19/01/21

Vergogna

Non è mai stato molto intelligente. Certo, non è colpa sua, eppure si vergogna ad ammetterlo. Da bambino, siccome era piuttosto sveglio e vivace, tutti pensavano che lo fosse, invece. Tanti, dai parenti agli amici agli insegnanti, e in tanti modi glielo avevano ripetuto, che aveva finito per convincersene anche lui: gli sfuggiva la fragilità del nesso, e forse gli andava anche bene, sotto sotto. E’ vero che ci sono delle persone molto intelligenti che da piccole erano delle zizzanie come lui, ma è altrettanto vero che nei bambini una grande intelligenza può accompagnarsi ad atteggiamenti che rilevano di una certa ottusità e frignoneria. Magari per timidezza, chi lo sa? Introversi. Precocemente segnati da esperienze amare quanto fruttifere in prospettiva futura. Alchimie spesso riscontrabili anche negli adulti, del resto. La vita è bella perché è varia. Ma ci sono persone vitali quanto cretine, se è per questo. Non sembrerebbe il suo caso, comunque.

La sua vivacità si manifestava nell’afferrare al volo le cose e nel raggiungere in breve tempo un’apprezzabile capacità di manipolazione, una versatilità e un’abilità che non mancavano di stupire, in un bambino: bastava che qualcosa lo stimolasse perché lui vi si gettasse a capofitto, senza perdere con ciò le sue precedenti acquisizioni, che ritornavano intatte allorché se ne presentasse l’occasione e la necessità, anche se difficilmente riusciva ad integrare organicamente le nuove con le vecchie, come se ciascuna vivesse separatamente.

Ma nessuno faceva caso a questa deficienza, lui meno di tutti. Poca concorrenza, attenzione e metri di giudizio instabili, benevolenza diffusa, non contribuivano che a meglio illustrare le sue successive prestazioni, confermando la sua eccellenza e spingendolo a prove sempre differenti e sempre brillantemente, ma allo stesso modo, superate. Si rammarica solo di essersi fermato, così crede ed è inutile non credergli, a quel livello. Anche adesso coglie al volo molte cose e altrettante ne sa fare abbastanza bene, e gli è rimasta un’apparenza di vitalità che lo spinge ad affrontarne molte. Il suo cruccio è che tutto si infranga contro il limite dell’”abbastanza bene”.

E’ quasi insuperabile nel cogliere le superfici, ma questo è anche il suo più grave difetto. Di capire veramente non è capace. E nemmeno di darlo a vedere. Fingere è un’astuzia troppo superiore alle sue forze. Capita sì che, siccome cambia spesso, di capire dia l’impressione, ma è per l’appunto un’impressione che si fanno gli altri: lui, quanto a sé, è rigorosamente vero, sempre. E così ancora oggi alcuni persistono nel giudicarlo molto intelligente, le prime volte che lo incontrano. Se lo frequentano più a lungo però, prima o poi fatalmente si accorgono dell’abbaglio. A meno che non siano ancora più stupidi di lui, come pure capita. Ragion per cui ha una tendenza imperiosa, quasi una coazione, a legare esclusivamente con quest’ultima categoria. Gli altri non li frequenta più dopo le prime volte: gli piace lasciare di sé il miglior ricordo. Per delicatezza. O altrimenti fa in modo di incontrarli sempre dopo lunghi intervalli, onde permettere alla buona impressione di sedimentare e che vengano dimenticate invece le basi fragilissime su cui era fondata. Allora dà una spolveratina al suo lustro, piccolo o grande che sia, senza correre inutili rischi, e per un po’ torna a dileguare. Non è bello, né per lui né per loro, che lo prendano per un idiota, moralmente ed esteticamente parlando. Anche loro, che figura farebbero se scoprissero di aver commesso un errore tanto madornale?

Ovviamente soffre a vivere sempre in mezzo a dei perfetti cretini solo perché qualcosa in lui esige una posizione di dominio, rifiutandosi di vederlo sistematicamente soccombere o servire. Ineliminabile atra dell’infanzia, l’abitudine ad essere il capo, così facile in cerchie ristrette e limitate come quella in cui è cresciuto lui! Poi, maturando, le occasioni per ricredersi abbondano addirittura, ma sempre qualcosa, in fondo, si ribella al cedimento definitivo, seppur non corroborato dalla benché minima carica aggressiva. Nel suo ottimismo lui spera che proprio questa possa rivelarsi la sua via verso la saggezza. Ma non si illude.

Del resto la tentazione di comandare è molto forte: basta averla assaggiata anche una sola volta per restarne intossicati per sempre. Altro che comodità dell’asservimento! Ci piace dipendere in tutto e per tutto dalla mamma solo in quanto siamo assolutamente certi che è lei ad obbedire in tutto e per tutto al nostro volere. Sei disposto a servire qualche volta solo se sei tu a decidere quando e come, e se puoi comandare il resto del tempo, così hai la sicurezza di comandare anche quando servi. Servi allora, inoltre, persino volentieri: sfuggi alla presunta cattiva coscienza del despota. Anche i despoti hanno una coscienza, è d’uopo attribuirgliela; e come potrebbe non essere cattiva, d’altronde, dal momento che è una coscienza?

L’astinenza dalle compagnie geniali e dalle frequentazioni intellettualmente stimolanti, tuttavia, alla lunga riesce un po’ frustrante. Così col tempo ha escogitato un semplicissimo sistema rotatorio che gli assicura una certa costanza negli incontri, ma sempre con gente differente.

Il numero di persone degne di frequentazione non è alto purtroppo, ma basta fare una scaletta tenendo conto delle date, e assiduità e ripetizioni non si sovrapporranno. Ci sono due pericoli tuttavia, di natura uno oggettiva l’altro soggettiva. Il primo si verificherebbe se, durante i reciproci incontri tra i suoi interlocutori, il discorso venisse a cadere su di lui: si accorgerebbero, confrontando ricordi e opinioni, che si ripete e non oltrepassa mai la soglia della pura suggestione momentanea. Ma non è un vero pericolo a ben guardare, perché lui fa sempre in modo, quando porge o parla, di ritrarsi o di far pensare, come difatti è in ogni caso, che le sue parole sono suggerite dalle loro o da quanto essi fanno o hanno fatto. E’ inoltre raro che nelle conversazioni si oltrepassi quella soglia, e quindi è difficile farci caso, tanto più se vitalità e varietà nella ripetizione vengono a giustificare le interruzioni. E poi perché quegli importanti personaggi dovrebbero occuparsi proprio di lui, quando ciascuno può benissimo, con un tasso ben superiore di soddisfazione e di utilità, riferirsi a sé e agli interlocutori del momento?

Più preoccupante invece il secondo pericolo, specie in quanto consustanziale alla sua persona, che anzi ne dipende come da un principio trascendente: il suo spirito mimetico cioè. Non tanto per la tendenza a identificarsi con qualsiasi persona oggetto o situazione, quanto soprattutto perché lui stesso riconosce di essere solo in e attraverso queste successive identificazioni. Ha riconosciuto cioè che tutti i cambiamenti e gli entusiasmi cui va soggetto non dipendono da qualche sua voracità o desiderio di estendere le proprie capacità e cognizioni, ma che al contrario è lui, nella sua identità, a dipendere totalmente da essi. Ecco la ragione di tutti gli interessi e di tutte le successive prove di abilità che lo hanno caratterizzato fin da bambino: la versatilità non era l’espressione delle sue qualità, ma una necessità costitutiva. E difatti niente è mai stato scelto da lui o lo ha coinvolto in un’interessenza profonda, e sempre egli ha colto solo, e bene, la superficie: solo essa ha sempre visto e lo concerne. Al di sotto e al di là non c’è per lui, lui non è niente. Colta, la superficie è come esaurita, non è più, e quindi non è più nemmeno lui.

E’ come se egli fosse ridotto ad un grande occhio e basta, o ad uno specchio, tutto definito da una dimensione visiva: balbetta al telefono e gli piace la pittura. Per sua fortuna c’è sempre qualcosa di diverso che gli si offre, o una diversa superficie che magari è ancora la stessa cosa di prima, ma non per lui che non distingue la diversità di prospettiva e non afferra le relazioni. Tutto procede secondo una legge di pura contiguità che non conduce ad accumulazione né a condensazioni, e scivola da un’impeccabile evidenza all’altra in un treno né casuale né causale. Senza nessi né misteri. Se ci sono articolazioni o rapporti deducibili lui non li coglie, e lo stesso mutamento di oggetto lo sfiora soltanto allorché il nuovo gli si impone e i predecessori gli sono diventati assolutamente estranei. Non li può richiamare, come da piccolo, secondo l’occasione o la necessità, sia perché troppi ne sono succeduti nel tempo, sia perché, ora, è il cambiamento stesso a costituire l’unica occasione e necessità. E’ come se non fossero mai stati, ormai: l’uno ha allontanato l’altro per sempre, nomenclatura di personaggi che hanno nel nome la sola testimonianza, in una lingua per il resto indecifrata. Pensa ed esiste, lui, solo in presenza. Ecco perché di quegli interlocutori e dei loro sostituti ha un sempre rinnovato bisogno.

Va da sé che ha bisogno anche della sua cerchia abituale: in quanto tale, ogni superficie è buona. Alcune però, il criterio è puramente quantitativo, durano decisamente poco e suscitano reazioni scarnificate, troppo lisce, omogenee, limitate… Né egli dubita che possano celare insospettate ricchezze, oltre la porta stretta della loro apparenza, solo che il passaggio a lui non è noto. E concede pure che coloro che reputa geniali lo siano solo di facciata; vale però lo stesso discorso. Per non sbagliarsi si attiene all’attrazione che subisce e ai valori socialmente riconosciuti, specialmente quando si presentano nuovi oggetti. Ma se fortunatamente il mondo è vario, non è però infinito, almeno quello a sua disposizione. Di qui la necessità di sostituti e di aggiunte.

Questo potrebbe spiegare, per esempio, la sua passione per la lettura, la coazione, anzi, a passare da un libro all’altro senza soluzione di continuità. Anche se, quando legge, avviene spesso che non legga: guarda se stesso leggere, come prodotto della lettura, e non fa troppo caso a ciò che gli occhi scorrono. Naturale che non capisca, che slitti sulla comprensione, sbigottito a fissare il proprio sbigottimento. Ovvero capisce quel che legge, ma solo quello: leggere è ciò che lo avvicina di più al pensiero, ma non può pensare finchè legge, esattamente come non può una volta che di leggere ha terminato. E così continua a non capire. Quando ha finito di leggere può solamente dire: ho letto. In certi casi aggiunge, in perfetta incoscienza: bello!, o tira un sospiro: anche questo è andato, posso cominciare altro. Ma ‘altro’ che cosa? Ancora leggere: la ricerca della catatonia. Per poco forse, ma almeno quella la raggiunge, talvolta: sospeso, bloccato, escluso da tutto, impedito a qualsiasi parola o movimento, eppure sicuro che quello è il massimo di vita consentitogli. Non che lui lo sappia, prima durante e dopo; ma perché compulsivamente ricercarla altrimenti? Una sicurezza inspiegabile quando non c’è, indiscutibile quando c’è.

Finisce sempre, quando legge così come in ogni cosa che fa in solitudine, che tutto ciò che gli sta di fronte determini e si identifichi con ciò che gli passa per la testa, e che ciò che gli passa per la testa, altro non serva che a fornirgli un’immagine di sé, per quanto provvisoria. Ad attività terminata, egli resta solo con la propria immagine più recente, che si limita a seguire, impotente, nel suo inarrestabile svanire: pura constatazione che l’impotenza si sforza per chissà quale deriva di rivestire di sembianze razionali e causali a loro volta puramente sintattiche, così che il tenore stesso della constatazione si fa sempre più remissivo e incolore, fèsso e senza oggetto, perché lui è l’oggetto, impassibile e senza soggetto perché lui è il soggetto.

Può solo, per ovviare, contrapporre alla propria immagine che scompare, un’altra già scomparsa, che ne occupa provvisoriamente il luogo in mancanza di una nuova che niente e nessuno è in grado di fornirgli al momento. Immagine naturalmente incerta e sfumata, evocata dalla mancanza e affiorante per pura differenza, dato che il puro vuoto se da un canto è la realtà, dall’altro non può ammettere che lo si riconosca, pena la definitiva scomparsa di tutti i sostituti nei quali solamente trova sussistenza, ma immagine nella quale soltanto si sprigiona per lui una scintilla di emozione. L’emozione è nel passaggio.

Principio di alternanza e di contrapposizione laterale, la nuova immagine sorge più facilmente in compagnia, tuttavia per ondate mimetiche. E’ la contrapposizione stessa delle identificazioni materiali e momentanee che lo soccorre allora, e lo rinvigorisce innescando talvolta persino uno scatto di aggressività, l’impulso prelibato alla polemica. Una cosa nasce dall’altra: allitterazioni; si appoggia sull’altra e vi si contrappone, poiché nessuna vive di forza propria: negazioni, antitesi, paralogismi se è il caso. La polemica presupponendo una forte identificazione, si comprende che lui la prediliga: gli sembra di vivere con maggiore intensità. Si rammarica solo che sia tanto rara: sempre quelle scipite rivendicazioni indirette, le invidie taciturne, gli sfoghi domestici!

Quando si manifesta però, fosse pure in sordina, lui vi si getta a corpo morto, la raccoglie, la coccola e la cresce con tutto il suo amore: diventa allora accesa, spumeggiante, addirittura virulenta, estrema, subdola o sfacciata a seconda dei casi, pronta ad usare qualsiasi arma, lecita o meno, come appunto conviene che ogni sana polemica sia. Quanto evanescente tuttavia! Tutto dipende da dove si trova e con chi.

L’aggressività non origina mai da lui; e come potrebbe? Va in un posto, vede gente e aspetta. E’ gentile, mansueto, potrebbe facilmente sembrare saggio nel suo distacco, a uno sprovveduto, o la vittima designata, allo smaliziato. La verità è che lui ancora non sa chi è né in che modo verrà ad essere. Ma se appena l’atmosfera si turba, le voci si alzano e le posizioni si irrigidiscono, prende il via anche la sua mutazione, verso il crescendo e poi il fortissimo.

Caricata la pila, è impossibile fermarlo: diventa settario, intransigente, assoluto. Un vero leader, per un po’. Nemmeno lui riesce più a controllarsi, tanto che in più di un’occasione si è spinto fino a causar disagio anche in coloro stessi che difendeva o per i quali parteggiava. Non che non se ne rendesse conto, ne era dispiaciuto anzi, ma più forte di lui era la sicurezza di sapersi da qualche parte. Gli altri però, quando si vedono imitati, rifiutano inorriditi la sua totale assimilazione e, pur evitando di cedere ai vecchi avversari, si distolgono dall’oggetto su cui convergevano le loro opposte idee e le di lui imitazioni e tutti insieme gli si rivolgono contro, lo aggrediscono da ogni lato, costringendolo a combattere su tutti i fronti. Lui allora difende a oltranza l’oggetto, cioè il loro desiderio che è diventato suo, e si fa tanto più aggressivo quanto più gli altri ripetono che in fondo ‘non è niente’.

Poi, col passare del tempo, tende ad assumere tutte le posizioni contemporaneamente nella loro versione più vigorosa, quella negativa cioè, che meglio evidenzia le pecche di ogni antagonista, e finisce col disprezzarli tutti con la stessa forza. Quando è finita, naturalmente si vergogna di se stessa e delle altre, che ha contribuito a smantellare e dalle quali è stata smantellata, e lui stesso diventa, è la Vergogna.

E’ la vergogna che gli mostra quanto inconsistenti fossero le sue prese di posizione, tanto più marcata quanto più accese quelle, diventando vergogna degli spazi vuoti tra ognuna di esse. E lui stesso si sente svanire come non mai, si nega fino alle radici della propria inconsistenza, e negandosi si riconosce e si afferma, mentre fluttua in quelle intercapedini nelle quali trova infine una dimora.

 

(da Cosa dicono i morti, metà anni '80 circa)

 

 


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