10/02/19

Emile M. Cioran, Il demiurgo cattivo (1986)



“L’orrore di vedere un uomo là dove si poteva contemplare un cavallo!”: anche qualora non avessi già ammirato Emile M. Cioran, sarebbe bastata questa fase a conquistarmi per sempre. La si può trovare nell’ultimo tra i libri dello scrittore francese (dico francese anche se Cioran è nato e vissuto in Romania, fino al 1937, perché, come dice egli stesso, “non si abita un pese, si abita una lingua. Una patria è questo, e niente altro”) che da qualche anno Adelphi sta traducendo con regolarità: Il demiurgo cattivo, una raccolta organica di saggi e aforismi che però non intendo recensire.
Penso infatti che recensirei libri di Cioran, soprattutto se li ama, sia l’ultima cosa che un critico dovrebbe fare. Perché se è vero, come egli scrive di Ceronetti nel recentissimo Exercises d’admiration (Gallimard, 1986), che “di tutti gli esseri, i meno insopportabili sono quelli che odiano gli uomini”, è anche vero che propagandare la misantropia, accomunando in un legame affettuoso uomini che odiano gli uomini, è un controsenso. Un misantropo da solo, o che legge gli scritti di un altro suo simile, va benissimo infatti; a due insieme, che magari si consolano a vicenda, si comincia già a pensare con un sorriso; ma esortare i misantropi di tutto il mondo a unirsi è una farsa patetica, e basta. E nessuno che di farse sia spesso vittima o protagonista va a cercarsene di spontanea volontà una razione supplementare. Se non per riderne. Per raddoppiare la farsa con l’assurdo. Ma a che pro, allora? La denuncia è più ridicola del suo oggetto.

E’ vero altresì che etichettare Cioran semplicemente come un misantropo sarebbe limitare eccessivamente la portata del suo odio, tanto onnivoro da non risparmiare niente e nessuno (dalla creatura alla creazione tutta al creatore, il demiurgo cattivo, appunto), nemmeno se stesso quindi, passione indebita e da rifiutarsi al pari di ogni altra.
Come riassumere le ricchissime ramificazioni, sfumature e reazioni a cui tale odio dà luogo, così è impossibile sintetizzarne i fondamenti senza ricadere in quelle formule che un’antichissima evidenza ha ormai trasformato, quando generali, in banalità, e che solo a forza di estrema tensione di stile Cioran torna a far vivere e fruttificare. Basti dire che egli è uno gnostico senza aldilà, e quindi non “innocente” né destinato alla “salvezza”, e che la conoscenza non è per lui il segno e la via verso la liberazione come per gli gnostici antichi (sui quali si veda il bellissimo Sulle tracce della Gnosi, di H. C. Peuch, Adelphi, p. 614, £ 65.000), semmai una condanna aggiuntiva di cui non può più disfarsi: assoluta lucidità che non lascia spazio a nessuna speranza come a nessun rimpianto
L’unica liberazione a cui può aspirare, salvo poi restare “infelici per sempre”, è quella dai desideri e dalle illusioni, che è solo raggiungibile attraverso “l’io della visione disingannata”, diventando uno spirito “contemplativo” e vincendo la “triplice fatalità” di essere sé (“l’io, questa lebbra”), di essere vivo e di essere uomo, delle tre la peggiore. Liberazione che comunque Cioran sa essergli, eccetto rari momenti, costituzionalmente preclusa, e che anzi non manca di suscitargli sospetti: non solo infatti afferma che “giocare agli spiriti puri rasenta l’indecenza”, ma anche che “la disillusione è l’equilibrio del vinto”.
Se non tutti, gran parte dei suoi testi si muovono quindi nello spazio che si apre tra la consapevolezza, orgogliosa e insieme orrifica, di appartenere agli “spiriti agitati”, di essere cioè un uomo (“il punto nero della creazione”), e il desiderio, o addirittura la necessità della contemplazione, che pure ha i suoi lati orrifici. Il fatto stesso di dibattersi in questa alternativa indica che Cioran è inchiodato per sempre al primo polo; il fatto che tenda al secondo ci dice però che non ne è completamente prigioniero. E allo stesso modo l’orgoglio che prova per il primo polo, che pure disprezza, non ne fa un acquiescente, così come l’orrore che prova per il secondo, che pure agogna, non ne fa un idealista o un teorico della fuga.
Si potrebbe pensare che questa resta comunque una contraddizione, e forse lo è, ma Cioran, per fortuna, di contraddizioni è ricco, né egli cerca di conciliarle o di smussarle; al contrario le assume esplicitamente portandole tutte al limite di tolleranza, per sfondarle: dove vuole arrivare infatti è al di là; e tutte le porte che consentono di accedervi non sono che una sola, a dispetto della diversità delle vie che vi conducono. “Trovare che tutto è privo di fondamento e non farla finita, non è un’incoerenza: spinta all’estremo, la percezione del vuoto coincide con la percezione del tutto, con l’ingresso nel tutto. (…) Se c’è una possibilità di salvezza fuori dalla fede, si deve cercarla nella facoltà di arricchirsi al contatto con l’irrealtà.”
Un misantropo come Cioran può essere solo un vizioso della metropoli, uno che ha bisogno di quella stessa gente che lo soffoca, che la ama quanto più gli offre il destro di odiarla; uno che vive del furore che l’inferno della vita gli suscita, tanto che difficilmente si potrebbe immaginarlo in un mondo in cui i suoi desideri e le sue prescrizioni fossero completamente adempiuti. Si sparerebbe al solo vederlo profilarsi. Ormai dovrebbe prendersela solo con se stesso: e come resistere?
In fin dei conti non dice anche che proprio lì il demiurgo cattivo, la causa di tutti i nostri mali, è tra tutti gli dei “il solo da cui ci ripugna separarci”?
Il fatto è che Cioran non è né vuole essere un filosofo: di questi non possiede l’imperativo né della coerenza né della sistematicità, e soprattutto non condivide né il modello argomentativo né il lessico tecnico e scolastico, gravissimo “crimine di leso-linguaggio”. E se talvolta sembra filosofare, lo fa “come se la ‘filosofia’ non esistesse, alla maniera di un troglodita abbagliato, o sbigottito, dalla sfilata di flagelli che si svolgono sotto i suoi occhi.” Non è un filosofo perché sa, e può, parlare solo di ciò che lo concerne personalmente, anche se poi, a ben vedere, tutto lo concerne. Il furore del coinvolgimento e del rifiuto, tuttavia, anziché condurlo all’ipertrofia dell’io, finisce con l’instaurare, proprio perché estremizzato, un discorso tendenzialmente impersonale: il discorso del moralista, che dalla propria persona pensa di poter prescindere o astrarsi.
E Cioran è appunto un moralista straordinario che, se scrive per provocare e ha l’indignazione come fonte primaria di ispirazione, non se ne lascia però mai imprigionare, e anzi riesce sempre ad approdare, pur mantenendone intatta la carica, a una prosa tanto lucida e variegata da avere oggi pochi eguali. Ciò che dice forse non ci basta, né siamo tenuti ad approvarlo, ma mentre lo dice, cioè mentre lo leggiamo, non possiamo fare a meno, di volta in volta divertiti sorpresi o illuminati, di entusiasmarcene.


Emile M. Cioran, Il demiurgo cattivo (Adelphi, 1986, p. 161, £ 10.000)

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