Se Christo avesse anche solo
lontanamente immaginato di concepire la sua opera smisurata sul lago d’Iseo per
favorire la passeggiata di queste signorine, sarebbe metafisicamente
giustificato, ora e per sempre. L’eleganza del loro incedere, l’assoluta
noncuranza con cui il loro sguardo carezza e pacifica il paesaggio circostante
senza forse vederlo, contrastano con la ressa ansimante dei lemming umani, che
si accalcano intenti quasi solo a contemplare se stessi e i propri vicini nei propri
specchi digitali, rimandando tutto il resto a dopo, cioè a mai. Mentre gli
uomini accorrono alla ricerca di una sensazione laica e garantita, tiepida, quella
di camminare sulle acque di questo laghetto di Genesaret dalla superficie
calmissima senza nessun rischio di cadere, in compagnia di tanti simili che si
sostengono a vicenda in una vicinanza per una volta non angosciante e che provano,
si suppone, un’identica emozione, ciascuno per conto suo e tutti quanti assieme,
loro si muovono con lo stessa capacità di sempre di prendere possesso del luogo
senza impadronirsene, senza farlo proprio, e anzi lasciandolo essere come è,
nel suo splendore. Forse il momento di questa passeggiata è quello prima della
tempesta, quando tutti i dilettanti di sensazioni accorsi da ogni parte
d’Europa, perché di bellezza, spettacolo o meno, c’è sempre fame, sono stati
sgombrati per il pericolo, per gli elementi che rivelano in modo intempestivo il
loro lato ostile, o forse è quando è già iniziata, perché per esse tutto è il
loro elemento, pioggia o sole, vento o neve. Approfittano dell’improvvisa
solitudine per ritornare con la famigliola dove, in altri momenti, come se
niente fosse, erano già state e dove continueranno a tornare, in quello spazio ora
ridisegnato e colorato che per un po’ segmenta le traiettorie e gli sguardi,
offrendo però nuove opportunità di percorso, sopra e sotto le acque. E però,
con tutto questo, miopi, non ne colgono, forse, la meraviglia; mentre per gli
uomini questa possibilità si apre sempre, anche se spesso, per una diversa
miopia, finisce per cadere sull’obiettivo sbagliato: l’opera sul lago, invece
che loro stessi sull’opera.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
22/06/16
21/06/16
Politica palmata. 4 e 5. Fine.
(qui le puntate Precedenti: Politica palmata 1 e Politica palmata 2)
4. Grandi novità tra i palmati! Stanotte dev'essere successo
qualcosa...
2 agosto 2013
Stamattina il nervosismo è palpabile,
l’aria si taglia a fette. Il ricorso alle inossidabili immagini della
tradizione è d’obbligo.
Deve essere successo qualcosa di
grave stanotte, o ieri sera, mentre ero distratto o impegnato in faccende ben
più urgenti per me (respirare, per esempio). Appena salito sul ponte mi è
apparsa, in fondo, la distesa del fiume vuota e silenziosa. Poi ho sentito uno
starnazzare isterico, uno zampettare frettoloso e colpi d’ala vicino alla riva
sinistra, proprio sotto il ponte, dietro gli alberi che costeggiano la sponda.
Fatti i 50 metri sul canale e la lingua di terra che lo separa dal fiume, le ho
viste: erano di nuovo tutte insieme, e in più c’erano anche le tre grandi oche
che di solito se ne stanno altezzose nella loro lussuosa enclave, che guai a
chi tenta di aggregarsi. I cigni sono a valle, e come al solito se ne fregano.
Accettano talvolta di essere attorniati da qualche fan adorante, ma solo per
dovere, e per poco, perché gli vengono subito a noia. (Li capisco. Le groupies
non le sopporterei nemmeno io, se ne avessi.) Anche le secessioniste si sono
ricongiunte alle ex-avversarie. L’Aventino è vuoto (vedi foto). Però questo non
ha fatto che accrescere l’aggressività endemica. Le voci si alzano; alcune si
accapigliano; ogni tanto una si alza in volo per qualche metro, seguita da
qualche amica per solidarietà o per contagio, e scappa per evitare la carica
delle più facinorose. Gruppetti organizzati venuti col preciso intento di
beccare duro. Picchiatrici professioniste!
L’autoesiliata invece se ne sta
ancora in disparte, ma un po’ più vicino al gruppo, di cui scruta ogni mossa.
Studia la reazione più appropriata, la più efficace per sé e la meglio visibile
dagli altri. Chissà cosa capisce, da lì. Dice che lo sguardo da fuori è più
lucido. Che è proprio la lucidità la cosa più importante in questi frangenti.
Per ora non fa niente.
…
Ma la tregua non è durata molto. Ci
avrei scommesso. (Con certa gente…!)
Al mio ritorno dalla solita zufolante
passeggiata, l’assemblea, o dovrei dire l’assembramento?, si era già dissolta.
Restavano solo, qua e là, piccoli gruppi separati. Sottocommissioni, riunioni
di correnti, lobbies. Forse stavano facendo il punto della situazione e
raccoglievano le idee per delineare una strategia comune. Facile che se ne
escano a breve con dei comunicati ufficiali. Io non sarò presente, però. Devo
fare la spesa.
Se sono importanti ne verrò a
conoscenza comunque, presto o tardi; se non lo sono, non avrò perso tempo a
ascoltarli e magari, non si può mai dire, a cercare di interpretarli, il detto
e il non detto e il quasi detto e l'alluso e il mezzo taciuto, a strologarci
sopra.
Anche se strologare mi piace.
5. Scoperto l'arcano! Cade il velo di Maya!
3 agosto 2013
E non è un bel vedere!
Macché assemblea! Macché secessione! Mi sbagliavo. Si è
trattato solo di uno stupidissimo travisamento. Un errore di interpretazione
che solo a pensarci avvampo. Una misinterpretation! Una bella mazzata
per il mio preteso acume critico.
L'assembramento non è dovuto ad altro che alla vecchia
signora che ogni mattina arriva con le sue belle sporte piene di pane secco,
che dissemina dal ponte solo dopo aver chiamato a raccolta tutte le anatre,
nominate ad una ad una, lasciando il tempo che arrivino anche le più lontane e
lente onde evitare favoritismi. Ma presto, prima che si aggreghino oche e
cigni! Che poi arrivano lo stesso veloci come fulmini, a reclamare il dovuto, o
quello che la loro arroganza reputa tale.
Mi era proprio uscita di mente! Mi sono ricordato di lei
solo stamattina, quando me la sono vista da lontano che sbucava dal tornello
della passerella e, inforcata la bici appoggiata al guardrail, se ne andava
soddisfatta del dovere adempiuto (vedi foto). D'estate non ce ne sarebbe poi
così bisogno, ma ormai le ha viziate. Tremo al pensiero di quando non potrà più
venire. Anche se forse qualcuno prenderà il testimone. Sporadici discepoli già
ci sono. Ma incostanti... velleitari. Probabilmente le sue protette la vedono
come una divinità, un essere numinoso evocato dalle loro preghiere, la conferma
di una qualche loro teologia provvidenziale. La dimostrazione del progresso,
per la corrente laica. La dimostrazione dell'inesauribilità delle risorse.
Finite quelle, c'è sempre la manna. Non me ne stupirei. Se no di che cavolo
parlano in continuazione? Solo degli ultimi, e penultimi, e terzultimi,
pettegolezzi? Beh, può essere. Tutto è possibile. Più qualcosa è facile, più lo
è.
La truppa dei palmati al completo si raggruppava, gridava
e si azzuffava solo per arraffare il boccone migliore, o, i più deboli, per
tenersi almeno quello caduto a distanza di becco. Restava unita finché c'era
sufficiente cibo da spartire per tutti; poi cominciavano i battibecchi per
piccole questioni di giurisdizione; qualche prepotente faceva la voce grossa,
ma senza poi aggredire più di tanto le poverette che si mettevano subito a
distanza di sicurezza, magari lamentandosi del sopruso (qualche lacrimuccia...
e: te la faccio pagare, prima o poi... ti faccio vedere io!), e infine tutti si
sparpagliavano con i propri sodali o parenti stretti, nel loro distretto di
appartenenza o all'ombra, chi soffre il caldo. La diaspora. La dispersione.
L'irrilevanza.
Che fine ingloriosa per un'epopea che si andava
delineando terribile e costellata di eventi e figure indimenticabili!
E che smacco per l'armamentario ermeneutico!
Urge una radicale riforma del giudizio. Subito!
Eppure...
Eppure può benissimo essere che la spartizione del cibo
sia solo un paravento per manovre più oscure. Che sia la scusa per regolare
conti in sospeso senza darlo a vedere. Omero insegna.
Non è possibile che tutto si riduca a una tale banalità!
A una trivialità così insulsa. Così volgare!
Il circolo ermeneutico funzionava che era una meraviglia!
Un edificio solido, senza una crepa, un meccanismo di precisione con gli
ingranaggi perfettamente oliati. Un cerchio magico! Il disegno accuratissimo di
un incanto reale... Così convincente poi!
Io non mi rassegno. Nonnonnò. Non la lascio cadere.
Facciamo così allora: continuo sul doppio binario. Così
salvo la verità (la sua apparente evidenza), e il resto. La realtà e il
piacere. O il godimento. Non ho mai capito bene la distinzione. Mi stanno bene
entrambi peraltro. Me ne farei bastare anche uno solo, si degnasse di
visitarmi.
(E non mi importa quanto caduchi possano essere: prima,
in ogni caso, saranno stati in alto.)
Politica palmata. 2 e 3
(qui la prima puntata: Politica palmata 1 e qui la terza e ultima: Politica palmata -4-e-5-fine.)
2.
Secessione!
27 luglio 2013
Un gruppetto di estremiste autonominatesi “Separatiste
abduane”, forse agenti provocatori infiltrati, con un gesto clamoroso si è
installato sulla riva opposta, da dove lancia versi di scherno, ingiurie e
accuse di ogni genere contro l’assemblea generale, che al momento le ignora.
Quando poi questa, in massa – per ragioni climatiche o altro capriccio, ma probabilmente per dimostrare
il proprio diritto sovrano su questo tratto del fiume tra le due dighe e, se
appena lo volessero, anche oltre (oltre... verso le terre ignote che molte di
loro hanno esplorato e da cui, loro, sono tornate... tornate per restare) e,
già che c’è, anche la propria forza –, si sposta
armi e bagagli sulla riva sinistra, loro, come se fosse una decisione maturata
già in precedenza, si lasciano portare dalla corrente un po’ più a sud e quando
sono abbastanza al sicuro guadagnano la riva destra, o viceversa, riprendendo
la solita tiritera di lazzi e contumelie con vigore direttamente proporzionale
alla distanza interposta. O, secondo il loro dire, al percorso di crescita
tracciato. Dannunziane!
Nessuno sembra cercare lo scontro, ma secondo me non
dura.
La situazione
resta incandescente!
(L’asino
Natale sembra aver percepito la tensione nonostante abiti oltre un chilometro
più a monte e nel silenzio del mattino, scosso, lo proclama a chiare lettere:
“Così non può durare! Düra minga… düra nooooo!)
(Stay tuned.)
3. Gli eventi
precipitano! La secessione avanza, la soglia critica è vicinissima!
1 agosto 2013
Dopo quel terribile momento, per fortuna le acque
sembravano essersi calmate e io ho potuto riprendere le mie passeggiate senza
sentirmi minacciato. Il grosso dell’assemblea non mi degnava più di uno
sguardo, come se fosse dimenticato di me (le secessioniste non me l’hanno mai
concesso, invece: avevano ben altro a cui pensare… Più importante di me!
Figurarsi, quelle svaporate!) e la pace regnava sovrana, in primis nella mia
anima sensibile. Oggi invece ho percepito subito che qualcosa era cambiato: i
ranghi dell’assemblea presentavano vistose lacune e sul momento ho temuto che
il tornado dell’altro giorno avesse fatto una mezza strage, oltre ai disastri
ambientali e economici che tutti sanno (per fortuna subito riparati dai nostri
efficientissimi amministratori, che ne hanno anzi approfittato per ricostruire
tutto meglio di prima, più solido e più bello, quasi senza spese. – Ce ne
vorrebbero due o tre all’anno di catastrofi così!). Invece è bastata un po’ di
attenzione e tutto si è chiarito.
L’assemblea permanente ha perso altri aderenti, le fila
delle secessioniste si sono ingrossate, l’aria si è fatta più tesa, e la soglia
critica, il fatidico punto di non ritorno (the
point of no return!) sembra ormai
prossimo. E tutto per colpa di una agitprop, di una giovane incantatrice dalla
parlantina sciolta e pure belloccia, per chi apprezza il genere (e ce n’è, ce
n’è…) che si è installata su un tronco che sporgeva dall’acqua e da quel
pulpito si è messa a predicare, a minacciare cataclismi (guerre civili...
rivoluzioni!), calare sarcasmi taglienti come mannaie, alleggerire i toni con
deliziose barzellette (alcune un po’ troppo raffinate per quell’uditorio, ma
tant’è… l’incomprensione, in chi è già bendisposto, o servile, accresce
l’ammirazione; tanto più se a suscitarla è una guappa belloccia), a squarciare
nuovi orizzonti, prospettive luminose con voce forte ma calda, suadente, con
quelle scaglie roche che innescano immaginazioni torbide poi! Auuuuuhhh!!!
Le quattro o cinque secessioniste della prima ora, che
perlopiù se ne stavano tranquille accosto riva a quaquaraquare, si sono
avvicinate a prudente distanza, ma sufficiente per sentire forte e chiaro cosa
aveva da dire la mestatrice bonazza (epiteto usato dai tre maschi); poi,
slumato il movimento e annusata una possibile novità, pian piano, con un lungo
giro, come se passassero di lì per caso, si sono unite anche alcune delle
solite perdigiorno che ciondolavano in quei paraggi, e non se ne sonop più
andate.
Ovviamente il grosso dell’assemblea, tradita così
platealmente, ha subito accennato a reagire, ma per fortuna ha prevalso la
saggezza di alcune politiche di lungo corso che hanno suggerito di far finta di
niente, che tutto sarebbe evaporato da solo in men che non si dica. La vecchia
scuola attendista! La prima deca di Tito Livio! Resta da vedere per quanto
riusciranno a tenere a freno gli animi esagitati dei più giovani e battaglieri,
vogliosi di conquistarsi i gradi sul campo. (Di salire qualche gradino, che se
no questi vecchiazzi non li schiodi più! Sembrano eterni… Un patto col diavolo
hanno fatto! I più religiosi almeno… Il cornutaccio si scomoda solo per loro.)
Le ribelli non si sono fatte pregare e hanno risposto per
le rime. Alcune, provocazione mai vista prima!, si sono spiumate il petto
irridendo i parrucconi. Sgallettate!
Due o tre feticisti si sono precipitati a raccattare le
reliquie prima che la corrente le portasse via e le hanno riposte di soppiatto
in qualche loro tasca segreta (non prima di aver dato un’annusata estasiata,
come se niente fosse, nel gesto di accompagnare la messa in sicurezza del
tesoro. Qualcuna va dritta su ebay, ci scommetto! Così com'è... manco lavata!).
Io ho provato a scattare qualche foto, ma avevo solo il
cellulare, senza zoom. Chi mai poteva immaginare sviluppi così clamorosi? Ieri
sembrava che fosse tutto in via di composizione… Così dovrete accontentarvi di
immagini rubate al volo e non sempre accuratissime. Anche perché non volevo
farmi scoprire, dati i precedenti.
Dopo ogni scatto mi voltavo come a ammirare il paesaggio,
e è così che ho notato una terza novità (un’altra!). Quasi nascosta dalla
vegetazione della riva a nord del ponte, c’era una tizia di una certa età,
quella che una volta definivano venerabile (quando c'era ancora qualche ingenuo
che pensava che ci fosse qualcosa degno di venerazione), che si era discostata
da tutto e da tutti e se ne stava da sola, in splendido isolamento! Non
sembrava triste: orgogliosa piuttosto; o meglio: ricolma di grave dignità. Un
fulgido esempio di indipendenza che mi ha suscitato un empito di spontanea, fervidissima
simpatia, come mi capita con tutti i tapini e i negatori marginali; ma subito è
subentrata la ben più solida avversione per gli eroi solitari, i suscitatori
professionali di stati commotivi, i martiri, specie se si immolano in angoli
ameni e davanti a un pubblico pronto a dissuaderlo, e sotto gli obiettivi di
fotografi e cameraman, per i posteri e gli assenti. Obiettivi solo sognati, per
ora (a parte il mio, rudimentale).
C’è anche la possibilità che nessuno dia peso al gesto,
tuttavia, e che la vittima, visto che nessuno se la fila, torni indietro con un
voltafaccia spettacolare, che però dubito che avrà qualche effetto, se tarda
ancora un po’ a inscenarlo.
(E le sta bene, secondo me.)
15/06/16
Folaghe
Le folaghe sono sgraziate, pesanti quando si alzano in volo, che si ha sempre paura che non ce la facciano a restare in aria e caschino in acqua. Anche quando nuotano sono poco fluide, con la testolina e il collo che scattano in avanti a ogni movimento, come in un ballo di molti anni fa: un movimento "egizio". (Non come le anatre! Ieri ho visto una coppia nel canale, vicino a riva, dove la corrente era fiacca e l'acqua trasparente, che faceva il moonwalking meglio di Michael Jackson.)
Ma sono simpatiche lo stesso. Mi ricordo, il giorno del mio sessantesimo compleanno che ero in giro da solo con il crapone giù e l'aria conseguente, la covata appena nata che attraversava la pozza dell'Adda vecchia, con le piume schizzate in ogni direzione come i capelli gellati dei punk, e il ritardatario che rincorreva trafelato come nei cartoni animati il gruppo dei fratellini ormai approdato al canneto sull'altra riva, mentre la mamma vi era già sparita in tutta fretta, incurante, quasi a scrollarseli tutti di dosso. Ma come? sono appena nati! Niente; che ci pensino loro a seguirmi, io ho da fare. Per forza che poi scambiano fischi per fiaschi! La storia dell'imprinting non gliel'ha insegnata nessuno a quella sventata? No, deve becchettare da qualche parte con le sue amiche, lei, e al minimo movimento sospetto correre in acqua a perdifiato, sculettando. E poi via, nel folto! Sparire!
03/06/16
Yan Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding
Negli
anni '90 in Cina c'è stata una grande campagna per raccogliere sangue per gli
ospedali che ha provocato danni infinitamente maggiori dei benefici auspicati.
La raccolta, infatti, era spesso demandata all’iniziativa privata di persone
senza scrupoli che, oltre a sottopagare i donatori, contadini poverissimi
attratti dal guadagno apparentemente facile e inesauribile, non usavano la minima
precauzione igienica, con il risultato che nella sola regione di Henan più di
un milione di persone sono state contagiate di Aids.
Yan
Lianke, scrittore cinquantenne già tradotto da noi con il romanzo satirico Servire il popolo (Einaudi, 2006) fortemente
osteggiato e poi proibito in patria, è originario di questa regione e ha voluto
rendere testimonianza dello strazio e delle conseguenze che questa tragedia ha
prodotto sul suo popolo.
Lo ha fatto concentrando il proprio sguardo sulle
vicende di un piccolo villaggio e della famiglia che di questo immondo mercato
era stata la principale promotrice: dal patriarca, bidello della scuola ma
autorità culturale del villaggio e come tale ascoltato, che aveva convinto in
totale buona fede i compaesani a aderire alla campagna; ai suoi due figli, uno
contagiato, che darà poi vita a una struggente e trasgressiva storia d’amore
adulterina con una giovane pure malata, e l’altro che della raccolta si farà
cinico profittatore fino a raggiungere posizioni di ricchezza e potere anche
nel capoluogo, non importa se pagando l’ascesa con la perdita del figlio
maschio dodicenne, avvelenato dai compaesani per vendetta.
Proprio da questo ragazzino la storia viene
raccontata, scandita come in un controcanto visionario dai sogni del nonno, che
prefigurano nel dettaglio gran parte degli eventi che sconvolgeranno pian piano
non solo l’unità della famiglia, ma tutte le usanze e le regole millenarie del
villaggio, dove la coesistenza in apparenza pacifica della cultura tradizionale
con i cambiamenti storici portati dal comunismo viene completamente dissolta
dalla diffusione del contagio e dalla logica sfrenata del mercato che vi è
sottesa.
Non c’è nemmeno bisogno che Lianke insista
esplicitamente sulla portata simbolica di ogni azione o evento tanto è forte
questa potenzialità già nella lettera del discorso. Il passaggio dall'immobile mondo
rurale del villaggio agli sconvolgimenti che la Cina sta vivendo, con
l'irruzione dell'Occidente e del denaro, e con la diffusione della corruzione e
la mercificazione di ogni cosa e relazione e valore; la proiezione di ogni
evento fin nelle sue minime implicazioni dal livello aneddotico a quello
storico e da locale a sovranazionale; il ribaltamento del mondo dei vivi in
quello dei morti e viceversa, fino alla loro sovrapposizione e confusione (la
vendita delle bare, la speculazione edilizia dei cimiteri e la corsa
all'accaparramento delle postazioni più panoramiche e salubri per la vita
eterna e le dimore dei morti, il loro lusso sfrenato, da antichi imperi...),
avvengono spontaneamente anche per il lettore occidentale.
Ciò che invece viene perso da questi è altro: e si
tratta di una perdita difficile da valutare, ma che è facile presumere grande
se la si rapporta alla misura e all'intensità di ciò che la lettura riesce
comunque a trasmettere.
Dubbi di cui è difficile venire a capo. Per
esempio: nella descrizione dei luoghi e delle cose riesce impossibile non
intravedere (intuire, ma non percepire) una convenzionalità che comunque non
soffoca, per noi, la semplicità e si traduce in incanto (quello di un'ingenuità
riconquistata: che non è poco), mentre per un cinese la sua eventuale bellezza è
più facile che derivi dalla stratificazione: di evocazioni, citazioni magari
esatte e quasi rituali, differenze, scarti o addirittura sorprendenti
innovazioni.
Ignota
la lingua originale, che le traduzioni da quelle occidentali a volte lasciano
invece trasparire, e con essa persi i ritmi, confuse le forme e incerti persino
molti dei riferimenti più prossimi, a volte intuibili ma sfrondati di sfumature
e implicazioni, e comunque poco assimilati, restano solo ripetizioni,
variazioni, pause e cambi di ritmo, molto efficaci peraltro: richiami evidenti
a cadenze della narrazione orale; ma quale tra le tante possibili formule e
forme, è impossibile dirlo. Come è difficile decidere quale significato e
valore formale e strutturale attribuire ai numerosi passaggi che a noi
richiamano un realismo di stampo quasi ottocentesco.
E
infine: quanto l’espediente del narratore morto e il particolare ruolo dei
sogni sono personali creazioni di Lianke, e quanto invece si raccorda a
modalità di narrazione consolidate o plausibili nella stratificata e millenaria
tradizione cinese? Confesso che a me appaiono un po’ forzati, soprattutto il primo.
Quanto
del tono complessivo di distanza e insieme di partecipazione, di ingenuità che
si trasforma spesso in saggezza, deriva dal fatto che voce narrante è di un ragazzino,
perdipiù morto? Che lo fosse, non mi sembra necessario, anche se per certi aspetti
la parte finale del libro lo giustifica. Non del tutto, però. Resta un sospetto
di arbitrarietà eccessiva (o forse sono io che non ne posso più del ricorso
alla voce infantile per abborracciare una prospettiva inedita e presuntopoetica;
ma anche qui: forse in Cina non è lo stesso).
Non
è troppo intelligente, colto e smaliziato (e peggio: fintoingenuo) per essere
un dodicenne? Oppure è la morte a rendere intelligentissimi?
Difficile
saperlo. I morti, secondo me, sono così intelligenti che non hanno nemmeno
bisogno di farlo sapere. Si accontentano di esserlo. E i vivi? Che si
arrangino!
Yan
Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding,
trad. it. Lucia Regola, Nottetempo, 2011, p. 450, E. 20
Iscriviti a:
Post (Atom)







