09/06/17

La perfezione, la cattiveria, Rembrandt, Federico De Leonardis, il sottoscritto e i lumaconi (senza tralasciare Duchamp)


Dopo la pubblicazione dell'ultimo post, La perfezione come scusa:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/06/la-perfezione-come-scusa.html

Il buon amico Federico De Leonardis mi posta questo commento su Facebook (con preghiera di pubblicarlo a commento sul blog. Copio anche qui per comodità:)

Tutto Grazioli in 25 righe: la modestia fatta scrittura, un lumacone senza guscio che ritira gli occhi quando arriva una macchina a schiacciarlo sull'asfalto. Potrebbe avere culo e arrivare all'umida erbetta dall'altra parte della strada: un terno al lotto. Potrebbe, sarebbe, vorrebbe, avrebbe... tutta una serie di condizionali che ci fanno precipitare nella profonda tristezza che emana dalla stanza di un povero pittore del seicento olandese che per un attimo ha un'intuizione: niente ha valore se non quest'istante qui, questo specchiarsi nella mediocrità, nella sporcizia, nelle scrostature dei muri, nell'ombra del mio strumento, il cavalletto.
Pardon, la penna ( meglio oggi la tastiera del digitale).
Perfetto.
Vorrei ricordarLe però, caro Luigi Figueroa, che Rembrandt era ricco, potente e prepotente e che aveva quella cattiveria che Lei ha dimenticato di possedere e che io, Federico De Leonardis, apprezzo più di ogni altra sua qualità artistica.

RISPONDO Io
In quel periodo Rembrandt non era ancora ricco e poi finirà povero. La cattiveria c'è cher monsieur Federico De Leonardis anche in questo stesso pezzo. Non importa chi ne è l'oggetto, che lei, peraltro con una certa pertinenza (ma sostanzialmente anche no) legge in modo personale, quasi che si parli del sottoscritto sdoppiato in un Quiroga che scrive e in un Figueroroa che ne sarebbe l'oggetto. Tutto vero, e limitatissimo, cioè falso

FDL commenta il commento:
Tanto per stopparla lì, Le risparmio la mia risposta (pertinente, pertinente...), se pubblicherà il suo post sul lumacone (a meno che non l'abbia già fatto)

LG (io) gli obbedisce mettendo tutti i link (sono 4 in tutto:
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/01/luce-di-ferragosto.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/08/lepopea-dei-lumaconi-continua.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/09/bruco-oblomoviano.html
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2014/10/quattro-minuti.html
(ps. le immagini che vedete qui sono tratte da quest'ultimo)

dopo alcuni giorni FDL mi scrive di nuovo (vole metterlo a commento, ma è troppo lungo e non viene preso: per questo viene messa qui tutta la spataffiata al completo...)


Uno sguardo dal ponte: riflessioni su Rembrandt digitale, lumaconi e Duchamp

Per la lettura di questo post rimando a quello di Luigi Grazioli, pubblicato qualche giorno fa (La Perfezione come scusa, su grazioliluigimario.blogspot.com ), al mio commento e alla sua risposta,  sullo stesso.

Caro Luigi, mi scuso del peso aggiuntivo di cui ti carico costringendoti a questo dibattito (con tutto quello che hai da leggere!), ma precisione vuole che io non mantenga la promessa di non replicare alla tua risposta se tu avessi pubblicato la storia del Lumacone; cosa che puntualmente tu hai annunciato di aver già fatto (naturalmente hai mangiato la foglia della mia sollecitazione, che serviva ai tuoi lettori per capire il mio ragionamento sui  pericoli dell'attraversamento stradale da parte di esseri lenti, ai quali penso apparteniamo entrambi).

Figueroa giustamente replica che chi scrive è anche Quiroga e Monsieur De Leonardis ora qui (ma anche quando ha scritto il suo commento) teme addirittura che potrebbero saltar fuori anche  Ricardo Reis,  Alberto Caeiro, Bernardo Soares ecc. Quindi è perfettamente cosciente della cattiveria che ha esercitato insinuando che Grazioli avesse fatto un autoritratto. Ma era a fin di bene, per  invitarlo a esercitare con più decisione la sua non solo letterariamente (come aveva fatto prendendo per il culo i perfezionisti). E c'è riuscito, vista la reazione un po’ scomposta:

Infatti sei scivolato su una buccia di banana: intanto Rembrandt a 23 anni non era povero: il papà mugnaio apparteneva alla classe media benestante e colta (come insegna anche Il formaggio e i vermi) e poi lui, dopo dieci anni di lavoro (si cominciava prestissimo allora a non fare i bamboccioni) era già ufficialmente un maestro, con tanto di bottega, molte commesse da parte di potenti ammiratori e alla vigilia di partire per Anversa (citazione da Benn), pardon Amsterdam, per avere già da subito là uno studio affollato di allievi, tutti paganti fior di fiorini e ansiosi di apprendere la sua maniera. Non era affatto povero e, se non posso mettere la mano sul fuoco circa la sua cattiveria, posso affermare che era un artista perfettamente cosciente del proprio valore e molto deciso a valersene con una certa prepotenza. Virtù dubbia la prepotenza, è vero: i lumaconi non si spintonano, al minimo urto ritirano le antenne e si arrotolano su se stessi, aspettando il momento giusto per ridistendersi e, avanzando, lasciare dietro a sé la famosa bava, preziosissima non solo in letteratura, ma letteralmente (scusami il jeu de mot, ma recentemente a causa della persistenza di una tosse secca mi son sorbito uno schifosissimo sciroppo cavato da quella: informatevi coi vostri whatsapp se dico balle!). Adottarla o meno è una scelta legittima, un po' autolesionista nel secondo caso, ma legittima e affonda le radici nella propria storia infantile.
Non è questo che volevo ribattere parlando di banane, ma il fatto che, diffondendo cultura (i social lo sono per antonomasia), condisci i tuoi interventi con foto e immagini varie ai tuoi post e lo fai con competenza e pertinenza: non sono il solo a dimostrarla nel campo avverso - sottolineo l'aggettivo, ma la tua riproduzione dell'autoritratto è decisamente troppo scura). Che male c'è? Dirai. Già. Evviva facebook, evviva il digitale, evviva l'immagine piatta, elettronica e con la luce da dietro: è tanto democratica! Ma noi siamo snob, subiamo molto la attuale democrazia e amiamo quella diretta (democrazia e luce), riflessa, opaca e tangibile (ti ricordi la mostra di Chardin a Ferrara?).
No, siamo seri, non ho nulla contro le tue immagini, fai bene a condire i tuoi scritti, del resto perfettamente autonomi e indipendenti dalle stampelle visive, ma l'altro giorno, aprendo la tua rivista (00 Doppiozero) mi capita di  scorrere (confesso di non aver avuto la pazienza di leggerla attentamente) l'esegesi di un'esegesi: indovina su chi? Ma sì, naturalmente il solito Duchamp. L'esegeta, l'ultimo della serie infinita, era tuo fratello e dell'esegeta dell'esegeta non ho avuto cuore di ricordare il nome: a' nen pei pu (al mio paese: non ne posso più!).
Tornando a noi allora: Rembrandt  non era povero (anche se in vecchiaia, per speculazioni finanziarie andate a buca lo era diventato), ma la stanza in cui si ritrae (pare proprio che quel 25x32 sia veramente suo e non di Jan Lievens), sì. Perché è sempre una constatazione della propria miseria il momento in cui da giovani ci si rende conto della caducità della vita e del dominio del tempo. Ma è povera nella forma, attraverso la forma: non mi ricordo più chi ha affermato che per un pittore una qualsiasi tragedia è sempre in definitiva un colore. Non per Duchamp, sia chiaro (e tu, fedele fratello, lasciami spezzare una lancia contro Elio e il suo persistere a  commentare l'amato maestro: di scacchi).
Purtroppo noi qui (plurale solo maiestatis) ci attardiamo a chiacchierare, mentre quello dipingeva (e come!): opaco, addirittura denso, corposo. Ma il digitale non lo riporta.


01/06/17

La perfezione come scusa




Ha sempre scritto poco, afferma, e sempre meno con il passare del tempo perché ogni frase gli rimanderebbe la misura esatta della sua mediocrità. E di vedere infallibilmente rispecchiata questa verità, con il passare del tempo, con l’avanzare della vecchiaia, che non è saggezza ma un po’ anche sì, avrebbe, dice, sempre meno voglia. Meglio guardare da un’altra parte. Non sapere. O almeno evitare ogni occasione per tornare a toccare con mano ciò che si sa già e si cerca, spesso riuscendoci per lunghi periodi, di dimenticare.
Mentre può essere esageratamente indulgente verso gli altri, a volte persino quando non meriterebbero che disprezzo (non troppo, perché anche la fatica del disprezzo è un segno di considerazione, cioè una subordinazione), da sé non ha mai preteso, né accettato, altro che la perfezione. Solo che la perfezione non è alla sua portata, né lui è stato capace, ammette senza fatica, di sacrificare abbastanza (cioè tutto) al tentativo di raggiungerla. Del resto nemmeno saprebbe dire cosa sarebbe, questa benedetta perfezione, anche se sostiene, avendola cercata per tutta la vita cosciente, di saperla riconoscere, e indicare, i rari casi in cui gli capita di incontrarla. Ma quella è la perfezione degli altri, non la sua. Il che implica che di perfezioni ce ne sono tante, che, al limite, ogni cosa e essere vivente avrebbe la propria. In linea di principio, se non di fatto. Ciò che comunque sarebbe una bella consolazione, che però, di nuovo, lui nega a se stesso. La sua, di perfezione, è dove lui non potrà mai essere. È ciò che, qualunque cosa faccia o scriva, lui non farà o scriverà mai.

Ciononostante, ogni tanto, sempre più di rado, a dispetto del risultato che già si prefigura, ha la debolezza di ritentare, convinto, mentre lo fa, che quella potrebbe essere la volta buona, la strada giusta. Perché la mediocrità che gli verrebbe rimandata dal risultato sarebbe comunque minore di quella che lo opprimerebbe se nemmeno la imboccasse. Non crede alle fandonie che sostengono che la perfezione sarebbe già il cammino che si percorre per raggiungerla, però in certi casi è indubbio che, sulla via, preso dal cammino, per qualche impagabile momento, quell’illusione, quanto a sé, dice, diventa una certezza.
Che ovviamente sparisce non appena si rilegge.


26/05/17

Caravaggio, Salomè con la testa del Battista, Madrid



e c’era, alle Scuderie del Quirinale, la versione di Madrid della Salomè con la testa del Battista, del Caravaggio, tanto per giustificare il titolo della mostra che se non contiene un Caravaggio o Van Gogh o Vermeer o Rembrandt (che grazie al cielo che sono esistiti, ovvio...) non ci va nessuno, nonché il prezzo del biglietto che anche per uno come me, ormai della terza età, era intero, 12 euro, mostra mediocrissima sia pure con alcuni pezzi meravigliosi (il 10% grosso modo, che in sé non sarebbe una cattiva percentuale se le opere fossero di più...). Comunque sia, in apertura c’era proprio questo magnifico quadro che non avevo mai visto e beh, forse è per questo che a parte un Velasquez e poco altro il resto della mostra è un po’ evaporato, che magari sono stato ingiusto a dirmi deluso, ma poi così è stato, anche se non è vero, perché basta una cosa a farmi contento e lì ce n’era più d’una, così che allora sono abbastanza stronzo a parlarne male, perché se fossero tutti capolavori, magari non è vero che nessuno lo sarebbe (se una cosa è un capolavoro, lo è e basta, indipendentemente dal numero dei suoi pari: lo sono tutti ciascuno per sé), ma uno non andrebbe oltre la prima sala e le altre opere, poverine, ci resterebbero male, che invece un apprezzamento lo meritano anche loro, come per esempio un notevole Riposo durante la fuga in Egitto dell’a me sconosciuto Andrea Vaccaro (Napoli, 1604-1670) e altro che taccio, che alla fine ce n’era abbastanza di che essere contento, un altro che non fossi io... 

E la Salomè mi ha colpito subito, come prima cosa, dopo l’impatto dell’insieme del quadro, a trovarmelo lì davanti all’improvviso, perché mi è sembrata più agée del solito, mica una ragazzina o una giovinetta come uno se la vede dipinta di solito e se le immagina, anche, se si immedesima nello sguardo di quel vecchio porco di Erode... una donna almeno di trent’anni, stavolta, e forse più, che allora le donne sfiorivano prima, non forse le dame d’alto bordo come Salomè, ma certo le donne del popolo che il pittore amava prendere come modelle, a meno che a invecchiarla, nel quadro, non sia quell’espressione un po’ strana, che a me pare triste, più che pensierosa, la testa piegata verso la spalla destra, come di una che si vergogna, o è spossata non perché sia stanca ma perché è svuotata, e ha addirittura pianto, probabilmente, che a guardare da vicino gli occhi sembrano umidi, velati da un residuo di lacrime, e i bordi delle palpebre arrossati, un po’ gonfi, a meno che non sia io a sognarmi tutto questo, lo sguardo distolto dal piatto che pure tiene tra le mani salde, non scarne né eleganti, aristocratiche, quasi grassocce al contrario, con sopra la testa del Battista, che non ha niente di truculento, con vene e arterie sanguinanti e brandelli di carne e tendini penzoloni come molti pittori, e a volte lo stesso Caravaggio, si compiacevano di rappresentare, e anzi ha un’aria serena, come di chi ha raggiunto la sua meta, che è buona, come buono è il cammino che vi ha condotto. Alle spalle di Salomè, la vecchia, che alcuni ipotizzano sia Erodiade, cosa che a me sembra improbabile, perché, senza contare il copricapo a turbante e quel che si scorge dell’abito che non hanno nulla di regale, va bene che la malvagità e l’amore deluso invecchiano e imbruttiscono, ma non così tanto da incartapecorire la pelle con quella rete fittissima di rughe e grinze, come vengono di solito rappresentate le vecchie mezzane o serve compiacenti che aiutano le eroine a compiere le loro malefatte o imprese (per esempio nel caso di Giuditta), quasi prosciugata dall’interno, ridotta a una pellicola secca tutta spiegazzata, e, di fronte a lei, il soldato di tre quarti di schiena non riescono invece a distogliere dalla testa decollata lo sguardo sopraffatto da una mestizia senza nome, assorti, sperduti nel mistero non tanto della morte quanto di ciò che uno ha compiuto, e non importa se obbedendo a un ordine, e a cui l’altra ha probabilmente assistito.


Salomè ha le spalle coperte da un drappo rosso, intenso e cupo anche a causa del drappeggio, che le sottolinea la bianchezza del collo per la parte inondata dalla luce che piove dall’alto alla sua destra e soprattutto quella del seno sinistro, che una camicetta o sottoveste dall’orlo arricciato si alza a scoprire fin quasi al capezzolo, unico resto scarmigliato che richiama la sua danza sensuale e omicida, che si presume scatenata, vertiginosa... Tutta la sua sensualità sembra essersi consumata, e ora si è concentrata lì. Il candore del petto è caldo, e contrasta con quello più freddo, quasi cadaverico, della spalla del soldato, che sembra contagiato dalla morte che ha inferto, mentre il viso, giovane, molto bello, tutto l’opposto di quello del suo omologo della versione di Londra che ha una smorfia quasi caricaturale che si prolunga nel gesto spavaldo e osceno di ostensione della testa del Battista che solleva per i capelli, è quasi tutto in ombra, preso da una mortifera malinconia, dalla tristezza sconsolata che viene da ogni consapevolezza, dalla certezza dell’irrimediabile di cui si è stati strumento insieme e testimone, la stessa che si è già insediata nello sguardo di Salomè, senza più perdono, e che ora comincia a lambire anche me, che pure non ho fatto nulla, che sono, almeno qui, innocente, mi dico senza crederci mentre mi allontano, come se fuggissi.



03/05/17

Casabase (2001)



Senza il baseball sarebbe perfetto, confidava con malcelato orgoglio alle amiche, come a scusarsi della propria felicità. Meno male che un difetto ce l’ha, pensavano loro celando la propria invidia. Il baseball è la perfezione, sosteneva invece lui, da perfetto esteta.
Non per niente aveva studiato nella capitale quelle materie astruse, come le giudicava lei, del tutto estranee alle attività di famiglia nelle quali era scontato che si sarebbe inserito di lì a poco accanto al fratello maggiore, ma di fatto, perlomeno i primi tempi, sotto la sua guida (cioè il suo controllo). Gli studi nella capitale erano stati la concessione della famiglia alle stravaganze della giovinezza, non era nemmeno pensabile ma che li mettesse a frutto in una attività autonoma. D’altra parte, secondo il giudizio unanime, lui non aveva sufficiente carattere per farlo, a prescindere dalla follia di rinunciare alla ricchezza assicurata dalla famiglia e dal disonore di cui si sarebbe macchiato (e che soprattutto le avrebbe inferto). Prima però avrebbe dovuto completare nuovi studi, più utili. E sposarsi (cioè mettere la testa a posto). La data del matrimonio era stata già fissata per la primavera dell’anno successivo.
Lei avrebbe aspettato con pazienza (che altro avrebbe potuto fare?), ma anche con gioia, l’evento che i suoi genitori nella loro saggezza avevano predisposto per il suo futuro, una volta tanto venendo esattamente incontro ai suoi desideri (altrimenti cosa sarebbero stati saggi a fare?). Si preparava alla cerimonia ripetendo ogni gesto e espressione e parola dei riti tradizionali fino a raggiungere la perfezione della naturalezza, e pensava al proprio futuro nella forma della casa che lei avrebbe arredato (contribuito ad arredare, ma imprimendole sempre più il proprio tocco personale).
La prima volta che i fidanzati si recarono insieme, con i crismi dell’ufficialità, nel capoluogo della regione (in treno, perché lui odiava guidare e per nulla al mondo avrebbe chiesto al padre di usufruire dei servigi del suo autista), lui insistette per visitare innanzitutto il vecchio stadio della sua squadra del cuore, che lì aveva vissuto le stagioni migliori. Da quando si era trasferita nel modernissimo nuovo impianto, era entrata nella mediocrità e non ne era più uscita (il tifoso se ne frega della nobiltà della sconfitta). Per lui, più che una visita, quello era un pellegrinaggio; e lei, sia pure con qualche adattamento, si era sforzata di capirlo (era molto religiosa). Poi avrebbero dedicato il pomeriggio a un giro esplorativo per negozi e empori, soprattutto di arredamento, per vedere da vicino alcuni oggetti e mobili che già avevano individuato nelle riviste specializzate e nei progetti fantasiosi dei cosiddetti architetti d’interni.
Avevano deciso che la loro casa, che nei primi tempi sarebbe stato un grande appartamento con attico in uno dei palazzi di proprietà della famiglia di lui, se la sarebbero sistemata per proprio conto, senza troppe ingerenze. Avrebbero consultato i famigliari più avanti, per rispetto, sicuri della loro approvazione e disposti a concedere qualcosa, purché non stravolgesse l’armonia complessiva. Lui aveva gusti precisi (roba postmoderna e ultratecnologica), anche se un po’ troppo radicali per lei, che comunque, avendo ricevuto un’educazione tradizionale, non si sarebbe mai permessa di muovere obiezioni, esplicite quantomeno. Col tempo li avrebbe addirittura condivisi: sono i portati dell’amore.
Lo stadio, cinto da un obi di strade sopraelevate, sorgeva in un sobborgo periferico di esemplare squallore moderno, composto quasi esclusivamente da palazzine per uffici, magazzini, parcheggi, pochi bar e ristoranti, parcheggi e, nelle viuzze più nascoste, da qualche locale equivoco (quanto mai esplicito, cioè). La sera il quartiere si sarebbe svuotato come una vescica, per riempirsi probabilmente, come una vescica, di altre scorie, umane e non; ma di giorno li accolse quasi festoso, tra strade e marciapiedi intasati da gente indaffarata, con insegne colorate, tabelloni elettronici e scritte luminose, tra le quali spiccavano, proprio sopra l’ingresso principale dello stadio che ne era interamente tappezzato, le sagome al neon di una giovane coppietta sormontate da una scritta lampeggiante che propagandava casette prefabbricate.
I fidanzati (lui nascondendo a fatica l’emozione) si fermarono nel piazzale antistante ad ammirare lo spettacolo imprevisto e a decifrare immagini, scritte e, lui, l’ossatura nascosta dello stadio, poi, sorridendosi con complicità, imboccarono la porta monumentale. All’uscita del tunnel c’era un parcheggio che si diramava a raggiera a partire dall’area vuota di casabase, con le due fasce centrali che terminavano esattamente dove una volta c’erano la prima e la terza base. Dietro il parcheggio, protetto dalle gradinate solo in parte smantellate, c’era un piccolo quartiere di casette prefabbricate addossate l’una all’altra, di varia forma e grandezza, ma tutte di tipo occidentale (svizzero, bavarese, mediterraneo, inglese, scandinavo, americano: non c’era che da scegliere).
Lui rimase come folgorato; lei solo sorpresa, piacevolmente però. Prendendola per mano, lui raggiunse di corsa il luogo corrispondente al piatto di battuta e vi sostò immobile e silenzioso per un tempo che a lei sembrò infinito; poi ruotò un paio di volte su se stesso, lentamente, senza allentare la presa come se stringesse una mazza, per avere una panoramica completa dell’interno dello stadio (costringendola in tal modo a ruotare attorno a lui con passettini goffi che la fecero arrossire) e infine, come uno che abbia preso una decisione repentina ma definitiva, puntò con passo risoluto verso le villette e, scortato da un venditore che si era immediatamente quanto cerimoniosamente avvicinato, la costrinse a visitare tutto il quartiere nel dettaglio.
La visita durò tre ore: lei ne fu prima divertita, poi incantata e infine sfiancata, ma sempre confusa. Mentre passavano da una casetta all’altra, ciascuna arredata con mobili in stile ma con qualche concessione alle consuetudini nazionali, lui si informò sui prezzi, le condizioni di vendita, la tipologia degli acquirenti, le differenti possibilità di combinazione delle componenti prefabbricate e i problemi relativi al loro trasporto, con un tale enigmatico puntiglio che a un certo punto il venditore, disorientato, fu costretto a chiamare il suo superiore, sia perché non era in grado di rispondere a molte domande, sia perché anche lui aveva cominciato a porsene su quello strano cliente, se mai lo era, e a chiedersi perciò se era il caso di fornirgli anche le risposte che conosceva. Dopo aver parlottato brevemente con il visitatore, il capo disse al venditore di offrire un tè (o una coca) alla signorina e si chiuse con lui nel piccolo cubo dell’ufficio, dove rimasero un’oretta a discutere. Uscirono entrambi sorridenti, lui con una cartelletta ricolma di fogli e depliant.
Dopo un breve spuntino, non rimase molto tempo per i negozi, ma non importava: lui era allegro, la faceva ridere e la sommergeva di regalini; lei pensava a quale delle casette avrebbe preferito abitare e quale era piaciuta di più a lui, che si era soffermato a lungo in una piuttosto grande, di modello americano, in fondo al quartierino, appena sotto le gradinate. Ma poi non le aveva detto niente: forse aveva già una idea sua e voleva farle una sorpresa.
Alla stazione, lui fu tentato di fermarsi a dormire in città per assistere alla partita della sua squadra, che in quel turno avrebbe giocato di sera, e farla partire da sola (che si fermasse a dormire anche lei era fuori discussione), ma bastò una breve riflessione a convincerlo che non era il caso di metterla in imbarazzo, e tantomeno di rovinare una giornata perfetta con l’amarezza finale di una sconfitta certa. Così salì sul treno assieme a lei, che, esausta, dormì per tutto il viaggio.

Nelle settimane successive lo vide poco: era sempre negli uffici direttivi del gruppo di famiglia a rovistare negli archivi informatici, a studiare mappe, capitolati, liste clienti e bilanci, e a seguire nelle loro differenti mansioni il padre e il fratello, che non sapevano come spiegarsi tanta improvvisa dedizione. Alla fine chiese loro un colloquio formale e, col sussidio di tabelle, grafici e animazioni digitali, illustrò agli stupefatti famigliari come fosse arrivato alla conclusione che le loro attività, soprattutto quelle immobiliari, potevano espandersi notevolmente grazie alla saturazione del mercato metropolitano e al prezzo ormai folle raggiunto dalle abitazioni, per tacere del degrado della qualità della vita. A suo parere il numero dei cittadini che nell’immediato si sarebbe trasferito in provincia, per scelta o per necessità, sarebbe aumentato in misura esponenziale e il loro dipartimento sarebbe stato una delle mete privilegiate, in virtù dello sfruttamento ancora limitato del territorio e dell’abbondanza dei servizi e delle comunicazioni. Per non parlare delle bellezze del paesaggio, a cui i connazionali erano così sensibili. Pertanto si rendeva indispensabile creare una succursale in città che si dedicasse alla ricerca di alleanze imprenditoriali e commerciali, alla promozione e alle relazioni sociali, e lui propose che gliene fosse affidata la direzione. In merito aveva già delle idee che tratteggiò in modo sintetico, fermo restando che ogni decisione sarebbe stata rimessa al consiglio direttivo (in pratica all’arbitrio paterno).
Padre e fratello, colpiti dalla sua intraprendenza e dalle ragioni che aveva addotto mettendo finalmente a frutto la sua immaginazione su problemi concreti, avevano accondisceso con sollievo, quasi con commozione. Al padre, che proprio perché agnostico si dilettava a leggere classici delle religioni, tornò alla memoria la parabola del figliol prodigo; in ogni caso, per alleviarlo dalle incombenze pratiche e fornirgli il supporto tecnico indispensabile (per controllare che la sua testa balzana non si risvegliasse di punto in bianco con sorprese sgradevoli), gli avrebbe affiancato come vicedirettore un uomo di fiducia.
La sorpresa venne più avanti, quando, organizzate infrastrutture e maestranze e avviata in modo alquanto promettente l’attività, ed essendo il matrimonio imminente, si pose il problema dell’abitazione cittadina per la nuova famigliola. Lui era stanco della spola settimanale, voleva ragionevolmente avere la moglie accanto e, altrettanto ragionevolmente, non si sarebbe più adattato a vivere in un albergo, per quanto lussuoso: dichiarò che voleva affittare una delle casette dello stadio e che non si sarebbe accontentato di nient’altro. Le casette, per la verità, servivano solo da dimostrazione e quindi non erano in vendita né tantomeno potevano essere affittate, ma l’ostacolo, disse, si poteva aggirare approfittando delle conoscenze che aveva stretto nel settore e proponendo un affitto alto (per il momento, preferì tacere di avere acquistato in borsa con buona parte del patrimonio personale una quota, non grande ma significativa, dell’immobiliare che costruiva le villette). Se qualcuno avesse veramente vissuto in una di esse, spiegò ai responsabili (che invece aveva messo a conoscenza della sua partecipazione), i visitatori avrebbero potuto verificarne la comodità e la funzionalità; la moglie non avrebbe rifiutato di far entrare nella loro abitazione chi lo avesse richiesto e inoltre, di notte, loro avrebbero fatto in un certo modo da sorveglianti permanenti, in aggiunta a quelli dell’istituto privato, che però si preoccupavano soprattutto di fare la ronda attorno allo stadio.
Insomma, la cosa andò in porto e, celebrate le nozze, i due si trasferirono proprio nella villetta a ridosso delle gradinate in cui si erano soffermati in occasione della prima visita, rinunciando a ogni progetto di nuovo arredamento e accontentandosi di migliorare quello già esistente. Le giornate passavano tranquille: lui nei suoi uffici, dove dimostrava in modo sempre più convincente la bontà delle sue intuizioni; lei nella casetta, dapprima un po’ sola e intimidita, poi felice delle amicizie con venditori e impiegati e squisita nel ricevere i pochi visitatori che avevano l’ardire di chiedere di entrare. Tra l’altro, anche l’idea di mostrare concretamente l’abitabilità del prodotto si rivelò eccellente: le vendite aumentarono e con esse i guadagni suoi e della famiglia perché, una volta verificata la bontà della sua intuizione, non solo aveva informato la famiglia della sua partecipazione nell’immobiliare, ma l’aveva anche indotta a stringere degli accordi per la compravendita dei terreni e la commercializzazione nella provincia.
La sera gli sposini restavano soli, a parte la comparsa sporadica delle guardie che ogni tanto davano un’occhiata anche all’interno, ma si guardavano bene dal disturbarli se non espressamente invitati. La primavera era al colmo della sua perfezione, la temperatura era mite e lui, quando non uscivano, la portava nei vari settori delle gradinate e le raccontava delle partite a cui aveva assistito in compagnia del padre o del fratello, ne ricordava con precisione fiamminga ogni dettaglio e momento, le illustrava i momenti decisivi delle serie di playoff e finali, che conosceva a memoria per averne visto e rivisto le registrazioni, le specificava la disposizione dei giocatori, i nomi, i ruoli, le qualità, i numeri e le statistiche, mimando i gesti più spettacolari, le salvezze più acrobatiche e le battute di sacrificio, indicando la traiettoria e la velocità degli strike, la direzione e la lunghezza delle valide e soffermandosi a illustrare in tutta la loro gloria i fuoricampo più spettacolari (tutti).
Talvolta scendevano nel quartiere e lui si fermava tra i vialetti o entrava nelle case per segnalare i punti esatti delle eliminazioni al volo o dove era caduta la pallina che aveva permesso ai corridori di portare a casa i punti decisivi. Nel farlo, come preso da sacro furore o perso in contemplazioni estatiche, aggiungeva considerazioni che sembravano non aver nulla a che fare col gioco (e che lei comunque non capiva: né in un senso, quello letterale, né nell’altro, qualunque esso fosse) e ogni tanto la abbracciava; e non era raro che la tenerezza si tramutasse in ardore, che spesso veniva spento sul posto, giardinetto, stanza o marciapiede che fosse.
Lei ne era estasiata. Era come se la passione che animava il marito e che aveva impregnato lo stadio lungo tutta la sua storia fosse tornata a sprigionarsi e a circolare in lui, con un flusso ininterrotto, da un aspetto della sua personalità e dei suoi pensieri a ogni altro, e quindi da lui a lei e da entrambi ai luoghi in cui vivevano e si amavano per tornare ampliati allo stadio stesso, che all’inizio le aveva trasmesso un senso di solitudine e di smarrimento, mentre ora le appariva come un meraviglioso hortus conclusus, un’isola incantata da cui il mondo si allontanava con uno schiocco di dita, un cosmico ventre materno a cielo aperto.
Per lui lo stadio non aveva misteri. Fin dai primi giorni, quando aveva qualche momento libero, aveva cominciato a perlustrarlo in ogni angolo: conosceva gli scantinati, le rampe che portavano ai diversi ordini di sedili, i sottoscala e i corridoi sotto le gradinate, i magazzini e gli spogliatoi, i locali che erano serviti da bar e da rivendite di ricordi e gadget, quelli del piccolo museo con i trofei, le foto e il composito reliquiario che testimoniava della storia della squadra, ogni bugigattolo, per quanto minuscolo e mimetizzato, dove venivano ammassate scope, stracci e detersivi, tubi di gomma, materiale di riparazione e attrezzi per accudire il terreno da gioco. Ogni volta tornava con qualche piccolo trofeo: una pallina, biglietti e depliant delle stagioni più disparate, cappellini, parastinchi, frammenti di mazze, che poi ripuliva, stirava, classificava in raccoglitori o incorniciava per esporli sulle pareti del salotto o della stanza, o, i più preziosi, in un tokonoma che aveva personalmente costruito contro l’unica parete cieca del salotto, curando con devozione ogni dettaglio e ricercando le stoffe più raffinate, che cambiava a seconda dell’oggetto esposto, accompagnato da calligrafie eseguite di suo pugno, alle quali dedicava intere serate di esercizio (perché non potevano essere meno che perfette).
Ogni tanto, nei weekend, lui invitava vecchi compagni di studi o di passione con i quali imbastiva delle partite nello spazio deserto del parcheggio. Equipaggiati di tutto punto, segnavano con il gesso le basi, creavano un provvisorio monte di lancio spostando con una carriola detriti e sabbia e giocavano per tutto il pomeriggio, fino allo sfinimento, tra discussioni di ogni genere e un ragguardevole consumo di birra. Il fatto che talvolta una palla finisse tra le case, di cui si erano premurati di chiudere le imposte, non faceva che rendere il gioco più complesso e divertente, dando il via a nuovi ricordi e a scherzi che i giovanotti trovavano divertentissimi. Intanto dalle gradinate lei, in compagnia di mogli e fidanzate, faceva il tifo da vera esperta e poi preparava la cena, che si sarebbe protratta fino a notte inoltrata. Capitava anche che qualche coppia si fermasse a dormire in qualche casetta, con la clausola di rassettarla alla perfezione prima di lasciarla.

Passarono così due anni e i due già cominciavano a pensare a un figlio che suggellasse con un supplemento glorioso la perfezione della loro unione (perché non è vero, diceva lui, che la perfezione, bastando a se stessa, si chiude soddisfatta a quanto la circonda: al contrario, trabocca senza venir meno), quando giunse l’ordinanza comunale di sgombero perché lo stadio doveva essere smantellato. Era noto anche a loro che il contratto di affitto dello stadio era a termine, ma, nonostante l’immobiliare avesse già predisposto lo sgombero e trovato nuovi spazi di esposizione, gli sposini ne avevano rimosso persino l’idea.
Cercarono in tutti i modi di allontanare la minaccia, ma alla fine dovettero cedere e tornarono in provincia, dove intanto, a loro insaputa, i famigliari avevano fatto costruire una copia perfetta della loro casa nel terreno più suggestivo delle loro proprietà, sul prestigioso “declivio degli aceri”. Lui però rifiutò di metterci piede: non voleva che la nuova vita fosse una replica tristemente imperfetta della vecchia; per la casa trovò senza difficoltà un acquirente e ne scelse una del tutto diversa e molto più ampia.
La vita sembrò riprendere il suo tran-tran, per quanto più attutito (ma sempre felice): lei si dedicava alla cura della nuova abitazione che si riempiva spesso di parenti e vecchie amiche in precedenza un po’ trascurate (colpa della distanza), lui si recava in città al mattino e tornava a tarda sera. A volte doveva trattenersi più a lungo per i molti impegni, e allora si fermava a dormire in un hotel nei pressi dell’ufficio. Ogni tanto sentiva il desiderio di andare a vedere come procedeva lo sgombero dello stadio, ma si faceva forza e se ne teneva lontano.
Una settimana rimase in città tutte le notti e non tornò a casa nemmeno per il weekend. In ufficio non rispondeva, all’hotel dissero che, pur non avendo disdetto la camera, non lo vedevano da mercoledì mattina e che il suo cellulare risultava sempre spento. La moglie, preoccupata, chiamò il cognato, con il quale era entrata in affettuosa confidenza, ma sia lui sia suo padre non avevano notizie da qualche giorno e persino i collaboratori più stretti e la segretaria non sapevano che cosa dire. Comunque non era il caso di preoccuparsi, si affrettò ad aggiungere il fratello: forse lui le aveva accennato qualcosa di sfuggita e aveva dimenticato di darne conferma (ma il primo pensiero di tutti fu un’amante); forse gli si era presentata l’opportunità, allettante quanto improrogabile, di un affare in cui si era gettato a corpo morto; ormai doveva essere abituata alle sue intuizioni improvvise che talvolta lo assorbivano tanto da fargli dimenticare tutto e tutti: probabilmente sarebbe spuntato da un momento all’altro, come se niente fosse. La convinsero ad aspettare il lunedì senza lasciarsi prendere dal panico (e intanto già pensavano a mettere in moto con discrezione una ricerca capillare, a 360 gradi, come si espresse il padre).
Il lunedì lui non aveva ancora dato sue notizie e non si presentò al lavoro. Lei si ricordò dello stadio e suggerì di cercarlo lì. Allo stadio, però, il caposquadra della demolizione affermò con sicurezza di non avere mai visto estranei all’interno del cantiere; del resto, l’ingresso era proibito e la sorveglianza continua, specie nei giorni che avevano preceduto lo smantellamento delle tribune con cariche esplosive. Un’ultima ispezione minuziosa era stata effettuata prima di far brillare le cariche. L’implosione aveva avuto luogo senza incidenti il giovedì prima: uno spettacolo grandioso che era stato trasmesso anche nei notiziari televisivi.

Dello scomparso non si ebbero più notizie, ma pare che nello sgombero, tra le macerie destinate alla costruzione di un nuovo molo nel porto cittadino, un ruspista abbia intravisto, nella benna gigantesca che stava scaricando su un camion pronto a partire, un guantone impolverato che teneva una pallina e, dentro il guantone, una mano e un avambraccio, bianchi, forse di gesso; ma era uno che beveva e l’aveva raccontato, come se fosse stata una fulminea allucinazione, solo ai compagni più fidati nella festicciola di chiusura dei lavori. Nessuno gli aveva creduto.
La giovane abbandonata, o vedova che dir si voglia, dopo un paio di settimane scoprì di essere incinta. Nei primi tempi, quando ancora tutti speravano che il marito tornasse da un momento all’altro, i suoceri e il cognato (celibe) le furono molto vicini, e ancora di più quando diede alla luce un bel maschietto. Trascorso il tempo legale perché la scomparsa fosse riconosciuta come definitiva, ma previo prudenziale divorzio (non si sa mai), il cognato le chiese se voleva sposarlo. Lei rispose di sì: per il bambino era come se già fosse il padre. E poi era una persona molto tenera, praticamente perfetta, se si escludeva una certa passione per il poker.



25/04/17

Giuseppe Pontiggia - Il Giardino delle Esperidi, 1984



Anche Giuseppe Pontiggia, al pari di Borges e di altri scrittori e lettori di diverso grado di nobiltà, confessa di sentire “l’aspirazione a inghiottire l’universo attraverso i libri”. Lo capisco. Che però egli non si accontenti come molti dell’astratta aspirazione, né di quella complementare di essere inghiottito dai libri, sotto la specie di una bellissima e amplissima biblioteca privata, lo prova il recente volume Il giardino delle Esperidi, tanto ampio è lo spazio indagato nei saggi che lo compongono e tanto sicuro il passo che lo percorre più mimetizzando che evidenziando l’erudizione che lo sorregge. Se la asseconda spesso, di questa voracità tuttavia Pontiggia conosce anche i pericoli: emanata dalla “percezione sia del valore della cultura sia della sua impotenza a modificare chi la possiede e di dare un significato alla sua vita” tipica della “crisi della civiltà contemporanea”, essa implica infatti “una visione suicida del sapere, inteso come una quantità che si estende all’infinito e non come una qualità che si riduce alla persona”, mentre è proprio questa riduzione alla persona che a lui preme.
Non per nulla il verbo che sempre torna nei momenti topici delle sue letture, coniugato in molti modi e varianti, è riguardare; infatti “quando il testo ci prende e in qualche modo ci riguarda, è perché l’autore sta parlando a noi e non alle nostre controfigure culturali”. Anche la lettura quindi deve essere misurata “ogni volta con la propria necessità interiore” e affrontare, contrariamente a quanto fanno di solito i critici, “la riflessione sul senso più importante del testo: ossia il suo valore in rapporto al tempo della vita”, a quello della “Storia” e insieme a quello della “esistenza”. Così, per esempio, la letteratura fantastica può dirci più cose sulla realtà di quanto non possa fare la speculazione con le sue definizioni, “rende manifesta la scomparsa del senso nella infinità dei significati” e dilata i nostri sensi con la sua “capacità di vedere l’invisibile”; e, ancora, a chi non voglia fuggire nell’attualità “recidendo i legami con il passato e il futuro” in ossequio all’ormai obsoleto imperativo del moderno ad ogni costo, i classici possono restituire il senso del tempo, poiché solo nella consapevolezza della loro distanza essi tornano a parlarci con “familiarità”.
Se Pontiggia opera dunque una costante riduzione del sapere alla persona è perché pensa che “l’essenziale non è quello che si sa, ma quello che si è”, riprendendo una verità tanto antica, e da tutti a parole condivisa, da apparire banale. Ma, in primo luogo, una verità non cessa di essere tale solo perché antica e banalizzata se dimostra, dalla sua distanza e nella sua prossimità, di essere ancora produttiva nelle nostre mutate condizioni di vita; e, in secondo luogo, rifiutare automaticamente ogni vera o presunta banalità può rivelarsi uno dei tanti tributi all’“unico fattore invariabile della storia”, la stupidità (oggetto di uno dei saggi più belli del libro) alla quale certo “abbiamo tutti sacrificato qualcosa di essenziale”, ma non per questo siamo tenuti a farlo sempre: proprio la ripetizione costante e superficiale che crea la banalità potrebbe infatti nascondere qualche prezioso insegnamento dimenticato.
Non è comunque a un deprezzamento consolatorio del sapere che Pontiggia tende con quella frase, quanto alla necessità della “convergenza tra vivere e conoscere” che era tipica, per esempio, di Solmi e prima ancora di Montaigne e dei moralisti classici, in una tensione etica che permea tutto Il giardino delle Esperidi e costituisce il vero collante che organizza in un insieme compiuto l’apparente disparità dei saggi, che pure sono collegati tra loro da una notevole varietà di ricorrenti ramificazioni tematiche.
Anche l’altro fattore principale di coesione, lo stile, di questa tensione etica non è che il complemento necessario: come “impronta di ciò che si è in ciò che si fa”, secondo una definizione di Solmi, solo in esso può attuarsi, per uno scrittore, la convergenza tra essere e conoscere che Pontiggia persegue. Come deve essere trasparente a se stesso per meglio comunicare con gli altri, così la chiarezza deve essere la nota dominante dello stile, sia pure “una chiarezza metaforica, allusiva, autoironica, discreta”. Per Pontiggia come per Daumal “la chiarezza non è il valore, ma il valore non si esprime che attraverso di essa”. Scrivere, specialmente romanzi come fa Pontiggia, significa inoltrarsi nell’ignoto (il giardino delle Esperidi, appunto) e agire in modo tale che il testo ne sappia più dell’autore, ma questo non comporta che l’ignoto permanga buio senza forma né che l’autore debba rinunciare alla “costruzione” del racconto, la quale anzi, non rientrando “nell’area del calcolo, quanto in quella del rischio”, proprio al conseguimento del sapere maggiore del testo finisce per collaborare.
“Eterno è il mondo della cose che non si possono esprimere, a meno che non si esprimano bene”, scriveva Thomas Mann, ma questo non implica, chiosa Pontiggia, il totale appiattimento di ciò che viene detto in una luminosità senza ombre né che la chiarezza si riduca a facilità, essendo la conquista della naturalezza “il supremo degli artifici”. “Solo il discorso chiaro può essere di una complessità inesauribile” ed è appunto questa complessità che l’artista ricerca, per potenziare attraverso la sua inesauribilità anche la vita. Ambizione “temeraria” forse, ma in fondo l’unica veramente coltivata dall’artista, il quale infatti, “anziché ‘realizzarsi’, come vorrebbero i più, tende a una meta infinitamente più importante: aggiungere vita alla vita, scoprire mondi che sfuggano alle possibilità di previsione e di controllo, labirinti in cui Dedalo si ritrova e si perde”. Senza doverne costruire di sotterranei aggiungendo oscurità all’oscurità, già la chiarezza e la trasparenza sono un labirinto: anche quello di dedalo era a cielo scoperto, e già Pessoa diceva: “quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo”.


Questi due articoli sono usciti rispettivamente su Bergamo e Brescia Oggi, nel 1984, e su La talpa (o era già Alias?) del Manifesto, nel 1993