
Sul treno che lo riporta
a Torino dopo il lungo periplo iniziato mesi prima a Auschwitz, Levi sente il
bisogno irreprimibile di raccontare a chiunque incontri l’enormità degli orrori
che ha vissuto e visto. Bisogno naturalissimo, che poi lo spingerà a scrivere
di questa esperienza tornandoci a più riprese fino al termine della sua vita,
che avrà infine diviso tra il duplice mestiere di chimico e di scrittore.
Eppure il bisogno di raccontare non è poi così naturale: i casi di coloro che
hanno scelto il silenzio sono ben più numerosi; e ancor meno naturale è che
questo bisogno abbia fatto di chi lo provava uno scrittore per il resto della
sua esistenza. In rapporto alla natura della tragedia vissuta, tra gli scampati
ai lager nazisti sono pochi coloro che lo sono diventati. Alcuni lo erano già;
pochissimi lo sono diventati dopo. Levi è tra questi, anche se qualcosa aveva
già scritto prima della deportazione (ma poteva trattarsi benissimo di prove
giovanili che magari non avrebbero avuto seguito, come a molti è capitato e
capita; e comunque non è questo che importa: importa ciò che il lungo dopo
proietta sull’inizio, e anche su ciò che prima dell’inizio c’era stato: e
all’inizio c’è Se questo è un uomo).
E poi Levi è diventato scrittore a tutto campo, e in particolare romanziere,
non si è limitato a portare testimonianza. Come mai? Come mai proprio
romanziere (e non storico, memorialista, saggista o politico)? Eppure non aveva
iniziato con questo proposito. All’inizio c’era solo il bisogno di far
partecipi gli altri di ciò che aveva vissuto, di farlo conoscere a tutti, di
non lasciare che venisse dimenticato o rimosso. Io credo che sia proprio in
relazione a ciò di cui voleva parlare e a ciò che aveva bisogno di dirne che la
narrazione (il romanzo e il racconto, con tutto il carico di finzione che
comportano) è stata per lui una necessità, indispensabile alle verità che
doveva arrivare a comunicare, che era già da subito qualcosa di più della pur
importante verità dei fatti.
Non sussistendo infatti
quello del “cosa dire”, il problema che subito si presenta a Levi è quello del
“come dirlo”, e subito Levi si accorge che non si tratta tanto di scegliere tra
tanti modi o forme, ma che proprio lì si mette in gioco ciò che per lui è
essenziale. Per lui fin dall’inizio (e a me sembra poi fino all’ultimo dei suoi
testi), il problema non è quindi solo “come parlare di ciò che non è stato
(mai, ancora) detto”, come capita, in diversa misura, ad ogni scrittore, ma
anche, e soprattutto, “come parlare di
ciò che non può essere detto”, inteso nel duplice senso del divieto (perché è vietato, perché non
sarà creduto, perché provoca reazioni angosciose e tocca corde troppo sensibili
che quindi sarebbe meglio lasciare dove e come sono, e che andrebbero anzi
protette, isolate, per non innescare processi troppo dolorosi, specie se
affrontati in pubblico, che finirebbero per infrangere un equilibrio troppo
delicato, il cui precario raggiungimento è costato compromessi,
razionalizzazioni e sensi di colpa dolorosissimi già di per sé), e dell’indicibile (di ciò che, alla lettera, si
sottrae a ogni dire, perché non esistono parole che possano dirlo, e a ogni
pensiero, impensato e impensabile, perché la sua pensabilità, a cose fatte, è
talmente legata alla logica che le ha prodotte che sarebbe solo un altro modo
di riprodurle). Impossibilità che però si scontra con quella, opposta, del non poter non dire, che è insieme
necessità di portare testimonianza dell’indicibile e di capire
l’incomprensibile.
È un problema che, sorto
per Se questo è un uomo, si
ripresenta ad ogni nuovo libro di Levi, sia che lo riprenda sia che cerchi di
allontanarsene; in ogni caso è sempre lì; un problema non tanto di veridicità e
credibilità di una testimonianza che corrisponda ai fatti, ma di definizione
dei fatti stessi in relazione ad una esperienza che deve ora, nelle parole,
essere quanto più possibile completa quando è proprio il suo parziale rifiuto
che ha reso possibile che ora se ne possa parlare, in quanto farne esperienza
“allora” sarebbe stato insostenibile: chi l’ha fatta (i mussulmani, i sommersi)
ne è stato infatti la prima vittima, vi è sprofondato e nessuna testimonianza
può ora recare, da una parte; mentre dall’altra chi può ora recarla, o si è
costruito una barriera tale da permettergli, allora, di sopravvivere (specie di
insensibilità da cui deriva, anche, il senso di colpa) o ne è rimasto, di poco
o di tanto, ai margini (in quelli che a lui sembrano i “veri” margini, per
quanto abissale sia stata la sua stessa condizione: altra fonte di colpa,
derivante da un presunto, ma non per questo vissuto come meno reale,
privilegio; e il dovere di portare testimonianza è anche un modo di riparare a
questa “colpa”, come a far dimenticare che lui è sopravvissuto mentre
tantissimi altri sono morti, che lui è sopravvissuto vedendoli morire,
nonostante che li abbia visti morire, e morire “al suo posto”).
È quindi un problema che
è insieme di “cosa” e di “come”, e che, se a Levi sembra nascere in relazione
al “cosa” (Auschwitz), immediatamente si scontra con l’essenzialità del “come”
(linguaggio, forme), e come tale si sposta, restando centrale, in ogni suo
libro. Per affrontarlo bisogna farsi, già da subito, scrittore: l’enormità
stessa di ciò di cui si vuole parlare rende insufficiente la parola
“referenziale”; pretendere di dire le cose “come sono state” si rivela subito
impossibile; il linguaggio oggettivo, analitico e descrittivo, quello che a
Levi verrebbe, per urgenza e formazione, più spontaneo adottare, tradisce
immediatamente il suo deficit sostanziale, e quindi inutilizzabile, perché
inaffidabile, parziale, tanto più menzognero quanto più si pretende veritiero e
diretto. Se non che per Levi è altrettanto impossibile rinunciarvi del tutto
(questo linguaggio lo protegge, “garantisce” la sua parola), e quindi si rende
necessaria una deviazione, la sua subordinazione, più o meno mascherata, a una
logica in apparenza opposta, quella della narrazione con tutto il suo carico di
finzione (ovviamente non delle singole cose che vengono dette, ma della loro
organizzazione e costruzione), che però, di fatto, invece di depauperarlo ne
esalta le potenzialità. L’atteggiamento “distaccato”, da scienziato, diventa
allora una finzione metodologica, necessaria all’effetto che si vuole ottenere
di oggettività della testimonianza, ma attiva solo all’interno di un impianto
che per essere non può che ricorrere al soccorso della narrazione.
L’impianto figurale
inerente a ogni narrazione, anche a quella apparentemente più immediata, invece
di essere l’ultima spiaggia a cui si fa ricorso quando la parola scientifica e
oggettiva vengono meno, diventa il solo spazio in cui esse possono aver luogo.
La peculiare esigenza di chiarezza di Levi, la sua volontà di descrivere e
spiegare anche ciò di cui “non c’è perché”, se non di capire fino in fondo ciò
che è senza fondo (perché lui il fondo non l’ha toccato, e quello toccato dagli
altri può solo immaginarlo, anche se non del tutto arbitrariamente), riesce a
instaurarsi, e a funzionare, solo in quanto si dispiega a partire dal senza
fondo da cui la narrazione si forma e continua ad essere abitata, nutrendosene
per poter essere. Ma proprio questo conduce paradossalmente uno scrittore al
quale innovazione e sperimentalismo non interessano (o interessano solo più
tardi, e sempre relativamente) a scontrarsi fin dall’inizio (e poi per sempre)
con la necessità di sperimentare e di innovare molto più di coloro che di
queste pratiche hanno fatto il loro credo. Il lavoro operato da Levi sulla
lingua, analizzato con dovizia di esempi da Pier Vincenzo Mengaldo, ne è una
dimostrazione. Il modo in cui sono costruiti i suoi libri, un’altra.
Per questo, per dire ciò
che non poteva non dire (che è per lui la cosa più importante: la
testimonianza), Levi deve essere più scrittore, anzi: più romanziere, di gran
parte di coloro che sul romanzo e sulle sue implicazioni hanno incentrato le
loro preoccupazioni primarie e l’aspetto forse più significativo del loro
lavoro. Non che Levi fosse inconsapevole per lo meno di alcune di queste
implicazioni, ma non le ha quasi mai poste esplicitamente in primo piano,
eccetto in alcune interviste e in alcuni articoli nei quali, peraltro, sembra
rivolgersi altre direzioni (Dello
scrivere oscuro) e assumere posizioni di denegazione. “Non ho più niente da
dire”, affermava quando era in crisi, come se il “cosa” continuasse per lui ad
essere l’unico fattore decisivo; eppure era proprio il resto, l’apparentemente
secondario o accessorio a creargli le principali difficoltà (si vedano anche le
“sperimentazioni” e le “ibridazioni” dei generi, più evidenti nei racconti ma
attive anche in quella che solo per semplificare si potrebbe chiamare la sua
“saggistica”, in particolare I sommersi e
i salvati).
Dal momento inoltre che
scrivere per Levi è anche una continua terapia, il necessario, ma continuamente
reiterabile e reiterato tentativo di guarire da ciò da cui non si può guarire
(per il semplice motivo che l’enormità del suo esserci stato non può essere
medicato, e tanto meno cancellato, ma nemmeno spiegato, una volta per tutte: i
suicidi dopo la liberazione ne sono la desolante conferma, e ancor di più
quelli avvenuti a distanza di molti anni), la chiarezza a cui lo scrittore si
appiglia diventa comprensibile anche in termini di difesa personale, come una
forma di rimozione (come è stato detto) quanto mai giustificabile, ma che come
tale non può del tutto riuscire a sostituire, né a cancellare, ciò che essa si
sforza insieme di chiarire e di allontanare continuando però a tenerlo in vita.
Levi non vuole cancellare nulla, ma non può nemmeno affrontare e fare i conti
fino in fondo (un fondo che, ripeto, non c’è) con ciò di cui vuole conservare
una memoria di cui qualcosa, che per lui è essenziale, non fa che sfuggirgli,
rinnovandogli però ad ogni passo la segnalazione della sua esistenza. Ed è
proprio qui che si situa la peculiare tragicità della sua testimonianza (e
della sua opera), al di là di quella degli eventi che ha vissuto al pari di
altri, che anzi talvolta è stata, se possibile, anche più insostenibile della
sua.
Mentre altri hanno scelto
il silenzio, o la parola “privata” (aggettivo che andrebbe inteso in tutti i
suoi sensi: anche come privazione della parola nel momento stesso in cui viene
detta), da non dire nemmeno ai figli, Levi non ha mai lasciato affievolirsi la
volontà di dire. La testimonianza da sola non poteva bastare; niente che tenga
viva la memoria dell’Olocausto è inutile, ma a Levi non bastava: estendendo a
tutti i suoi libri ciò che ha detto George Steiner a proposito di I sommersi e i salvati, il suo lavoro
“scaturisce dal convincimento (...) che la nuova marea montante di libri, film
e lavori teatrali sull’Olocausto non
ne ha comunicato l’essenza, che ha banalizzato o ambiguamente appiattito ciò
che si trova assai vicino al limite del dicibile, ma che deve essere colto se
si vuole che la storia umana abbia il diritto di proseguire”. C’era sempre, per
Levi, qualcosa che restava non detto, non capito; e questo qualcosa era per
lui, ed è per noi, l’essenziale, verso cui ogni nuova sua parola doveva
costituire un passo di avvicinamento. Levi non voleva girargli attorno, bensì
andargli incontro, per quanto questo potesse costargli (come è costato,
ciascuno a modo suo, a Jean Améry e soprattutto a Paul Celan). Ogni volta che
riprendeva a parlare si rendeva vulnerabile; ogni volta il dolore, invece di
diminuire, cresceva, tanto più che egli se ne vietava l’espressione diretta.
Non di quello doveva parlare, ma era quello ad assalirlo ogni volta che doveva
cercare le parole esatte per dire e il modo per dirle. “Comunicare”, come lo
intendeva lui, non era condividere il proprio dolore (il pudore, e la vergogna,
oltre che la sua morale, glielo impedivano), ma anzi poteva aver luogo solo
quando lui, da questo luogo, fosse assente, spazzato via, eliminato (come
furono eliminati quelli di cui doveva parlare): l’oggettività dell’osservatore,
l’atteggiamento “scientifico”, lo sguardo da “antropologo” può manifestarsi
solo quando l’osservatore è esterno, non c’è (non c’entra e non conta); solo
che l’osservatore non poteva, nel caso di Levi meno che mai (e senza far
ricorso agli insegnamenti della scienza moderna), scomparire. Messo tra
parentesi nelle cose che racconta, o in disparte (come con Cesare che si
esibisce nella Tregua, come lo
spettatore ai numerosi eventi teatrali che in quasi tutti i libri ricorrono),
il presunto osservatore ritorna nel raccontare: è il racconto.
