22/06/16

Le anatre di Christo



Se Christo avesse anche solo lontanamente immaginato di concepire la sua opera smisurata sul lago d’Iseo per favorire la passeggiata di queste signorine, sarebbe metafisicamente giustificato, ora e per sempre. L’eleganza del loro incedere, l’assoluta noncuranza con cui il loro sguardo carezza e pacifica il paesaggio circostante senza forse vederlo, contrastano con la ressa ansimante dei lemming umani, che si accalcano intenti quasi solo a contemplare se stessi e i propri vicini nei propri specchi digitali, rimandando tutto il resto a dopo, cioè a mai. Mentre gli uomini accorrono alla ricerca di una sensazione laica e garantita, tiepida, quella di camminare sulle acque di questo laghetto di Genesaret dalla superficie calmissima senza nessun rischio di cadere, in compagnia di tanti simili che si sostengono a vicenda in una vicinanza per una volta non angosciante e che provano, si suppone, un’identica emozione, ciascuno per conto suo e tutti quanti assieme, loro si muovono con lo stessa capacità di sempre di prendere possesso del luogo senza impadronirsene, senza farlo proprio, e anzi lasciandolo essere come è, nel suo splendore. Forse il momento di questa passeggiata è quello prima della tempesta, quando tutti i dilettanti di sensazioni accorsi da ogni parte d’Europa, perché di bellezza, spettacolo o meno, c’è sempre fame, sono stati sgombrati per il pericolo, per gli elementi che rivelano in modo intempestivo il loro lato ostile, o forse è quando è già iniziata, perché per esse tutto è il loro elemento, pioggia o sole, vento o neve. Approfittano dell’improvvisa solitudine per ritornare con la famigliola dove, in altri momenti, come se niente fosse, erano già state e dove continueranno a tornare, in quello spazio ora ridisegnato e colorato che per un po’ segmenta le traiettorie e gli sguardi, offrendo però nuove opportunità di percorso, sopra e sotto le acque. E però, con tutto questo, miopi, non ne colgono, forse, la meraviglia; mentre per gli uomini questa possibilità si apre sempre, anche se spesso, per una diversa miopia, finisce per cadere sull’obiettivo sbagliato: l’opera sul lago, invece che loro stessi sull’opera.

21/06/16

Politica palmata. 4 e 5. Fine.


(qui le puntate Precedenti: Politica palmata 1 e  Politica palmata 2)

4. Grandi novità tra i palmati! Stanotte dev'essere successo qualcosa...

2 agosto 2013
Stamattina il nervosismo è palpabile, l’aria si taglia a fette. Il ricorso alle inossidabili immagini della tradizione è d’obbligo.
Deve essere successo qualcosa di grave stanotte, o ieri sera, mentre ero distratto o impegnato in faccende ben più urgenti per me (respirare, per esempio). Appena salito sul ponte mi è apparsa, in fondo, la distesa del fiume vuota e silenziosa. Poi ho sentito uno starnazzare isterico, uno zampettare frettoloso e colpi d’ala vicino alla riva sinistra, proprio sotto il ponte, dietro gli alberi che costeggiano la sponda. Fatti i 50 metri sul canale e la lingua di terra che lo separa dal fiume, le ho viste: erano di nuovo tutte insieme, e in più c’erano anche le tre grandi oche che di solito se ne stanno altezzose nella loro lussuosa enclave, che guai a chi tenta di aggregarsi. I cigni sono a valle, e come al solito se ne fregano. Accettano talvolta di essere attorniati da qualche fan adorante, ma solo per dovere, e per poco, perché gli vengono subito a noia. (Li capisco. Le groupies non le sopporterei nemmeno io, se ne avessi.) Anche le secessioniste si sono ricongiunte alle ex-avversarie. L’Aventino è vuoto (vedi foto). Però questo non ha fatto che accrescere l’aggressività endemica. Le voci si alzano; alcune si accapigliano; ogni tanto una si alza in volo per qualche metro, seguita da qualche amica per solidarietà o per contagio, e scappa per evitare la carica delle più facinorose. Gruppetti organizzati venuti col preciso intento di beccare duro. Picchiatrici professioniste!
L’autoesiliata invece se ne sta ancora in disparte, ma un po’ più vicino al gruppo, di cui scruta ogni mossa. Studia la reazione più appropriata, la più efficace per sé e la meglio visibile dagli altri. Chissà cosa capisce, da lì. Dice che lo sguardo da fuori è più lucido. Che è proprio la lucidità la cosa più importante in questi frangenti. Per ora non fa niente.
…
Ma la tregua non è durata molto. Ci avrei scommesso. (Con certa gente…!)
Al mio ritorno dalla solita zufolante passeggiata, l’assemblea, o dovrei dire l’assembramento?, si era già dissolta. Restavano solo, qua e là, piccoli gruppi separati. Sottocommissioni, riunioni di correnti, lobbies. Forse stavano facendo il punto della situazione e raccoglievano le idee per delineare una strategia comune. Facile che se ne escano a breve con dei comunicati ufficiali. Io non sarò presente, però. Devo fare la spesa.
Se sono importanti ne verrò a conoscenza comunque, presto o tardi; se non lo sono, non avrò perso tempo a ascoltarli e magari, non si può mai dire, a cercare di interpretarli, il detto e il non detto e il quasi detto e l'alluso e il mezzo taciuto, a strologarci sopra.
Anche se strologare mi piace.




5. Scoperto l'arcano! Cade il velo di Maya!

3 agosto 2013
E non è un bel vedere!
Macché assemblea! Macché secessione! Mi sbagliavo. Si è trattato solo di uno stupidissimo travisamento. Un errore di interpretazione che solo a pensarci avvampo. Una misinterpretation! Una bella mazzata per il mio preteso acume critico.
L'assembramento non è dovuto ad altro che alla vecchia signora che ogni mattina arriva con le sue belle sporte piene di pane secco, che dissemina dal ponte solo dopo aver chiamato a raccolta tutte le anatre, nominate ad una ad una, lasciando il tempo che arrivino anche le più lontane e lente onde evitare favoritismi. Ma presto, prima che si aggreghino oche e cigni! Che poi arrivano lo stesso veloci come fulmini, a reclamare il dovuto, o quello che la loro arroganza reputa tale.
Mi era proprio uscita di mente! Mi sono ricordato di lei solo stamattina, quando me la sono vista da lontano che sbucava dal tornello della passerella e, inforcata la bici appoggiata al guardrail, se ne andava soddisfatta del dovere adempiuto (vedi foto). D'estate non ce ne sarebbe poi così bisogno, ma ormai le ha viziate. Tremo al pensiero di quando non potrà più venire. Anche se forse qualcuno prenderà il testimone. Sporadici discepoli già ci sono. Ma incostanti... velleitari. Probabilmente le sue protette la vedono come una divinità, un essere numinoso evocato dalle loro preghiere, la conferma di una qualche loro teologia provvidenziale. La dimostrazione del progresso, per la corrente laica. La dimostrazione dell'inesauribilità delle risorse. Finite quelle, c'è sempre la manna. Non me ne stupirei. Se no di che cavolo parlano in continuazione? Solo degli ultimi, e penultimi, e terzultimi, pettegolezzi? Beh, può essere. Tutto è possibile. Più qualcosa è facile, più lo è.
La truppa dei palmati al completo si raggruppava, gridava e si azzuffava solo per arraffare il boccone migliore, o, i più deboli, per tenersi almeno quello caduto a distanza di becco. Restava unita finché c'era sufficiente cibo da spartire per tutti; poi cominciavano i battibecchi per piccole questioni di giurisdizione; qualche prepotente faceva la voce grossa, ma senza poi aggredire più di tanto le poverette che si mettevano subito a distanza di sicurezza, magari lamentandosi del sopruso (qualche lacrimuccia... e: te la faccio pagare, prima o poi... ti faccio vedere io!), e infine tutti si sparpagliavano con i propri sodali o parenti stretti, nel loro distretto di appartenenza o all'ombra, chi soffre il caldo. La diaspora. La dispersione. L'irrilevanza.
Che fine ingloriosa per un'epopea che si andava delineando terribile e costellata di eventi e figure indimenticabili!
E che smacco per l'armamentario ermeneutico!
Urge una radicale riforma del giudizio. Subito!

Eppure...
Eppure può benissimo essere che la spartizione del cibo sia solo un paravento per manovre più oscure. Che sia la scusa per regolare conti in sospeso senza darlo a vedere. Omero insegna.
Non è possibile che tutto si riduca a una tale banalità! A una trivialità così insulsa. Così volgare!
Il circolo ermeneutico funzionava che era una meraviglia! Un edificio solido, senza una crepa, un meccanismo di precisione con gli ingranaggi perfettamente oliati. Un cerchio magico! Il disegno accuratissimo di un incanto reale... Così convincente poi!
Io non mi rassegno. Nonnonnò. Non la lascio cadere.

Facciamo così allora: continuo sul doppio binario. Così salvo la verità (la sua apparente evidenza), e il resto. La realtà e il piacere. O il godimento. Non ho mai capito bene la distinzione. Mi stanno bene entrambi peraltro. Me ne farei bastare anche uno solo, si degnasse di visitarmi.
(E non mi importa quanto caduchi possano essere: prima, in ogni caso, saranno stati in alto.)


Politica palmata. 2 e 3



(qui la prima puntata:  Politica palmata 1 e qui la terza e ultima: Politica palmata -4-e-5-fine.)

2. Secessione!

27 luglio 2013
Un gruppetto di estremiste autonominatesi “Separatiste abduane”, forse agenti provocatori infiltrati, con un gesto clamoroso si è installato sulla riva opposta, da dove lancia versi di scherno, ingiurie e accuse di ogni genere contro l’assemblea generale, che al momento le ignora.
Quando poi questa, in massa – per ragioni climatiche o altro capriccio, ma probabilmente per dimostrare il proprio diritto sovrano su questo tratto del fiume tra le due dighe e, se appena lo volessero, anche oltre (oltre... verso le terre ignote che molte di loro hanno esplorato e da cui, loro, sono tornate... tornate per restare) e, già che c’è, anche la propria forza –, si sposta armi e bagagli sulla riva sinistra, loro, come se fosse una decisione maturata già in precedenza, si lasciano portare dalla corrente un po’ più a sud e quando sono abbastanza al sicuro guadagnano la riva destra, o viceversa, riprendendo la solita tiritera di lazzi e contumelie con vigore direttamente proporzionale alla distanza interposta. O, secondo il loro dire, al percorso di crescita tracciato. Dannunziane!
Nessuno sembra cercare lo scontro, ma secondo me non dura.
La situazione resta incandescente!
(L’asino Natale sembra aver percepito la tensione nonostante abiti oltre un chilometro più a monte e nel silenzio del mattino, scosso, lo proclama a chiare lettere: “Così non può durare! Düra minga… düra nooooo!)

(Stay tuned.)


3. Gli eventi precipitano! La secessione avanza, la soglia critica è vicinissima!

1 agosto 2013
Dopo quel terribile momento, per fortuna le acque sembravano essersi calmate e io ho potuto riprendere le mie passeggiate senza sentirmi minacciato. Il grosso dell’assemblea non mi degnava più di uno sguardo, come se fosse dimenticato di me (le secessioniste non me l’hanno mai concesso, invece: avevano ben altro a cui pensare… Più importante di me! Figurarsi, quelle svaporate!) e la pace regnava sovrana, in primis nella mia anima sensibile. Oggi invece ho percepito subito che qualcosa era cambiato: i ranghi dell’assemblea presentavano vistose lacune e sul momento ho temuto che il tornado dell’altro giorno avesse fatto una mezza strage, oltre ai disastri ambientali e economici che tutti sanno (per fortuna subito riparati dai nostri efficientissimi amministratori, che ne hanno anzi approfittato per ricostruire tutto meglio di prima, più solido e più bello, quasi senza spese. – Ce ne vorrebbero due o tre all’anno di catastrofi così!). Invece è bastata un po’ di attenzione e tutto si è chiarito.
L’assemblea permanente ha perso altri aderenti, le fila delle secessioniste si sono ingrossate, l’aria si è fatta più tesa, e la soglia critica, il fatidico punto di non ritorno (the point of no return!)  sembra ormai prossimo. E tutto per colpa di una agitprop, di una giovane incantatrice dalla parlantina sciolta e pure belloccia, per chi apprezza il genere (e ce n’è, ce n’è…) che si è installata su un tronco che sporgeva dall’acqua e da quel pulpito si è messa a predicare, a minacciare cataclismi (guerre civili... rivoluzioni!), calare sarcasmi taglienti come mannaie, alleggerire i toni con deliziose barzellette (alcune un po’ troppo raffinate per quell’uditorio, ma tant’è… l’incomprensione, in chi è già bendisposto, o servile, accresce l’ammirazione; tanto più se a suscitarla è una guappa belloccia), a squarciare nuovi orizzonti, prospettive luminose con voce forte ma calda, suadente, con quelle scaglie roche che innescano immaginazioni torbide poi! Auuuuuhhh!!!
Le quattro o cinque secessioniste della prima ora, che perlopiù se ne stavano tranquille accosto riva a quaquaraquare, si sono avvicinate a prudente distanza, ma sufficiente per sentire forte e chiaro cosa aveva da dire la mestatrice bonazza (epiteto usato dai tre maschi); poi, slumato il movimento e annusata una possibile novità, pian piano, con un lungo giro, come se passassero di lì per caso, si sono unite anche alcune delle solite perdigiorno che ciondolavano in quei paraggi, e non se ne sonop più andate.
Ovviamente il grosso dell’assemblea, tradita così platealmente, ha subito accennato a reagire, ma per fortuna ha prevalso la saggezza di alcune politiche di lungo corso che hanno suggerito di far finta di niente, che tutto sarebbe evaporato da solo in men che non si dica. La vecchia scuola attendista! La prima deca di Tito Livio! Resta da vedere per quanto riusciranno a tenere a freno gli animi esagitati dei più giovani e battaglieri, vogliosi di conquistarsi i gradi sul campo. (Di salire qualche gradino, che se no questi vecchiazzi non li schiodi più! Sembrano eterni… Un patto col diavolo hanno fatto! I più religiosi almeno… Il cornutaccio si scomoda solo per loro.)
Le ribelli non si sono fatte pregare e hanno risposto per le rime. Alcune, provocazione mai vista prima!, si sono spiumate il petto irridendo i parrucconi. Sgallettate!
Due o tre feticisti si sono precipitati a raccattare le reliquie prima che la corrente le portasse via e le hanno riposte di soppiatto in qualche loro tasca segreta (non prima di aver dato un’annusata estasiata, come se niente fosse, nel gesto di accompagnare la messa in sicurezza del tesoro. Qualcuna va dritta su ebay, ci scommetto! Così com'è... manco lavata!).
Io ho provato a scattare qualche foto, ma avevo solo il cellulare, senza zoom. Chi mai poteva immaginare sviluppi così clamorosi? Ieri sembrava che fosse tutto in via di composizione… Così dovrete accontentarvi di immagini rubate al volo e non sempre accuratissime. Anche perché non volevo farmi scoprire, dati i precedenti.
Dopo ogni scatto mi voltavo come a ammirare il paesaggio, e è così che ho notato una terza novità (un’altra!). Quasi nascosta dalla vegetazione della riva a nord del ponte, c’era una tizia di una certa età, quella che una volta definivano venerabile (quando c'era ancora qualche ingenuo che pensava che ci fosse qualcosa degno di venerazione), che si era discostata da tutto e da tutti e se ne stava da sola, in splendido isolamento! Non sembrava triste: orgogliosa piuttosto; o meglio: ricolma di grave dignità. Un fulgido esempio di indipendenza che mi ha suscitato un empito di spontanea, fervidissima simpatia, come mi capita con tutti i tapini e i negatori marginali; ma subito è subentrata la ben più solida avversione per gli eroi solitari, i suscitatori professionali di stati commotivi, i martiri, specie se si immolano in angoli ameni e davanti a un pubblico pronto a dissuaderlo, e sotto gli obiettivi di fotografi e cameraman, per i posteri e gli assenti. Obiettivi solo sognati, per ora (a parte il mio, rudimentale).
C’è anche la possibilità che nessuno dia peso al gesto, tuttavia, e che la vittima, visto che nessuno se la fila, torni indietro con un voltafaccia spettacolare, che però dubito che avrà qualche effetto, se tarda ancora un po’ a inscenarlo.
(E le sta bene, secondo me.)


15/06/16

Folaghe



Le folaghe sono sgraziate, pesanti quando si alzano in volo, che si ha sempre paura che non ce la facciano a restare in aria e caschino in acqua. Anche quando nuotano sono poco fluide, con la testolina e il collo che scattano in avanti a ogni movimento, come in un ballo di molti anni fa: un movimento "egizio". (Non come le anatre! Ieri ho visto una coppia nel canale, vicino a riva, dove la corrente era fiacca e l'acqua trasparente, che faceva il moonwalking meglio di Michael Jackson.)
Ma sono simpatiche lo stesso. Mi ricordo, il giorno del mio sessantesimo compleanno che ero in giro da solo con il crapone giù e l'aria conseguente, la covata appena nata che attraversava la pozza dell'Adda vecchia, con le piume schizzate in ogni direzione come i capelli gellati dei punk, e il ritardatario che rincorreva trafelato come nei cartoni animati il gruppo dei fratellini ormai approdato al canneto sull'altra riva, mentre la mamma vi era già sparita in tutta fretta, incurante, quasi a scrollarseli tutti di dosso. Ma come? sono appena nati! Niente; che ci pensino loro a seguirmi, io ho da fare. Per forza che poi scambiano fischi per fiaschi! La storia dell'imprinting non gliel'ha insegnata nessuno a quella sventata? No, deve becchettare da qualche parte con le sue amiche, lei, e al minimo movimento sospetto correre in acqua a perdifiato, sculettando. E poi via, nel folto! Sparire!



03/06/16

Yan Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding



Negli anni '90 in Cina c'è stata una grande campagna per raccogliere sangue per gli ospedali che ha provocato danni infinitamente maggiori dei benefici auspicati. La raccolta, infatti, era spesso demandata all’iniziativa privata di persone senza scrupoli che, oltre a sottopagare i donatori, contadini poverissimi attratti dal guadagno apparentemente facile e inesauribile, non usavano la minima precauzione igienica, con il risultato che nella sola regione di Henan più di un milione di persone sono state contagiate di Aids.
Yan Lianke, scrittore cinquantenne già tradotto da noi con il romanzo satirico Servire il popolo (Einaudi, 2006) fortemente osteggiato e poi proibito in patria, è originario di questa regione e ha voluto rendere testimonianza dello strazio e delle conseguenze che questa tragedia ha prodotto sul suo popolo.
Lo ha fatto concentrando il proprio sguardo sulle vicende di un piccolo villaggio e della famiglia che di questo immondo mercato era stata la principale promotrice: dal patriarca, bidello della scuola ma autorità culturale del villaggio e come tale ascoltato, che aveva convinto in totale buona fede i compaesani a aderire alla campagna; ai suoi due figli, uno contagiato, che darà poi vita a una struggente e trasgressiva storia d’amore adulterina con una giovane pure malata, e l’altro che della raccolta si farà cinico profittatore fino a raggiungere posizioni di ricchezza e potere anche nel capoluogo, non importa se pagando l’ascesa con la perdita del figlio maschio dodicenne, avvelenato dai compaesani per vendetta.
Proprio da questo ragazzino la storia viene raccontata, scandita come in un controcanto visionario dai sogni del nonno, che prefigurano nel dettaglio gran parte degli eventi che sconvolgeranno pian piano non solo l’unità della famiglia, ma tutte le usanze e le regole millenarie del villaggio, dove la coesistenza in apparenza pacifica della cultura tradizionale con i cambiamenti storici portati dal comunismo viene completamente dissolta dalla diffusione del contagio e dalla logica sfrenata del mercato che vi è sottesa.
Non c’è nemmeno bisogno che Lianke insista esplicitamente sulla portata simbolica di ogni azione o evento tanto è forte questa potenzialità già nella lettera del discorso. Il passaggio dall'immobile mondo rurale del villaggio agli sconvolgimenti che la Cina sta vivendo, con l'irruzione dell'Occidente e del denaro, e con la diffusione della corruzione e la mercificazione di ogni cosa e relazione e valore; la proiezione di ogni evento fin nelle sue minime implicazioni dal livello aneddotico a quello storico e da locale a sovranazionale; il ribaltamento del mondo dei vivi in quello dei morti e viceversa, fino alla loro sovrapposizione e confusione (la vendita delle bare, la speculazione edilizia dei cimiteri e la corsa all'accaparramento delle postazioni più panoramiche e salubri per la vita eterna e le dimore dei morti, il loro lusso sfrenato, da antichi imperi...), avvengono spontaneamente anche per il lettore occidentale.
Ciò che invece viene perso da questi è altro: e si tratta di una perdita difficile da valutare, ma che è facile presumere grande se la si rapporta alla misura e all'intensità di ciò che la lettura riesce comunque a trasmettere.
Dubbi di cui è difficile venire a capo. Per esempio: nella descrizione dei luoghi e delle cose riesce impossibile non intravedere (intuire, ma non percepire) una convenzionalità che comunque non soffoca, per noi, la semplicità e si traduce in incanto (quello di un'ingenuità riconquistata: che non è poco), mentre per un cinese la sua eventuale bellezza è più facile che derivi dalla stratificazione: di evocazioni, citazioni magari esatte e quasi rituali, differenze, scarti o addirittura sorprendenti innovazioni.
Ignota la lingua originale, che le traduzioni da quelle occidentali a volte lasciano invece trasparire, e con essa persi i ritmi, confuse le forme e incerti persino molti dei riferimenti più prossimi, a volte intuibili ma sfrondati di sfumature e implicazioni, e comunque poco assimilati, restano solo ripetizioni, variazioni, pause e cambi di ritmo, molto efficaci peraltro: richiami evidenti a cadenze della narrazione orale; ma quale tra le tante possibili formule e forme, è impossibile dirlo. Come è difficile decidere quale significato e valore formale e strutturale attribuire ai numerosi passaggi che a noi richiamano un realismo di stampo quasi ottocentesco.
E infine: quanto l’espediente del narratore morto e il particolare ruolo dei sogni sono personali creazioni di Lianke, e quanto invece si raccorda a modalità di narrazione consolidate o plausibili nella stratificata e millenaria tradizione cinese? Confesso che a me appaiono un po’ forzati, soprattutto il primo.
Quanto del tono complessivo di distanza e insieme di partecipazione, di ingenuità che si trasforma spesso in saggezza, deriva dal fatto che voce narrante è di un ragazzino, perdipiù morto? Che lo fosse, non mi sembra necessario, anche se per certi aspetti la parte finale del libro lo giustifica. Non del tutto, però. Resta un sospetto di arbitrarietà eccessiva (o forse sono io che non ne posso più del ricorso alla voce infantile per abborracciare una prospettiva inedita e presuntopoetica; ma anche qui: forse in Cina non è lo stesso).
Non è troppo intelligente, colto e smaliziato (e peggio: fintoingenuo) per essere un dodicenne? Oppure è la morte a rendere intelligentissimi?
Difficile saperlo. I morti, secondo me, sono così intelligenti che non hanno nemmeno bisogno di farlo sapere. Si accontentano di esserlo. E i vivi? Che si arrangino!



Yan Lianke, Il sogno del Villaggio dei Ding, trad. it. Lucia Regola, Nottetempo, 2011, p. 450, E. 20