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09/12/19

La coerenza viene dopo


Continuazione di Tempo variabile


La coerenza viene dopo, quando, a bocce ferme, si postula la possibilità, e anzi il dovere, di infilare in una sequenza lineare, univoca e possibilmente ben connessa e conseguente, gli eventi, di arrivare a stabilire una storia che vada dalla A alla Z, un inizio e una fine, entrambi certi, definiti, che si possano impacchettare e chiudere da qualche parte, per estrarli all’occorrenza o da sfogliare come un album di famiglia: la propria. Quando cioè il tempo stesso è già diventato lineare, o quando si vuole che diventi lineare e allora una storia che lo puntelli e lo mostri è indispensabile, se non è già essa stessa a contribuire a farlo diventare tale; lineare e quindi orientato verso un(a) fine, che proietta all’indietro, cioè presuppone, un inizio, una storia anche di ciò che storia non ha, perché sta(rebbe) al suo inizio. Una storia dell’origine. Del prima. Del fuori. Che diventa origine uscendo da se stessa con un balzo. A posteriori, quando il balzo è già stato fatto. Quando un B fa di essa un A. E possibilmente non solo un B, ma già un B e C e D… La storia impossibile di ciò che non ha nulla prima di sé, e quindi neanche un dopo. E che quindi non c’è.
Si parte dalla genealogia, per risalire a un punto zero, in cui esso diventa uno, e da lì ripartire a contare. Ma la genealogia può cominciare solo se c’è almeno una seconda generazione, o, meglio, una terza una quarta. Quando si comincia a guardare indietro perché già laggiù in fondo non si vede più, è tutto nebuloso, sparito dimenticato. Perché allora (quando?), non c’era nessun bisogno di ricordare. Era tutto già lì. Lì dove? Lì cosa? Chissà. Tracciamo un percorso, raccontiamo una storia, scartiamo le scorie, diamo un nome e cominciamo da capo. Da qui. Ricominciamo.

04/12/19

Tempo variabile



La mitologia ha in spregio il decorso temporale, sia lineare che ciclico. Non si riesce a mettere in fila e a far collimare niente di niente. Non c’è coerenza se non all’interno della versione della storia che viene di volta in volta narrata. E anche lì, non sempre.
Se si prendono tre storie, per esempio, con protagonisti A, B e C:
A può essere giovane, o non ancora nato, quando B è adulto e C vecchio;
B però può essere più giovane di A quando questi sposa la figlia di C e poi lo uccide (a meno che non siano coetanei e lo uccida perché è il fratello o un aspirante alla donna che sarà, o è già, sua sposa);
C è più giovane di A quando questi sposa la figlia di B e poi lo uccide.

Paride è giovane alle nozze di Peleo e Teti, quando incontra Elena, cha ha già avuto una figlia, Ermione, ora di 9 anni, da Menelao, che poco dopo muoverà guerra a Troia avendo come guerriero più forte del suo esercito Achille, che secondo il mio calendario non dovrebbe essere ancora nato ecc.
Ma quella della guerra di Troia è un’altra storia, che deriva da questa, ma ha una sua autonomia, e quindi una diversa temporalità.
Poi tutto finisce nel mito, e il tempo perde pertinenza, svanisce.
A farci caso sono solo i pignoli e i filologi, tutti miscredenti.

15/02/19

Achille, Pentesilea, Tersite. Rancore, lucidità e altre sconfitte (Achilleide - Parerga 5)



Trasformano ogni nefandezza in gesto clamoroso, immortale; lo innalzano al cielo ed è solo lì che noi lo possiamo vedere, timorosi e incantati. Ma il modo giusto di guardarli si avvicina più a quello di Tersite, il calunniatore, il fifone, l’ultimo a partire e il primo a fuggire, la voce dal basso, che proprio per questo viene percosso e cacciato dall’assemblea, e infine ucciso. Il lettore sagace può già indovinare da chi.
Facile: proprio dall’eroe per eccellenza, Achille, che era stato da lui deriso per essere stato colto, si narra (a meno che fosse una menzogna di Tersite: ma chi l’ha raccontata se lui è stato soppresso immediatamente?), in un momento di bestialità e di debolezza. (Ma anche in un momento in cui la bestialità, il tornare prima dell’umano, contiene anche il germe dell’andare oltre, un che di metafisico che travolge l’eroe mentre indugia, disorientato, sconvolto, sul suo limite inferiore, scoprendo che forse è lo stesso di quello superiore.)


Tersite sorprende Achille mentre si accoppia con il cadavere di Pentesilea che ha appena ucciso e, come di consuetudine, spogliato delle sue armi, che andranno a rimpinguare il bottino. Allora vede quanto è bella la terribile guerriera e viene preso dal desiderio di possederla. E lo fa. Non avendo potuto averla da viva, violentarla come si fa con le donne dei guerrieri; avendo dovuto ucciderla per soggiogarla, in quanto grande guerriera essa stessa, ora che ne scopre la divina bellezza viene invaso da un desiderio irresistibile, assoluto, a cui non sa opporsi, e si accoppia con la morta. È solo desiderio bestiale? O non è anche la resa alla quale chi non si arrende davanti a niente e a nessuno, chi travolge ogni ostacolo, è costretto da ciò che ostacolo non è più e lo travolge con l’assoluta bellezza dell’inermità che solo nella morte appare? Non è con la morte che si sta allora accoppiando? E quindi non è questo che suscita la derisione di

Tersite, che ride proprio per difendersi, come spesso avviene davanti a ciò che supera e non si capisce, a ciò davanti a cui altra difesa non c’è, per non esserne sopraffatto? In questo riso Tersite però vede, e mostra ad Achille, la morte che lo attende, l’attrazione che lo soggioga nel mentre stesso che gli fa orrore e vorrebbe evitarla. Achille non tollererebbe, allora, che la sua debolezza venga smascherata dal più debole. Per evitare che proprio da lui venga resa pubblica, sopraffatto dalla rabbia, e dalla inconfessabile vergogna, lo uccide.

La derisione non è la lucidità. Tersite vede qualcosa che è solo alla lettera. Nella lettera c’è tanta verità, ma non tutta.
C’è, in questa storia, una serie di cedimenti e di sconfitte, che ruotano tutte attorno alla morte, e non lasciano scampo a nessuno, in primo luogo a chi la infligge.
Ero partito dall’idea della lucidità che qualcuno lega al rancore, pensando che avesse una parte di ragione. E invece mi sono accorto che non è così. Lo sguardo che nasce dal rancore mostra alcune cose che forse erano poco evidenti, ma non per questo è lucido, perché il suo occhio è al contempo acuto e torbido. Non è dal rancore che la lucidità e il disincanto nascono. È sì dal rifiuto dell’incanto, dalla sua oppressione, perché anch’esso viene da una violenza, che talvolta nasce il rancore; ma il rifiuto dell’incanto non è automaticamente il disincanto, e tantomeno la lucidità.


22/01/19

La morte eroica (Achilleide - parerga 1)



e pensavo, leggendo sulla "bella morte", la "morte eroica", tanto esaltata, certo a ragione, fin dai tempi antichi, e riproposta di recente in salse meno nobili, più ridicole, ma tragiche e ridicole insieme, se si assommano vari punti di vista, non tutti disprezzabili (ma alcuni sì), che sì, è vero, la morte dell'eroe disegna a ritroso come un destino rispetto alla sua vita, quale essa sia stata, non sempre ammirevole, come ogni morte in fin dei conti il sigillo di un destino, sempre a posteriori, lo mette alla vita di chiunque, anche di quegli anti eroi ignoti che muoiono per gli altri, con i resti dispersi, mai sepolti, senza celebrazioni né private né pubbliche, senza onori, senza niente se non il buio per sempre dell'oblio senza nome, del vuoto... e mi è venuto in mente che per me, già eroica è ogni nascita, tutte le sacrosante nascite che arrivano sulla terra, a volte senza seguito, e più spesso con un seguito che non tocca nessuno, che è lo stesso che ci sia o no, e ciononostante, per ciascuno che continua a vivere, prima di cadere nel senza onore della banalità e delle meschinità e delle piccolezze e delle codardie e dei rancori, e forse persino in esse, quella scintilla si conserva ancora e la luce della gloria, visibile o invisibile che sia, magari affievolita, trattenuta sul limite dello spegnimento senza oltrepassarlo, attorno gli brilla sempre, senza spegnersi mai.

e pensavo anche che se dal punto di vista civico una bella morte, cioè una morte “utile” alla comunità, cambia il senso della vita che l’ha preceduta, non è vero che questa lo cambi rispetto, per esempio, a chi ha subito ingiustizie o violenza o oppressione o abusi di qualsiasi natura: il male resta il male, niente lo redime, nessun finale roseo lo cancella o lo cambia di segno; oppure, se si cambia prospettiva, la morte è quello che è, la vita è quella che è, ogni cosa è quella che è, il male non esiste, se qualcuno soffre per qualsiasi motivo, è solo una sensazione personale, un evento o una serie di eventi, grandi e piccoli che toccano solo lui e quelli come lui, come altri eventi toccano un altro o altri come lui, quando cominciano cominciano, quando finiscono finiscono, poi ne arrivano altri, che sono loro pure come sono, e loro pure prima o poi se ne vanno, spariscono, lasciano qualche traccia in qualcuno o in molti, poi, più presto che tardi, più niente e così via.