimenticanza di una cosa risucchia nella propria cavità il pieno di tutte le altre simultaneamente, secondo un meccanismo che tende a diventare infinito riproducendo solo se stesso, indipendentemente dagli strumenti di cui una volta si serve e rendendo superflui persino i più labili simulacri di reazione. Potrebbe essere proprio questo il momento in cui la sconfitta si ribalta nell’estasi della vittoria, tanto più sfolgorante quanto meno cercata, ma non è così: infatti ora ricorda tutto, anche ciò che aveva dimenticato prima ancora di cominciare a dimenticare.

Allora prova a dire basta; se non che qualcosa come una fame sopravvive all’interruzione, a meno che non sia essa pure una semplice e vuota sensazione, un’altra illusione. È ciò che spera. Se essa lo invadesse, se ne fosse totalmente prigioniero, chissà, potrebbe dimenticarsi di dimenticare.

Ma non è così facile: il fatto è che non si dimentica di se stesso. In qualsiasi frangente sempre e solo di se stesso continua ad occuparsi, nonostante tutto. Anche prima non stava facendo altro, constata rammaricandosi, ma non troppo. Certo gli piacerebbe, o almeno così crede, occuparsi dell’altro, se non che sempre è ricondotto al solito cerchio. Fantastica che occuparsi d’altro sarebbe anche il modo migliore di occuparsi di sé, ma non può ignorare che anche per occuparsene deve pur sempre occuparsi di sé, e che anzi proprio questo è il modo migliore. Almeno per lui. Finisce che non si occupa più di niente, se non di questa pura preoccupazione.

Inoltre non è paziente; se le cose stanno in qualche modo, vuole troppo capire come stanno, e troppo direttamente dirlo. Pensando solo a sé pensa di pensarsi direttamente, nel modo più immediato e compiuto, l’unico che non gli sembri una menzogna, sia pure ben decorata. Sospetta a volte che appunto questa sia la menzogna peggiore, così come a volte sospetta che la menzogna è il modo migliore per non mancare la verità, ma alle potenzialità del linguaggio indiretto non riesce comunque a rassegnarsi, forse perché, di nuovo, non riesce a sentirlo come suo: come se ne avesse paura. Quindi parla sempre solo di sé, avendo ormai rinunciato a parlare d’altro.

Sì, vorrebbe dire tutto direttamente, per sé e di sé, non fosse che il linguaggio diretto è così maledettamente parziale, sempre bisognoso di nuove diramazioni, specificazioni e soccorsi: si tradisce e tradisce. Per avvicinare, allontana, rivelandosi ancora più indiretto dell’altro, senza fine. Così lui, non riuscendo più a dire né a pensare niente, finalmente tace. Ma gli rode.

Lentamente si dissolve, evapora come una medusa sulla ghiaia, senza lasciare però, come le meduse, nemmeno quel delicato alone transitorio azzurro o rosa. Il pensiero diverso sarebbe, certo, la sua unica possibilità, ma proprio questa possibilità è l’unica che gli è preclusa, inutilizzabile. Aspetta comunque a soccorrerlo, per la sola inerzia dell’attesa, il suo scostante ritorno: che non troppo tardi egli divenga utilizzabile per esso.


26/10/20

Uomini disperati in giro non ce ne sono

Uomini disperati in giro non ce ne sono, e se ci sono non lo danno a vedere. Hanno altri problemi, si danno da fare e a volte provano emozioni, ma per il resto fingono di essere tranquilli, o, con opportuna esagerazione, addirittura felici, e fanno bene. Esibire la disperazione ha meno senso ancora che esibire il dolore. Il dolore, quando viene esibito (basta solo nominarlo), non è dolore, è una pagliacciata, e viceversa quando lo è, l’esibizione, più ancora che superflua, è dannosa: svilisce, in chi lo subisce e non può allontanarlo, quel minimo di dignità che pertiene anche al dolore più insulso. Ma mentre il dolore non chiede aiuto, e proprio per questo l’aiuto non può che accorrere e venire accolto, la disperazione sa per prima cosa che non c’è aiuto possibile, ed è quindi refrattaria anche all’aiuto che accorre non chiamato. Anche per questo la disperazione non ha alcun bisogno di esibirsi. Lo sanno tutti: perciò camminano come se niente fosse, con quella tenue aria da imbecilli che solo chi è salvo per sempre dall’imbecillità può assumere. I veri imbecilli sono quelli che non ne hanno l’aria. Sanno di esserlo, ma questo non li redime, così si difendono dall’imbecillità che essi sono respingendola dal sembiante. Hanno quindi, perlopiù un’aria seria, intelligente o, con improvvida esagerazione, addirittura, appunto, angosciata. Ma niente è più risibile di un uomo angosciato, anche se tace. Essere angosciato vuol già dire comunicare l’angoscia, aprire un varco in essa che la nega. Se uno è l’angoscia, viceversa, non può essere angosciato: sarà un uomo buono, magari un po’ stupido a volte (poco importa), ma pacifico e sereno. Un uomo che ispira fiducia, e difatti la dà. Felicità di vivere tra uomini simili.

 (fine anni '80)

 

1 Beckmann 

2 Cézanne

11/11/19

Puntualità del tramonto


Assente come chi ha declinato per sempre un appuntamento, la sera non accenna ad arrivare: sembra che la luce si ostini a durare sfilacciata in un crepuscolo eterno, col sole in equilibrio sul filo delle nubi all'orizzonte che si sono riservate ogni possibile turbolenza, sovrano e immobile con la consueta dignità eppure quasi vergognoso per l'incresciosa vicinanza, come ne sia invisibilmente eroso.
Evaporato anche il senso dell'attesa, l'uomo senza occhiali fissa istupidito l'equivocità, più che la stranezza, di quella sospensione, lasciando tuttavia trasparire di esserne in qualche modo pago. E difatti lo è. Filtrato dal polsino della camicia, sente il motivetto di proposito anodino che gli segnala la scadenza del termine massimo preventivato risuonare indefinitamente, chissà da quanto tempo. Un'altra persona, vicino, lo guarda divertita, non si potrebbe dire con tenerezza però, senza far nulla per richiamarne l'attenzione, a sua volta paga di questa immobilità definitiva, dimentica del poco di ansia che l'aveva trascinata fin lì.
Chiamarlo non è questione: comincia appena a pensare se sfiorargli la giacca o solo muoversi con la testa o di un passo, insoddisfatta di ogni alternativa per lo spostamento che comunque comporta, quando lo raggiunge, con uno squarcio violento, qualcosa di silenzioso, venuto da lontano, mentre il sole ormai svuotato di energia crolla clamorosamente di colpo, come dicono che accada ai tropici o all'equatore, e l'uomo senza occhiali blocca la suoneria, dilatando in un urlo la nota interrotta, prima di andarsene nel sollievo della sera recidiva.


06/11/19

Sogno con due angeli seduti a un tavolo e uomo che affoga (fine anni 80)


La punta stretta e scura della barca sembra immobile sull'acqua, mentre silenziosa scivola verso il pontile che si prolunga come aia in terra battuta confinante con l'erba folta. La prima cosa che vedo sul cascinale dai muri marcescenti, quasi a pelo d'acqua ma perfettamente conservato in una nicchia rettangolare, è un affresco che sembra un frammento di tavola primoquattrocentesca a fondo dorato, con due santi riccamente vestiti di velluti e broccati. Uno di essi, una giovane donna, tiene in mano un ramo di palma e sorride serenamente. Solo più tardi, muovendo lo sguardo come una 'panoramica', dopo la base melmosa del pontile e la porta a vetri di legno tarlato dell'osteria, vedo i due angeli seduti all'unico tavolo di pietra dell'aia. Uno porta un fastoso copricapo da pellerossa e l'altro ha la faccia impastata di lucido nero. Per il resto sono tutti bianchi, dalle mani alle vesti ai piedi alle ali. Il primo, immobile e silenzioso come tutto d'attorno, un gomito appoggiato al tavolo e l'altro braccio abbandonato lungo la sedia, guarda verso l'acqua non so se stanco o rilassato; l'altro sembra che vi abbia appena distolto gli occhi e sta per portarsi un bicchiere di rosso alle labbra. Accanto ad essi, pure con un bicchiere in mano ma con l'espressione tranquilla e indifferente del primo angelo, con lo sguardo fisso sul piano del tavolo, un vecchio contadino, un po' lacero e con la barba e i capelli leggermente più lunghi del normale e arruffati. Nell'acqua profonda davanti a loro qualcuno si è appena tuffato e sta annegando in silenzio, senza agitarsi.
C'è un posto, in ogni osteria dell'isola che si affacci sul mare, chiamato 'del morto'. È sempre libero e, eccetto i rari casi in cui arriva un ignaro viandante (ma anche allora non si sa mai), nessuno lo occupa, nemmeno se tutti gli altri lo sono. È riservato appunto a chi vuole morire. Quando uno sente di star per morire infatti, o non vuole più vivere, va lì e si siede. L'oste accorre solo se fa un cenno, gli altri avventori al tavolo non si spostano, ma nessuno gli rivolge la parola se non richiesto, e la vita del bar, le discussioni e le partite a carte, proseguono al solito ritmo, come se niente fosse. Tutti sanno che il nuovo venuto non si alzerà vivo da quel posto, a meno che non lo vinca l'impazienza e non si getti in acqua; ma nessuno, in nessun caso, cerca di convincerlo a desistere o si offre di aiutarlo. Non è necessario che lo siano ad ogni costo, ma in genere a occupare quella sedia sono i vecchi dell'isola. Ad ogni generazione, qualcuno pensa che la consuetudine finirà, eppure c'è sempre qualcuno che ricomincia e si presenta, tanto che raramente ci sono state delle interruzioni vistose. 


Io sto raccogliendo materiali e facendo sopralluoghi per un'inchiesta televisiva sulla pietà e penso scioccamente alla 'divina indifferenza animale', a un'età precristiana e preromana che peraltro ignoro. I due angeli e il vecchio sembra che nemmeno si accorgano della mia venuta, ma io siedo comunque al loro tavolo, forse perché attorno è tutto deserto. Senza parlare chiedo al vecchio quale sia il 'posto' in quell'osteria e lui piega il bicchiere quasi vuoto verso di me. Tranquillo a mia volta, constato e guardo l'erba folta ai margini dell'aia. Sento da lontano il canto di un tenore: adesso è malato e dimagrito, la pelle rossa e screpolata sulle guance consunte, ma la sua voce è ancora molto bella.



12/02/17

I MORTI E IL CAMMINARE


 

Cammino sui morti. Tutta la terra qui intorno è solo morti, e più in là, ovunque. Li sento sotto le scarpe che urtano, si muovono, mi fanno sobbalzare, mi aggrediscono, così che non posso mai arrestarmi e riposare. Cammino, di giorno e soprattutto di notte, perché la notte, in quel suo povero silenzio di gente chiusa in casa che finge di dormire e in realtà trattiene il fiato impaurita, non sentirli è impossibile: sono loro l'incessante rumore della notte, quello che l'udito si esercita da millenni a non udire fino quasi a riuscirci, quello che altrimenti attribuiscono alle fabbriche e alla città lontana. Ma quali fabbriche? quale città? Riempiono la notte di rumori arbitrari e fasulli per non sentire quello dei morti che si agitano. Ma io li sento, di giorno e di notte ancora più chiari, e non mi resta che camminare. Miliardi e miliardi di erbe e di piante con la loro debole anima, miliardi di insetti, di animali e soprattutto di uomini: uomini morti è la terra che calpesto. Dovrei abitare all'ultimo piano di un palazzo del marmo più lucido e duro, o meglio di cristallo se sapessero cos'è il vero cristallo, e invece mi hanno inflitto questa camera incastrata nella terra, quasi tutta sepolta nella terra, in questa casa fatta di questa stessa terra che è fatta di morti.

Cammino tutta la notte su questa piazzetta che costeggia la strada dalla quale arriveranno i camion che trasportano il cristallo per la mia vera casa, l'altissima casa di cristallo che costruirò per potermi fermare a riposare e finalmente a vivere: una sfera sopra uno stelo piantato in un cubo immenso tutto di cristallo. Tutta la notte avanti e indietro sul selciato intollerabile di questa piazzetta a spiare il diverso rumore, il rumore vero, dei miei camion che devono arrivare. Li sento da lontano, sento il loro vero rumore che avanza tranquillo e inconfondibile come l'unico canto possibile tra il rumore dei morti e gli altri rumori e falsi canti che servono solo a coprirlo senza riuscirci; lo sento, e poi d'un tratto più nulla. E poi subito, dopo un intervallo infinitesimale che io solo so percepire, di nuovo rumore di camion, ma non più dei miei: gargarismi mimetici di falsi camion che si avvicinano e mi passano accanto arroganti senza fermarsi, alcuni solo fingendo di frenare per la ridicola curva che precede la piazzetta, come a volermi irridere illudendomi, illudendo me che da molto avevo capito e li avevo dimenticati. Passano e se ne vanno, solitari o a gruppi come un'orda onnipotente, e in realtà per proteggersi a vicenda, per dissimulare la loro debolezza essenziale.

Cammino per ore e ore fino alla prima luce con l'orecchio più puro teso all'ascolto, fumando sigarette su sigarette, le peggiori, quelle che non fuma nessuno e che mi regalano con la torbida pietà di chi vuole solo ammansire. Di giorno è inteso che non verranno, non ci devono scoprire prima che tutto sia finito e quindi indistruttibile. Farò tutto in una notte. Una notte è lunghissima, non finisce mai, quindi una notte basta. Nessuno deve accorgersene, nessuno deve saperlo, eppure ci sono dei giovanotti che vengono certe sere, sul tardi, quando non c'è più nessuno in giro, solo le scie della paura della gente fuggita nelle sue tane, mi parlano delle loro avventure (ma quali avventure?) e tra un discorso e l'altro, come distratti, cercando di soffocare il misero sarcasmo di cui soltanto sono capaci e alcuni un fondo infetto di umanità mortale, mi chiedono della mia casa. Non è una casa, dico loro per sviarli con una menzogna molto vicina alla realtà, di solito la più efficace: non è una casa, è un ponte che sorvolerà altissimo tutto questo paese di cui siete gli stupidi prigionieri, secondini di voi stessi, la strada eccelsa per uscirne; ma loro continuano a chiedermi della casa offrendomi le sigarette migliori, che io accetto per non tradirmi e perché mi piacciono anche se non ignoro di cosa sono fatte. A cosa serve un ponte se tutta la terra anche fuori del paese è solo morti? Un ponte lunghissimo servirebbe, tanto lungo da non poterlo percorrere tutto prima di morire, una fascia tutto attorno al pianeta su cui trasportare la terra e i morti che muoiono e moriranno ancora, fino a liberare il nucleo di cristallo che sta sotto e che i morti hanno coperto morendo a cominciare dal primo essere, dal primissimo che c'è stato e che per aver voluto essere è morto.

Cammino su questa terra dove ora sequestrando i miei camion mi impediscono di costruire come prima ostacolavano i miei scavi. Hanno inzuppato la terra di acqua, sotto, per far marcire i morti vecchi, come se servissero a qualcosa, e non permettere a nessuno di scavare fino in fondo. Ogni volta che ho scavato mi hanno fatto trovare l'acqua, acqua in quantità enorme, inspiegabile, per potermi dire: smetti di scavare, è inutile, anneghi, c'è sotto solo acqua, dappertutto. Per prendere le arie degli amici affettuosi che intendono proteggerti mentre proteggono solo se stessi. Ma io lo so benissimo che ci sono dei posti dove sotto l'acqua non c'è, e che c'è qualcuno che al cristallo ci arriva, ma se lo tiene ben stretto, si fa le case per sé, e gli altri via lontano. Solo che quello non è il vero cristallo, io quelle case le ho viste, ignare quanto presuntuose, e sono scoppiato a ridere: non è il vero cristallo quello! è ancora e solo terra, terra lucida e trasparente che sembra cristallo. Il cristallo vero c'è solo una persona che lo ha trovato, che è stato capace di raggiungerlo perché se lo era meritato, e questa persona io la conosco, è il mio amico del cuore che mi ha promesso di mandarmelo perché io sono il suo amico del cuore, l'unico che ha capito insieme a lui. Noi due sappiamo, sappiamo distinguere. Mi ha giurato che mi manderà i camion tutte le notti finché qualcuno non sarà riuscito a raggiungermi. Ma finora nessuno ce l'ha fatta. Ogni notte, uno ogni ora dal primo buio, partono i meravigliosi convogli, ma loro li fermano, gli fanno sbagliare strada, li sequestrano senza nemmeno sapere cosa stanno sequestrando, qualcosa che non gli interessa e che quindi si limitano a frantumare e a gettare qua e là per la campagna senza sospettare che così piano piano si formeranno delle isole e che queste isole piano piano si ricongiungeranno l'un l'altra coprendo tutta la terra dei morti che finiranno così col non avere più spazio, i morti e coloro che devono morire perchè accettano di vivere volendo vivere nel modo della morte, coll'ostacolare inconsapevolmente la propria crescita e coll'eliminarsi da sé. Combattendoci lavorano per noi: è la nostra rivincita. Chissà quanto tempo ci vorrà però...

Io, nel frattempo, cammino, sono costretto a camminare senza poter dormire nè riposare, sigaretta schifosa dopo sigaretta schifosa, per l'inconsistente sollievo di uno schifo diverso, perché i miei camion tardano ad arrivare, col terrore che non facciano in tempo, che le mie suole si consumino, che la terra dei morti mi raggiunga e mi assimili prima che io possa veramente vivere. Ma le mie suole non si consumeranno, contrariamente a quanto credono loro fino quasi a contagiarmi quando sono sfinito inoculandomi lo sconforto impalpabile che muove ogni loro gesto, loro che non fanno altro che erigere incuranti la propria tomba chiamandola coi nomi più diversi, alta ormai fino a impregnare di morte tutta l'atmosfera e oltre; le mie suole non si consumeranno perché non solo il cristallo io l'ho veramente visto, ma il mio amico del cuore me ne ha dato due pezzi, due pezzi piccoli che nessuno avrebbe notato, due frammenti perfetti, eterni, da cui ho tratto queste suole che sono la mia unica difesa.

 

 

 




15/01/17

Diverse ondate



Le trasmissioni sono terminate, è molto tardi e la stanza è soffocata dal fumo. Intorpidito dalla sghemba immobilità a cui, fino alla saturazione, si era abbandonato, non ha però sonno. A fatica si alza, sostenendosi allo schienale basso della poltrona per stabilizzarsi nell’equilibrio: macchie nere, a brevi ondate, gli transitano dagli occhi alla testa, finché non si abitua al buio eretto e non inquadra, dai discontinui interstizi della persiana, la finestra. Senza vacillare la raggiunge e la spalanca, dopo aver alzato la persiana con cautela, silenziosa. I palmi compressi, e quasi appiccicati all’umidità del davanzale, si sporge in avanti verso il giardino e sente l'aria gelida colpirlo prima di invadere la stanza rovesciandovi una diversa, luccicante foschia. Davanti a lui, a tre metri, un'altra macchia, quella sfrangiata dell'abete, confusamente delineata nei suoi contorni dal lampione della strada distante; accanto all'abete, all'identica altezza dei suoi, due occhi che guardano fissi verso di lui, privi di intenzione. Altro non vede, un corpo a cui apparterrebbero, che del resto nemmeno cerca o immagina, il loro colore o la forma: un puro sguardo che rimbalza nella concavità del suo e poi gradualmente lo colma come di una tensione trasparente, anteriore a qualsiasi oggetto o immagine, a stabilire non un contatto, ma una pura direzione, univoca, non speculare, intransitabile da pensieri o emozioni, senza meta. L'opacità del suo corpo ne ha solo incrociato la traiettoria ed egli, non che distogliersene o sostenerlo, si limita ad assecondarlo, ricevendolo come qualcosa che non lo concerne. Le palpebre, pur restando aperte, si rilassano, le mani aderiscono al marmo fino a non più sentirlo, l'umidità gli avvolge la faccia, penetra nei capelli e nelle narici, una ventata di nebbia gli attraversa i vestiti e dilaga nella stanza senza incontrare altra resistenza.