Visualizzazione post con etichetta Marco Ercolani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marco Ercolani. Mostra tutti i post

17/11/22

Le anime di Marco Ercolani

 

Come quella di tutti, anche l’anima di Marco Ercolani è fatta di tante anime che si nutrono, rispecchiano, deformano, parassitano, imitano, parodiano, integrano e a modo loro completano anime altrui, o frammenti di anime altrui, che a loro volta sono fatte di altre anime o frammenti che si nutrono, rispecchiano e così via, in rimando infinito.

Artista è uno che queste cose le sa e adotta tutta una serie di strategie, a volte coscienti altre meno, per nutrirsi ecc. con l’intento (la speranza) che il risultato di tale strategia trasformi l’oggetto che gli ha fatto da nutrimento e specchio e stimolo e sfida, più spesso celandolo che tradendolo o esibendolo, per dar luogo a un’opera che, con il suo nome stavolta, rilanci il gioco. Quando l’artista attua questa strategia però, il meccanismo è già iniziato da tempo immemorabile e, in genere, ha già assunto una forma, o una serie di forme, che egli può modificare solo in parte. Piccola o grande, a seconda dei suoi desideri e delle sue capacità, e anche della forza e età di quelle. Spesso la cosa migliore che gli resta da fare è accettarle, magari riconoscerne questo o quel frammento, e assumerle fino in fondo. La sua opera non sarà che la diversa, e se possibile in diversa misura nuova, riformulazione o articolazione di queste forme, che vengono rimodellate, ridisposte e riaggregate, dalle esperienze del soggetto nella stessa misura in cui esse contribuiscono a fare scaturire queste esperienze e a modellarle. Così uno vive.

Da sempre la strategia di Marco Ercolani (spesso in simbiosi con Lucetta Frisa) è di esibire tutte queste operazioni (attività ecc.) e in qualche modo capovolgerle, ribaltarne o piegarne il senso e i modi, espropriandosi. Mi spiego: ogni volta che qualche forma o esperienza che egli sa benissimo di non poter definire come propriamente sua (anche se poi è lui che ne gioisce e soffre) ne incrocia una simile in qualche anima o opera altrui, ne sorge una nuova che però assume voce, tono e timbro di quest’ultima, e non i suoi. (Non la sua presunta voce, perlomeno: perché a volte, un tono, un'inflessione, il residuo di un timbro che venga fatto di attribuire a lui, sembra di riconoscerli. Ma è un attimo, un punto d'attrito, un bagliore, un apice puntuto il cui segno, sulla pelle, si vede solo dopo, senza che si possa risalire alla sua origine.)

Non si tratta di una proiezione o di un mascheramento che fa dire all’altro ciò che non ritiene possibile o opportuno o legittimo dire a nome proprio da sé (un sé che peraltro non c’è: cioè non  si dà al di fuori di questo dire già impuro, meticciato e multiplo) – anche se questo rischio sussiste, ed è il filo del discrimine e la misura della posta in gioco –;  né di far dire a qualcuno qualcosa che la sua opera (o anima) già conterrebbe, implicitamente o disseminata; e nemmeno di portare alle estreme conseguenze presupposti o indizi appena accennati e/o espressi ma non sviluppati in tutte le loro implicazioni; quanto piuttosto di condurre queste voci fuori da se stesse pur lasciandone intatti tutti i caratteri, di traslocarle, sfoderarle, e insieme, da parte dello scrivente, di uscire da sé cancellandosi in esse, assumendole tuttavia quasi senza residui. Quasi.


 

Per esempio: il Discorso contro la morte che dà il titolo a un notevole libretto del 2008 (ed. Joker) non è solo attribuito apocrifamente a John Donne: è di John Donne, ma il suo autore è Marco Ercolani. Ma Marco Ercolani ne è l’autore solo nella misura in cui quel sermone non gli appartiene; e solo nell’assunzione di questa non appartenenza egli da una parte può farne esperienza e viverne come propri i contenuti. Viverli di ritorno perché erano già all’origine. Tutto intrecciato in nodi, che sono la forma e la danno a ciò che annodano. (Nodi del cuore, Greco&Greco, 2000, è il titolo di una raccolta di scambi epistolari apocrifi scritta con la moglie Lucetta.)

Scrivere, in questo senso, è riconoscersi nell’altro e attraverso l’altro, e adottarne la voce, assumerla per poter essere in qualche modo se stesso, o per poter dire, in ciò che l’altro non ha detto pur aprendo la possibilità di dirlo, ciò che la propria voce non può dire perché non le appartiene nonostante sia ciò che le è più prossimo e più proprio. (O per non dire in prima persona, e tuttavia  dirlo senza farsi Medusa di se stessi: per non bloccarsi in un io che sarebbe fisso, univoco e proprio, identico a se stesso una volta per tutte; cosa esecrabile, certo, ma anche impossibile, aggiungo: perché c’è il linguaggio che comunque, non appartenendo – cioè includendo sia il detto che i dicitori –, lo impedisce.) Estrarre, o modellare, nella voce altrui, una modalità della propria che altrimenti non potrebbe venire ad essere; forzarla, per partorire la propria attraverso, o nel simulacro di quella.

Ma per fare questo bisogna cancellarsi nell’altro: essere l’altro per poter essere, in qualche modo, se stesso. (Non è l’amore; eppure, in qualche modo, in qualche senso – in sensi diversi – lo è.)

Per questo, come prima cosa bisognerebbe “liberarsi dal proprio stile” (Discorso contro la morte, p. 23). C’è un mezzo per farlo? Niente di più facile, verrebbe da rispondere: basta non averne. Come se fosse possibile. Oppure, meno banalmente, basta non averne uno solo. Ma anche averne molti non sarebbe a sua volta uno stile? Si potrebbe allora provare a liquefarsi, a dissolversi in quello di ogni altro. Adottarne ogni volta uno, non come una maschera, ma come una pelle...

Non: essere nessuno; semmai: essere tutti senza essere mai uno. “Usare materiali”, essere “la Lingua che (...) diventa lingue, il Fiume che (...) si manifesta in fiumi” (Il tempo di Perseo, Joker, 2004, p.12).


Eppure questo venir meno dell’identità, anche provvisoria, strategica, fittizia, del parlante/scrivente rischia di portare l’attenzione a focalizzarsi prevalentemente sulla domanda “chi parla?”, invece che su quella, altrettanto se non più importante, su “cosa dice e come”. E’ possibile trovare qualche filo conduttore, ricorrenza di tono, costellazione di senso? Alla lunga, come accennavo più sopra, credo proprio di sì, per quanto intrecciato nella varietà, a volte persino sommerso, incriptato, fatto silenzio o enigma, incandescenza lontana, che smuore nella distanza ma non cessa di mandare bagliori minimi e insistenti. E allora, per dipanare e organizzare, per estrarre e assemblare, diventa necessario fare un’operazione analoga, ma non uguale, simile ma deviata, con differente inclinazione, a quella che Ercolani fa con i suoi autori: aggiungere una voce, senza però l’appoggio di una precisa e già definita, in questo caso proprio quella vera o presunta di Ercolani, da cui partire. Una voce congetturale che mima, echeggia e/o costruisce/inventa un’altra voce congetturale, che poi però abbandona il gioco dei rimandi, che ne esce, fatta altra ancora, e da lì comincia a guardare.

Bisogna cercare di dimenticare i nomi degli scrittori, filosofi, pittori, musicisti, studiosi, politici in cima a ogni testo, e provare, da lì, a rileggere tutto come se fosse una voce: una sola voce nelle sue varie inflessioni e tonalità e modulazioni, come se le diversità di stili e rimandi fossero solo effetto di differenze di esperienze e umori. In fondo è legittimo pensare (con Borges, per esempio) che ci sia una sola voce, o nessuna; che la letteratura sia senza autori, che passi attraverso ciò che si è convenuto chiamare con un nome (identificando poi questo nome con un autore) come un unico flusso, composito ma in fondo continuo e unitario, di un’unitarietà sempre mutevole e che si riforma diversa ad ogni istante, pur essendo ogni istante conclusa e omogenea. Ogni nuova parola suggella il già detto e ne inaugura un altro.

Ma si può anche vedere, immaginare, in questo flusso, momenti in cui si addensa e poi si coagula e fissa in una unitarietà (in una unità) solida, per quanto provvisoria; fittizia, eppure che agisce realmente e necessita di essere assunta di volta in volta come propria: come qualcosa di cui si è, come per un’azione, responsabile, per quanto non si sappia a partire da che punto e ancor più da che punto in poi non lo si è più dei suoi effetti, che a loro volta, con effetto a posteriori, disappropriano la loro stessa scaturigine. Eppure questo punto va di volta in volta marcato e assunto: non per ciò che è scritto, ma per chi scrive, come qualcosa che riguarda solo lui, ma senza il quale, senza cioè che questo sguardo venga accolto e ricambiato, alla lettera non si scrive niente.


Il rischio è il parassitismo di un’autorità che si dubita di possedere in proprio, o che non si ha il coraggio di attribuirsi, o che non si vuole assumere. Anche nel senso di un atto volontario di rifiuto: che non si vuole assumere, e non si vuole assumere. Per negare l’io? La proprietà del discorso? E lasciare invece che sia il discorso da solo a dire, a essere in qualche modo proprietario di se stesso? A se stesso appropriato?  Troppo facile però: una proiezione di, o su un’autorità e autorevolezza avviene/si verifica (anche nel senso di 'rende vera se stessa') comunque; (sempre) un altro dice quello che tu non vuoi/sai/intendi dire: attribuzione di peso autoritario, cioè dal di fuori, alle parole, che però le svuota dal di dentro.

"Sentiva che avrebbe dovuto erigere limiti e steccati, proprio per descrivere quell'istante di follia, quel brulichio ininterrotto, quell'affollarsi di fantasmi. (...) Capì che, ancora una volta, era questione di linguaggio. (...) Era stanco di una pazzia che fosse negazione del mondo e dell'io, anamnesi di una malattia, cronaca di una sconfitta. Doveva rielaborarla in forme che ne rendessero dicibile la rivolta. (...)  La Lingua che non diventa lingue, il Fiume che non si manifesta in fiumi: la cieca adesione al Sacro. No." (ibid., p. 11-12)

Sempre questione di linguaggio. Non per il fatto che il linguaggio non mi appartiene, io devo sottrarmi alla responsabilità, anche a quella di assumerlo, e non solo a quella di ciò che dico io in ciò che dice lui.

"Una costante definiva le sue visioni: la presenza di uno spazio circolare, talvolta ridotto alla dimensione di un punto. Su questo punto convergevano forze diverse. [Qualunque fosse la sua incarnazione, sempre] la sensazione era la stessa: un punto pieno, una sfera compatta sta per disarticolarsi, letteralmente frantumata dalle forze che la schiacceranno. (...) Mille variazioni su uno stesso tema."  (Il tempo di Perseo, Joker, 2004, p. 9)  

Questo punto, per Marco Ercolani, è il discorso della follia. Il discorso che dalla follia parte e su di essa non cessa di tornare, che insiste nel suo luogo, cioè nel luogo dove tutto si sfalda, ovvero dove si coagula momentaneamente, con forza lacerante, per poi diffrangersi e disperdersi: perché a lungo non si può tenere, sopportare; né vi si può consistere senza smarrirsi. Luogo dove l'io non è nemmeno l'istanza dell'enunciazione, ma un fantasma, un'imago già svanita, o al contrario solo un'ipostasi, una corazza dalla rigidità proporzionale alla sua friabilità, l'illusione di una difesa, un'inconsistenza. 

Ercolani è psichiatra in una struttura pubblica e la sua professione non si disgiunge dalla sua scrittura: dall'esigenza di venire in qualche modo a capo della propria vita. Di tenere qualcuno dei capi delle proprie vite. La citazione ligure è scontata.


In ogni caso, che si tratti di psichiatria o di scrittura, il suo è un ascolto delle voci. Ascolta le voci di tutti coloro che sentono le voci (e di tutti coloro che hanno parlato/scritto). Si mette in ascolto – fa la guardia – come una sentinella a cui non viene mai dato il turno*. Finito quello assegnato, comincia quello assunto volontariamente, anzi: quello necessario, perché da ogni parte la sua voce ti chiama. Non c'è pausa. Non c'è silenzio. Il riposo da una voce è un'altra, che talvolta può prendere altre forma, o addirittura la forma di un apparente silenzio, ma subito si mette a parlare, e invoglia a farlo per farla tacere. Ma in realtà a Marco Ercolani il silenzio è insopportabile, perché di troppe voci subito si rivela saturo, intrecciate, sovrapposte e incontrollabili.

Come con la follia, con cui in parte si identifica, l'eccesso di prossimità è non solo insopportabile, ma alla lettera impossibile. Troppo incandescente, irrespirabile. Per non essere annientato dal contatto diretto, per districare le voci, sentirle (con tutti i sensi), capirle e dare loro la parola nel loro "dis-ordine e (...) complessità inesauribili" (L'opera non perfetta – Note su arte e follia 1999-2009, Nicomp L.E., 2010, p. 75) si rende allora necessario frapporre – e lo stesso tra sé, la propria scrittura e la sua scaturigine – uno schermo, un filtro, una camera di decompressione e di raffreddamento: insieme forme di protezione e sintomi di attrazione, vengono frapposte non per allontanarsene, come difesa, ma perché, pur intendendone l'estremo pericolo, se ne è irresistibilmente calamitati e non si intende rinunciarvi, se non si vuole rinunciare a se stessi. Poiché l'accesso diretto, come al volto di Medusa, è ferale, vi si torna mediante una deviazione, un détour (ci si volta e si fa un giro).

In questo a Ercolani la psichiatria come professione fa senza dubbio gioco. Potrebbe ostacolarlo, certo, proiettando l'ombra della terapia su ogni cosa, ma siccome l'artista non se ne disgiunge mai, e anzi la sovrasta (o la erode), non solo essa gli fornisce strumenti e distanza, ma soprattutto gli offre materia, che però solo l'artista trova il modo di lasciar parlare da sé, aggirando (appunto) il rischio, l'indelicatezza di volerla trasformare in poesia o racconto. Il contatto quotidiano con la follia, l'avvicinamento che essa comanda e la barriera, spesso ostile, che erige, lo difendono dalla tentazione di farne un oggetto, di rendere il dolore astratto e generico, nient'altro che una parola ad effetto, o una sfumatura opaca della compassione: anche quando parla di arte o di poesia, non perde mai di vista la comprensione della malattia, la specificità del dolore e dell'individuo che ha di fronte, per trovare un modo migliore per affrontarli, gestirli, lenirli, in sé oltre che nel "paziente".

La luce non è mai unidirezionale; è sempre (almeno) doppia (arte-follia; scrittura-terapia; comprensione-partecipazione...) e su almeno due piani (psichiatra-folle; psichiatra-artista; artista-artista; "malato"-malato...), con almeno due obiettivi: la clinica e, più che la scrittura (come sarebbe più presumibile), la quotidianità, per trovare un modo per gestire l'esistenza, l'emergenza che è la sua normalità. Si dovrebbe poter "tenere un diario correndo. (...) provare a non vestire più le mie follie con abiti da cerimonia" (Turno di guardia, Il canneto, 2011, p. 32). Ed è proprio questo che Ercolani fa sempre più spesso nelle sue ultime opere, e soprattutto in questo Turno di guardia.

A volte ci si nasconde meglio parlando di se stessi e delle cose che ci capitano, e ci si rivela di più assumendo altre identità (perché sembra di poter parlare impuniti) o creando personaggi ex-nihilo, come se fosse possibile. Il problema non è celarsi, mimetizzarsi, mascherarsi o rivelarsi: il problema è quello che si fa con la scrittura, quello che esce; e nemmeno quello che viene detto, ma il tono, la capacità di convincimento e le proiezioni o assunzioni che suscita. Il narcisismo della prima persona nelle cosiddette autofinzioni è un problema secondario, se non falso: dipende ancora da cosa ne fai, dalla banalità o originalità di ciò che viene detto e del modo, dalla semplicità o dalla complessità; dal fatto che la semplicità va verso la banalità o se contiene invece pluralità e stratificazione; e viceversa se la complessità non è per caso confusione e abborracciatura (cioè superficiale in senso classico)... ecc. La finzione che funziona meglio, a volte, è proprio quella della "sincerità", che parte magari dalla propria esperienza e parla della propria vita, e invece le usa soltanto come trampolino, o maschera dell'invenzione, e della comprensione dell'altro. Ed è spesso quando mette direttamente e chiaramente in campo se stesso, che Ercolani riesce anche a parlare meglio degli altri: a parlare degli altri come altri.

E' sul filo di questa serie di doppie partite che sta Ercolani: in bilico, ondeggiando sul filo teso tra voce propria e voci altrui, tra invenzione e riflessione, filo che le unisce e separa e che appartiene a entrambe; soprattutto filo, o più correttamente linea che percorre il bordo sfrangiato tra malattia e salute, tra follia e presunta normalità, delirio e ragione, silenzio rumoroso e discorsi inauditi: linea di una piega che distingue e cuce assieme la distanza, e il distacco della terapia, e la pura umanità (l’amore), che condivide e un po’ già guarisce da sola, e da sola già un po’ capisce.

 

*  Sempre in guardia, di sentinella. Si potrebbe costruire una teoria della sua teoria, combinando i titoli dei suoi libri: Sento le voci. Discorsi di "matti", La vita felice, 2009, è il titolo di uno dei due volumi scritto con Lucetta Frisa, - l'altro è Anime strane, Greco&Greco, 2006 - che raccoglie i discorsi e le teorie raccolte in trent'anni di studi e pratica; Sentinella, Carta bianca, 2011, è quello di un recente libretto che combina poesia e filosofia: un po' alla maniera di René Char, verrebbe da pensare; mentre Turno di guardia, Il canneto editore, 2011, è una notevole raccolta di testi relativi alla sua esperienza come guardia medica in una struttura pubblica.

 


 

06/06/22

Su Lucetta Frisa e Marco Ercolani

 

     

I Lucetta Frisa, L'emozione dell'aria

 

 

Il quarto libro di cui vorrei parlare è L'emozione dell'aria di Lucetta Frisa (ed. CFR, pp. 88, E. 12,00). Vorrei, ma non lo farò, perché è un libro di poesia e la poesia mi disarma (è anche il motivo per cui che ne sono attratto d'altronde). Non ne so parlare: non ci riesco e non ne sono capace. Dovrei entrare in dettagli che non so maneggiare o finirei per perdermi in parole astratte, non particolarmente simpatiche. Dovrei girarle attorno, in lunghi giri. Camminarci sopra mi ripugna. La prosa la calpesto in lungo e in largo senza problemi (ogni riga che scrivo lo dimostra), la poesia no. Vecchi tabù. Ma allora perché non parlo dei libri in prosa di Lucetta: per esempio dei bei racconti riuniti in La torre della luna nera, ed. puntoacapo, pp. 184, E. 16,00, che contiene alcuni pezzi davvero entusiasmanti, come “Kafka è morto a 67 anni”, o di altri scritti in collaborazione con Marco Ercolani, come gli splendidi Anime strane, Greco&Greco 2006, e Sento le voci, La vita felice, 2009? Ma è semplice: perché Lucetta sopra ogni altra cosa (è anche traduttrice, lettrice a voce alta), è una poetessa. Senza aggettivi qualificativi, che sminuiscono. Una poetessa che mi piace molto. Come poetessa e come donna. E quindi, non potendo parlare della prima, dirò un paio di cose sulla seconda. La prima è che le voglio bene, che come motivo per parlarne già basta e avanza. La seconda non è specificare perché gliene voglio (che senso ha specificare i motivi per cui si vuol bene a qualcuno, ammesso e non concesso che per voler bene ci vogliano dei motivi? Mica sono così meschino...), ma dire almeno cosa mi incanta in lei. Mi incanta la sua capacità di incanto.

Più che una predisposizione, Lucetta ha una vera e propria vocazione allo stupore che non ho riscontrato in nessun altro. Nemmeno nei bambini. Non mi spingerò a dire che i bambini sono stupidi nemmeno se lo pensassi (…), ma è certo che il loro stupore nasce dall'ignoranza, quello di Lucetta anche (come per tutti), ma da quell'ignoranza che sgorga da tutto ciò che sa (che è tanto, come dimostra tutta la sua opera), dalla conoscenza che resta vicina alla sua sorgente, da quanto sa dimenticare in ciò che sa per trasformarlo in capacità di ascolto e di canto. Come se fosse geneticamente predisposta a rispondere a tutto ciò che, in ogni cosa e conoscenza, fa appello all'incanto. Lo chiama in lei, e lei, alla vocazione, risponde. Tiene aperto l'ascolto, e lo sguardo, anche nella sofferenza, di modo che, quando si ripiega in se stessa, non è per chiudersi. ma per esporsi, per ampliare le proprie superfici sensibili interne, lasciare che angoli e spigoli e ogni forma di connessione si moltiplichino, e incidano, nella sua vita prima ancora che nei suoi versi. E' da lì, mi pare, che viene anche la sua disponibilità (e capacità) a lasciarsi abitare, a assumere le parole altrui seguendole sulle loro vie lungo un percorso che ogni volta, alla fine, estrae da esse immagini e cose e suggestioni inedite e al contempo disegna il suo profilo, questo o quel lineamento, e proietta una luce che prima di lei non si conosceva, arricchisce la nostra e la sua conoscenza (la sua di lei), proprio lì, quando si fa porta-voce di altri, come a distogliersi da se stessa, non per esprimersi attraverso la loro voce o per nascondervi la propria, ma per cercarla, e ogni volta trovarla.

 

II - Marco Ercolani, Turno di guardia

 


Marco Ercolani è psichiatra e quindi non sorprende che la follia occupi un posto rilevante nel suo lavoro di scrittore e critico. Sorprendono invece la varietà dei modi in cui il suo rapporto di medico e artista con essa è stato declinato e la molteplicità delle forme che ha assunto: mai come ambiente, fonte di storie o serbatoio di personaggi o aneddoti, ma sempre spazio mutevole indagato al limite, in bilico sul filo tra follia e opera, esperienza e studio, malattia e sintomo, persona e paziente, cercando di preservare a ciascun corno della dicotomia la sua specificità e autonomia, il rispetto per la voce che gli è propria e insieme la possibilità di un passaggio dall'uno all'altro: ponte, porta, segno, empatia. Vale a dire attenzione che rifiuta al folle il ruolo di astrazione, ma anzi riceve proprio dalla sua individualità lo stimolo a riconoscere in sé un identico spazio e a provare a rispondere alle sue radicali interrogazioni senza stemperarle, ma anche senza idealizzarle dimenticando che è dalla follia che provengono: dalla malattia e dal dolore da cui il folle chiede di essere liberato. E questo sia che il rapporto con la follia prenda poi la forma di riflessioni saggistiche (come in L'opera non perfetta – Note su arte e follia 1999-2009, Nicomp L.E., 2010), sia che riporti, come quadri circoscritti, ma senza cornice, i deliri, le voci e le esperienze, fatti e misfatti, dei malati (come in Anime strane, Greco&Greco, Milano, 2004 e Sento le voci, La vita felice, Milano, 2009, scritti in coppia con la moglie Lucetta Frisa), ovvero che essi abbiano il ruolo di attori e interlocutori diretti come nel recente Turno di guardia (Il Canneto Editore, Genova, p. 113, E. 7). Sottolineo malati e folli, perché tali sono e li chiama Ercolani, senza ricorrere a eufemismi o palliativi di sorta: sono malati, pazienti, che patiscono  e non hanno più la pazienza di sopportarlo, anche se a volte non manca chi, "guarito", rimpiange la malattia: "Non sarei dovuto guarire. Ora detesto la vita. Non sarei dovuto finire così. Prima c'erano ventisette ponti, trecento odori, seicento colori. Ora niente. Sto dentro un appartamento e aspetto di morire." (Ma se è guarito, che ci fa al pronto soccorso in piena notte? Forse che la "guarigione" non è che una forma più accettata ma non meno dolorosa di malattia?)

Se però il rapporto di Ercolani con la malattia è sempre personale, non è mai dato di trovarlo in prima persona nelle sue opere: anzi, la sua cura è sempre stata di eclissarsi, di annullarsi, non solo come forma di pudore e rispetto per la sofferenza, ma come igiene dello sguardo e precisa strategia di scrittura, come aveva fatto in molti dei libri precedenti non a caso spesso imperniati sul tema dell'apocrifo e sui diversi stili che ne conseguivano.

Le cose cambiano invece, e con esiti molto felici, proprio in questo Turno di guardia, dove lo psichiatra, che i turni li fa (li patisce) in un ospedale di una grande città, è in primo piano non solo come soggetto dell'enunciazione e portatore dell'esperienza professionale nonché di artista e studioso, ma anche come bersaglio di considerazioni sarcastiche o aggressive, oltre che di richieste, imploranti o imperative, da parte del tragico campionario umano ai cui bisogni egli cerca di assolvere, ritrovandosi spesso impotente, nelle infinite notti di guardia, in turni anche di 12 ore che a volte si susseguono per giorni e giorni senza pause.

Dementi, barboni, tossici, alcolizzati, suicidi mancati o potenziali, paranoici e schizofrenici, tanti stranieri: stranieri tutti. E straniero, altro, è anche lo psichiatra stesso, lo psichiatra che è scrittore e che come tale è talvolta riconosciuto, e stigmatizzato, deriso e accusato, dai suoi pazienti, a cui cerca di prestare le cure più urgenti in notti "interminabili" in cui la fatica e il sonno si accumulano, combattuti da un lato con letture, film in dvd, testi da scrivere e referti da stilare o consultare; e soprattutto intralciati, dall'altro, dalle chiamate dal pronto soccorso, casi urgenti da ascoltare o sedare, voci che urlano nei reparti, a volte in ululati ininterrotti, e altre come grida isolate, ma più lancinanti, a intervalli regolari, con scansioni esatte, cronometriche, ed effetti più catastrofici sul decorso del tempo, che negli intervalli non si distende in pausa e sollievo, ma si riempie dell'attesa angosciosa del loro ritorno inesorabile.

Brevi storie scandite in capitoli che spesso non superano la pagina, destini chiusi in poche frasi, in dialoghi rabbiosi ma che celano la supplica nella negazione che alla rabbia dà voce, o in brevi monologhi, definizioni e esemplificazioni illuminanti delle malattie e dei loro sintomi (deliri, allucinazioni, crisi epilettiche, di panico, di violenza...), e sintesi di grande efficacia espressiva e di disincantata ma partecipe saggezza, o come condensato, o meglio: precipitato esperienziale. Mai però riducendo a simboli i folli, sempre invece "esseri veri che producono finzioni", che "vivono, giorno dopo giorno, secondo dopo secondo, la percezione di un mondo disintegrato, un mondo che non sentono neppure legato al proprio dolore psichico, ma che avvertono come disastro continuo, concreto, reale, fissato nelle cose, ripetuto nel tempo".

Ma la ricchezza di questo libretto non si limita a questo: essa deriva anche dall'intreccio delle storie con la riflessione che Ercolani non cessa di esercitare sul proprio lavoro: lavoro duplice, in cui scrittura e psichiatria rimandano l'una all'altra e quasi si confondono, perché la prima non va senza la competenza e la strumentazione della seconda, e viceversa queste non possono trovare espressione senza la riflessione e la consapevolezza delle forme, dell'artificio e delle implicazioni della prima.

Chiedersi come parlare ai pazzi quando non c'è tempo di fare nessun discorso, come affrontare l'urgenza delle ferite invisibili e che non si esprimono se non indirettamente, e spesso attraverso il rifiuto e il silenzio, non può essere disgiunto dal chiedersi come dare voce a questi incontri, come trarre esperienza dai loro insegnamenti senza cercare insieme le forme, il linguaggio e le modulazioni e intensità adeguate; e come, infine, conservare ogni istante la consapevolezza di avere di fronte un essere umano singolare e dell'unicità del dialogo che esso richiede, impedendo al contempo che "la conoscenza di destini eretici o infelici influenzi il lettore con irrilevanti sentimenti di compassione". La partecipazione si nutre anche di distanza; la terapia, di riconoscimento e uso della differenza. Se "aver avuto terrore e non volerlo più provare è la giustificazione segreta del delirio", il medico, da parte sua, anche se "per ogni mondo parallelo" prova sempre "un'ostinata tenerezza", deve però aiutare il malato a dargli "una logica" e chiedergli "di delirare con prudenza", di non lasciarsene sopraffare, incerto di riuscirci lui stesso quando, stremato, esce "dai muri della stanza di guardia come dalle pareti di uno specchio". Di uno specchio, aggiunge, che "è crepato", in cui si può mettere "la testa dentro", ma da cui è possibile, per lui, "guardare anche fuori. Affacciar[s]i all'altro mondo con la testa semidecapitata dal cerchio delle loro, delle [sue] visioni". Come noi dal cerchio delle nostre, all'uscita dallo specchio di questo libro.

 

Marco Ercolani, Turno di guardia, Il Canneto Editore, Genova, p. 122, € 7

 

III - Lucetta Frisa e Marco Ercolani, Il muro dove volano gli uccelli

 


 

Con Lucetta e Marco ci conosciamo da vent’anni ormai. Ci scriviamo, telefoniamo e leggiamo reciprocamente, ma gli incontri di persona saranno poco più di una dozzina, e per quasi tutti l’occasione è stata una mostra o un museo: a Genova, Milano, Bergamo, Firenze, Monaco di Baviera... La scrittura, dunque, ma altrettanto la pittura. Il loro primo libro sull’argomento precede la nostra amicizia: è anzi uno dei primissimi che hanno pubblicato a quattro mani: L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), ma tracce di questo amore si trovano sparse in molte altre opere. La scrittura, saggistica o di invenzione, è il derivato naturale di questa vera e propria passione. Non dico che visitano musei e mostre per scriverne; ci vanno (ci andiamo) perché i loro sensi hanno fame di pittura: la testa viene dopo, magari di pochissimo, attimi, ma dopo; e la scrittura a partire da quanto visto, dopo ancora, o forse mai, anche se la passione è tale che prima o poi trabocca in inchiostro (mi scuso per la metafora). Giriamo per le sale, Marco più veloce, ma meditativo e metodico, Lucetta, che pure non trascura nulla, più ondivaga, trascinata dall’entusiasmo per questo o quel dettaglio o per l’insieme già intravisto da lontano ma che necessita sempre di un accostamento, lento o saltellante, e di lunghe soste, di uno sguardo miope, con tutto il corpo che segue l’occhio, si mette al suo servizio, ma poi ne guadagna un surplus elettrico, di pura gioia. Nel frattempo io sparo un po’ di scemenze ma, chissà come, loro le metabolizzano in positivo e me le rimbalzano con una sfumatura in più o un distillato della loro personale alchimia, tanto che mi sento più intelligente anch’io. Gli amici servono a questo. Puro egoismo.

 

Poi io torno a casa contento di averli visti e di ciò che ho visto, e oltre non vado quasi mai; loro continuano a alimentare i loro forni e col tempo da quelle loro storte e alambicchi escono racconti, epistolari e carnets apocrifi, saggi critici o ekphrasis di singole opere che dialogano le une con le altre e con altro ancora (testi, citazione degli autori, dichiarazioni di poetica, luoghi e contesti), e poi vanno a comporsi in piccole costellazioni tematiche che a loro volta ne formano di più vaste che sono insieme traiettorie originali nella storia dell’arte e riflessioni sulla sua natura, e indirettamente, ma non in subordine, sulla propria opera, sulle ossessioni, le procedure e le implicazioni che stanno alla sua base.

 

Questo Il muro dove volano gli uccelli ne è la dimostrazione e, assieme a L’opera non perfetta (Nicomp, 2010) di Marco per quanto concerne la pura teoria, il risultato più alto (oltre che più soddisfacente per gli occhi, per le opere riprodotte e commentate, e per la lettura, grazie a una scrittura piena di sorprese, di improvvisi cambi di direzione e soprassalti che posso definire solo come poetici). La seconda parte esemplifica nel modo migliore quanto appena detto: si tratta infatti di una cinquantina di Dispercezioni (è il suo titolo), suddivise per nuclei tematici: Ombre del sacro; Chiaroscuri, maschere; Soglie, dissolvenze; L’opera come ossessione; Intorno al nero; Colori, alchimie; Imminenza, visione; Speccho, misteri. Seguendo la suggestione di ciascuno di questi titoli e più ancora cambiandone l’ordine, cucendoli con i pochi nessi che l’ordine configurato produce quasi da sé, usando l’uno come chiave interpretativa degli altri, non si scopre solo la stratificazione di queste letture brevi e apparentemente solo focalizzate sull’opera prescelta, ma si individuano anche alcune delle strutture portanti delle opere dei due autori. Si potrebbe anche fare un piccolo gioco delle attribuzioni e delle prevalenze, ma lo lascio al lettore: basta scorrere i titoli dei loro libri per iniziarlo.

 

La prima parte è composta di saggi davvero belli, che articolano con più ampio  respiro queste tematiche e ne esplicitano i presupposti teorici, a partire dai graffiti delle origini fino a Nicolas de Staël passando per Braque (il titolo del libro è ispirato da una sua tela: Les oiseaux) e avendo come numi tutelari Giacometti e,

soprattutto, Michaux. Si tratta di un’indagine, o meglio: di un vero e proprio viaggio nel paesaggio materiale, organico, della creazione, in quel territorio dove i gesti, gli impulsi, i respiri, l’eccitazione dei nervi e il dolore, le pieghe della carne e le sue contrazioni si traducono in atto creativo, al di qua del senso, dell’ordine che esso sempre comunque impone: necessario, utile, plurivoco, ma sempre secondo, ulteriore, anche quando si volge indietro e rimonta a prima, cercando di attingere il prima del prima. Un itinerario che va indietro nel tempo, alle grotte con i primi graffiti, ai primi segni – le impronte delle mani e figure di animali – e a prima dei segni, quando un segno è solo traccia, graffio animale, scarabocchio, pura grafia, gesto che traccia e ancora non è finito, segmento di nessun insieme: non ancora nel gioco delle differenze che lo spossessano di se stesso fissandolo in un’identità ripetibile e differenziata, ma appunto per questo, infine, visibile, riconoscibile, con il capo fuori dall’informe. Ma un’indagine che risale anche al momento prima che il gesto cominci: all’agitazione, al brulicare delle viscere, allo sguardo che fibrilla e alle sensazioni in eruzione prima del pensiero, dove ancora nessuno può dire io. Così anche il loro sguardo, la loro capacità di lasciare che l’occhio si incendi e la scossa passi nei sensi e nell’immaginazione, le analogie, i nessi e le nuove immagini che ne vengono prodotte sono meno un percorso emotivo personale o mappe culturali, che pure a me piacciono moltissimo, che l’affioramento di parentele, affinità e scambi senza proprietario che legano nello stesso vincolo, in una visione comune, chi guarda e le trova e chi le riceve e trasforma e rilancia.  

 

Il muro dove volano gli uccelli - di Lucetta Frisa e Marco Ercolani, Edizioni L'arcolaio, 2013

 

 

IV Marco Ercolani, Camera fissa

 


Comincio con Camera fissa, di Marco Ercolani (Nuova Editrice Magenta, 2013, p. 85, E. 10).

E’ un breve romanzo giovanile, che l’autore ha rivisto a più riprese, fino a questa versione, matura e definitiva, con cui ha vinto il Premio Morselli 2012.

Un uomo giace a letto, incapace di ogni movimento o parola escluso quello degli occhi, in seguito a al fallito suicidio di qualcuno che si è gettato da un palazzo e gli è caduto addosso. Un giorno riceve la visita di un uomo che si rivela il responsabile della sua condizione. Le visite si ripetono, ma mentre l’altro implora il suo perdono, il protagonista ordisce, in modi sottilissimi e con l’aiuto di un vecchio che lo accudisce, insieme la sua vendetta e la propria liberazione.

Il libro è composto di brevi capitoli in cui sono riportate le minime percezioni, ricordi e sogni e progetti del corpo immobile a letto o messo a sedere davanti a una finestra, ridotto a puro sguardo. La camera fissa del titolo, più ancora di quella in cui giace, è quella con cui si identifica quello sguardo, crudele riduzione di un uomo cresciuto da una madre cinefila e lui stesso regista cinematografico. E trame, citazioni, personaggi di film del passato costituiscono il tessuto connettivo tra i capitoli, i personaggi e le vicende: alcuni in citazione e con funzione esplicite, altri in modo velato, come richiamo criptato e chiave di lettura.

Un libro cupo e crudele, costruito con pochissimo eppure denso; una tensione che cresce nell’immobilità di eventi assenti, ridotti a un fiato, a una pupilla che si sposta appena.

 

21/11/18

Una cosa strana che mi è capitata ieri sera. Giuro che è vero.



 Ero stufo di guardare la televisione e mi stavo addormentando. Ma era molto presto e temevo che se fossi andato a letto subito, poi mi sarei svegliato ancor prima del solito e quindi ho spento la tele e invece di restare a leggere sulla poltrona, sono andato in studio, sulla sedia del mio tavolo di lavoro, scomodissima, e quindi garanzia certissima di risveglio. C’è da dire che recentemente ho notato che quando il sonno comincia a calare su di me, che sia l’età o altro, lo fa proprio alla lettera, come un torpore progressivo che parte dalla testa e si estende alle spalle, avvolgendomi come una guaina morbida ma pesante, e da lì alle braccia e al resto del corpo, fino a che non resisto e, nonostante l’ostruzionismo che imbastisco in bagno per contrastarlo e rinviarlo protraendo il cerimoniale il più a lungo possibile, devo andare a letto, dove dopo la lettura di due o tre pagine al massimo, concessemi dalle manovre in bagno, in particolare l’energica pulizia dei denti e il risciacquo con acqua gelida, devo chiudere insieme il libro e gli occhi. Ieri sera però non erano ancora le dieci e mezza, il che significava che mi sarei svegliato tra le quattro e le cinque, che francamente è un po’ troppo presto anche per uno mattiniero come me. (Interessanti tutte queste informazioni, vero?) Così sono andato in studio e ho ripreso la lettura del magnifico e terribile Il morto nel Bunker di Martin Pollack, che confidavo di terminare in giornata, impedito invece da una serie mirabolante di piccole urgenze e altre sciocchezze e scuse. Ho acceso la lampada e aperto il libro tra la pila di stampati da editare e le cartelle con gli appunti per le prossime cose che dovrei scrivere, insisto sul “dovrei”, a destra del pc, e due libri di amici (Così chiamò l'eterno, di Guia Risari e Furto d'anima, di Lucetta Frisa e Marco Ercolani) che mi erano arrivati in giornata alla loro sinistra, e intanto armeggiavo per togliermi l’orologio e slacciare i bottoni del colletto della camicia, perché, come tutti gli indolenti e accidiosi, quando mi decido a fare qualcosa, ne devo fare contemporaneamente almeno altre due, riuscendo male in tutte ovviamente. Così, invece di tenere aperto io le pagine del romanzo, ho appoggiato per la lunghezza sulle pagine di sinistra il cartoncino segnalibri di una biblioteca, confidando che le tenesse ferme e mi lasciasse le mani libere per le altre mie encomiabili iniziative. Invece quel bastardo, non certo per colpa sua, continuava a scivolare via lasciando che la pagina che stavo leggendo di sguincio si chiudesse. Al che, invece di smetterla di armeggiare come un cretino e leggere come si deve, spostavo di nuovo il segnalibro nella posizione precedente, sperando ogni volta che fosse quella buona e le pagine la smettessero di volersi chiudere facendolo scivolar via. Alla quinta o sesta volta ho premuto con maggior forza passando la mano su tutta la pagina per convincere anche lei, continuando a leggere senza controllare quello facevo se non con la coda dell’occhio. E’ stato così che mi è parso di veder scivolare il segnalibro come in una piccolissima fessura buia e lì scomparire. Ho leggiucchiato ancora qualche secondo, finché la parte del mio cervello che aveva registrato l’evento ha suonato il campanello d’allarme e mi ha costretto a interrompere la lettura. Pensa te se devo darla vinta a un segnalibro! Ho allungato la mano tra la pila di fogli e carte e i due libri degli amici, ma il cartoncino non c’era. Solo allora anche la piccolissima fessura di buio in cui mi era sembrato che fosse scomparso mi è tornata chiara alla mente e ho rivisto, perfettamente a fuoco, al rallentatore e al contempo velocissimo il momento della scomparsa. Quel margine di spazio che non era il mio, che si era aperto per accogliere la fuga del segnalibro, o inghiottirlo, mettetela come preferite, per immediatamente richiudersi ripristinando il piano della scrivania senza slabbrature o cicatrici a segnalarne l’avvento e l’immediata sparizione. Possibile? Ho guardato per terra nel caso il segnalibro fosse caduto lì. Non c’era. Allora ho alzato, spostato e sfogliato i libri. Niente. Lo stesso ho fatto con tutte le bozze, le cartellette e i ritagli e i foglietti volanti di appunti che stavano sotto il libro di Pollack. Idem. Ho sfogliato anche il libro più volte. Niente nemmeno lì. Ho guardato, per quanto l’ipotesi fosse inverosimile (ma a questo punto…) anche sotto il pc, da cui il cartoncino distava due spanne, e che peraltro avrebbe dovuto raggiungere superando, non so in virtù di quale forza o spinta, l’asperità delle suddette bozze e cartellette. Figurarsi se era lì. Mi sono persino chiesto se non mi fossi sognato di tenere un segnalibro nel romanzo. Certo che lo tenevo! Ho sempre qualcosa nei libri che leggo, anche se di solito sono foglietti per eventuali appunti, ma non in questo caso, perché sono sicuro che ci avevo messo, e tolto e rimesso, e tolto e rimesso, un segnalibro come quello della foto (ma non quello), ogni volta che avevo letto qualche pagina nei tre giorni precedenti. Sono tornato in salotto dove avevo tenuto il libro fino a poco prima per controllare se l’avevo lasciato lì, pensando però che era una stupidaggine dal momento che avevo spostato il cartoncino più volte per tenere aperte le pagine. Andiamo lo stesso, dai. E ci sono andato. Niente. Ho ispezionato il pavimento dello studio con la pila più volte, con lo stesso risultato. Non è possibile che mi perda per una scemenza del genere, mi dicevo intanto. Non è uno di quei risaputi raccontini dove l’incongruo sbatte le ciglia per un attimo e subito si richiude. Lasciando qualche minima traccia del suo passaggio tuttavia: è la regola. No, qui non c’era nessuna traccia: solo quella mnestica, la linea nera, sottilissima in cui è sprofondato il segnalibro, e che si è chiusa senza lasciare resti. Non c’era niente di niente. Inutile insistere. Sono andato in bagno e poi a letto senza leggere nient’altro. Mi sono addormentato subito. Alle quattro e mezza ero sveglio. Qualche sogno devo averlo fatto. Ma parlava d’altro.

(Secondo me, se il sovrannaturale aveva intenzione di palesarsi, poteva trovare un altro modo. Gente ridicola!)

 

28/05/16

Marco Ercolani, Turno di guardia


Marco Ercolani è psichiatra e quindi non sorprende che la follia occupi un posto rilevante nel suo lavoro di scrittore e critico. Sorprendono invece la varietà dei modi in cui il suo rapporto di medico e artista con essa è stato declinato e la molteplicità delle forme che ha assunto: mai come ambiente, fonte di storie o serbatoio di personaggi o aneddoti, ma sempre spazio mutevole indagato al limite, in bilico sul filo tra follia e opera, esperienza e studio, malattia e sintomo, persona e paziente, cercando di preservare a ciascun corno della dicotomia la sua specificità e autonomia, il rispetto per la voce che gli è propria e insieme la possibilità di un passaggio dall'uno all'altro: ponte, porta, segno, empatia. Vale a dire attenzione che rifiuta al folle il ruolo di astrazione, ma anzi riceve proprio dalla sua individualità lo stimolo a riconoscere in sé un identico spazio e a provare a rispondere alle sue radicali interrogazioni senza stemperarle, ma anche senza idealizzarle dimenticando che è dalla follia che provengono: dalla malattia e dal dolore da cui il folle chiede di essere liberato. E questo sia che il rapporto con la follia prenda poi la forma di riflessioni saggistiche (come in L'opera non perfetta – Note su arte e follia 1999-2009, Nicomp L.E., 2010), sia che riporti, come quadri circoscritti, ma senza cornice, i deliri, le voci e le esperienze, fatti e misfatti, dei malati (come in Anime strane, Greco&Greco, Milano, 2004 e Sento le voci, La vita felice, Milano, 2009, scritti in coppia con la moglie Lucetta Frisa), ovvero che essi abbiano il ruolo di attori e interlocutori diretti come nel recente Turno di guardia (Il Canneto Editore, Genova, p. 113, E. 7). Sottolineo malati e folli, perché tali sono e li chiama Ercolani, senza ricorrere a eufemismi o palliativi di sorta: sono malati, pazienti, che patiscono  e non hanno più la pazienza di sopportarlo, anche se a volte non manca chi, "guarito", rimpiange la malattia: "Non sarei dovuto guarire. Ora detesto la vita. Non sarei dovuto finire così. Prima c'erano ventisette ponti, trecento odori, seicento colori. Ora niente. Sto dentro un appartamento e aspetto di morire." (Ma se è guarito, che ci fa al pronto soccorso in piena notte? Forse che la "guarigione" non è che una forma più accettata ma non meno dolorosa di malattia?)
Se però il rapporto di Ercolani con la malattia è sempre personale, non è mai dato di trovarlo in prima persona nelle sue opere: anzi, la sua cura è sempre stata di eclissarsi, di annullarsi, non solo come forma di pudore e rispetto per la sofferenza, ma come igiene dello sguardo e precisa strategia di scrittura, come aveva fatto in molti dei libri precedenti non a caso spesso imperniati sul tema dell'apocrifo e sui diversi stili che ne conseguivano.


Le cose cambiano invece, e con esiti molto felici, proprio in questo Turno di guardia, dove lo psichiatra, che i turni li fa (li patisce) in un ospedale di una grande città, è in primo piano non solo come soggetto dell'enunciazione e portatore dell'esperienza professionale nonché di artista e studioso, ma anche come bersaglio di considerazioni sarcastiche o aggressive, oltre che di richieste, imploranti o imperative, da parte del tragico campionario umano ai cui bisogni egli cerca di assolvere, ritrovandosi spesso impotente, nelle infinite notti di guardia, in turni anche di 12 ore che a volte si susseguono per giorni e giorni senza pause.
Dementi, barboni, tossici, alcolizzati, suicidi mancati o potenziali, paranoici e schizofrenici, tanti stranieri: stranieri tutti. E straniero, altro, è anche lo psichiatra stesso, lo psichiatra che è scrittore e che come tale è talvolta riconosciuto, e stigmatizzato, deriso e accusato, dai suoi pazienti, a cui cerca di prestare le cure più urgenti in notti "interminabili" in cui la fatica e il sonno si accumulano, combattuti da un lato con letture, film in dvd, testi da scrivere e referti da stilare o consultare; e soprattutto intralciati, dall'altro, dalle chiamate dal pronto soccorso, casi urgenti da ascoltare o sedare, voci che urlano nei reparti, a volte in ululati ininterrotti, e altre come grida isolate, ma più lancinanti, a intervalli regolari, con scansioni esatte, cronometriche, ed effetti più catastrofici sul decorso del tempo, che negli intervalli non si distende in pausa e sollievo, ma si riempie dell'attesa angosciosa del loro ritorno inesorabile.
Brevi storie scandite in capitoli che spesso non superano la pagina, destini chiusi in poche frasi, in dialoghi rabbiosi ma che celano la supplica nella negazione che alla rabbia dà voce, o in brevi monologhi, definizioni e esemplificazioni illuminanti delle malattie e dei loro sintomi (deliri, allucinazioni, crisi epilettiche, di panico, di violenza...), e sintesi di grande efficacia espressiva e di disincantata ma partecipe saggezza, o come condensato, o meglio: precipitato esperienziale. Mai però riducendo a simboli i folli, sempre invece "esseri veri che producono finzioni", che "vivono, giorno dopo giorno, secondo dopo secondo, la percezione di un mondo disintegrato, un mondo che non sentono neppure legato al proprio dolore psichico, ma che avvertono come disastro continuo, concreto, reale, fissato nelle cose, ripetuto nel tempo".
Ma la ricchezza di questo libretto non si limita a questo: essa deriva anche dall'intreccio delle storie con la riflessione che Ercolani non cessa di esercitare sul proprio lavoro: lavoro duplice, in cui scrittura e psichiatria rimandano l'una all'altra e quasi si confondono, perché la prima non va senza la competenza e la strumentazione della seconda, e viceversa queste non possono trovare espressione senza la riflessione e la consapevolezza delle forme, dell'artificio e delle implicazioni della prima.
Chiedersi come parlare ai pazzi quando non c'è tempo di fare nessun discorso, come affrontare l'urgenza delle ferite invisibili e che non si esprimono se non indirettamente, e spesso attraverso il rifiuto e il silenzio, non può essere disgiunto dal chiedersi come dare voce a questi incontri, come trarre esperienza dai loro insegnamenti senza cercare insieme le forme, il linguaggio e le modulazioni e intensità adeguate; e come, infine, conservare ogni istante la consapevolezza di avere di fronte un essere umano singolare e dell'unicità del dialogo che esso richiede, impedendo al contempo che "la conoscenza di destini eretici o infelici influenzi il lettore con irrilevanti sentimenti di compassione". La partecipazione si nutre anche di distanza; la terapia, di riconoscimento e uso della differenza. Se "aver avuto terrore e non volerlo più provare è la giustificazione segreta del delirio", il medico, da parte sua, anche se "per ogni mondo parallelo" prova sempre "un'ostinata tenerezza", deve però aiutare il malato a dargli "una logica" e chiedergli "di delirare con prudenza", di non lasciarsene sopraffare, incerto di riuscirci lui stesso quando, stremato, esce "dai muri della stanza di guardia come dalle pareti di uno specchio". Di uno specchio, aggiunge, che "è crepato", in cui si può mettere "la testa dentro", ma da cui è possibile, per lui, "guardare anche fuori. Affacciar[s]i all'altro mondo con la testa semidecapitata dal cerchio delle loro, delle [sue] visioni". Come noi dal cerchio delle nostre, all'uscita dallo specchio di questo libro.

Marco Ercolani, Turno di guardia, Il Canneto Editore, Genova, p. 122, € 7