Prendo una cosa, a volte, una situazione, una figura, un gesto o un’espressione e la amplifico, o ne esaspero un aspetto portandola fino al limite (ma fermandomi un po’ prima, di solito), raramente in modo feroce (come Bernhard) però, o solo aggressivo. Un’esagerazione quasi impercettibile, in via di principio, come se fosse una logica conseguenza della piega presa dal discorso, per quanto non del tutto prevedibile né prevista. Un’esagerazione delicata, gentile. Quella che ogni cosa, ogni gesto, ogni sguardo o pensiero, meriterebbe. Ogni sosta la suscita, e la richiede. E a volte si obbedisce.
Racconti, libri, mostre, divagazioni, recensioni, speculazioni varie
17/10/20
15/10/20
Sorrisetti
Un effetto positivo di questi mesi è che la nostra personale disistima non è certo cresciuta. Essendosi ristretto il nostro ambito territoriale e esperienziale, abbiamo avuto modo di guardare con più attenzione i pochi altri che abbiamo "frequentato" o incrociato e di verificare con maggior precisione quanto già sospettavamo, e cioè quanto tutti, senza eccezione, siano letteralmente crivellati di difetti, la maggior parte dei quali assurdi, oltre che un po' (o tanto) ripugnanti. Questo ha rafforzato sempre di più, giorno dopo giorno, la consapevolezza della nostra superiorità, peraltro già lampante, che si traduce, non appena ci siamo lasciati gli altri alle spalle, e a volte ancora in presenza, in un sorrisetto di commiserazione che si stampa sul nostro volto tanto da essere visibile sottotraccia praticamente sempre. Nessuno escluso.
Cosa c'è di più bello di questa consonanza di sorriso? Ciascuno è in pace con se stesso, e tutti con gli altri, a ben vedere. L'uomo è un animale sociale.
10/10/20
C'era, c'è, ci sono (2)
1
c'era un buonissimo profumo di tutto
2
C’è questo paesino dove i giovani muoiono di nascosto, in segreto.
Gli annunci mortuari sfoggiano sempre, quasi vantandosi, decessi di
ultraottantenni, ma più numerosi ancora sono i novantenni e non rari i
centenari.
Poi uno capita per caso nel piccolo cimitero e verso il fondo si imbatte in una fila di tombe in cui sono sepolti esclusivamente uomini e, più numerose, donne di venti-trent’anni, più un paio di quarantenni controbilanciati da tre adolescenti e un bambino. Lì, in un cantuccio, come in un ghetto. Qualcosa che non si può negare, ma almeno se ne stia per conto suo, lontano dagli occhi, separato.
3
C’era questa porta di calcio di grandezza regolamentare, con la sua bella rete intatta ancora agganciata, in mezzo a una distesa di grano, fin laggiù, verso il margine delle case, maturo, rosso rame.
4
C’è quest’uomo che assomiglia al parroco di Zeder, che mi sorpassa in bici e si ferma dopo una decina di metri, davanti al cadavere di un corvo. Appoggia con cura la bici a un cespuglio, mentre io passo senza guardarlo. Mi volto per dargli una sbirciata qualche metro dopo. Lo vedo che raccoglie il corvo e, con un gesto velocissimo, lo porta alle labbra e lo ingoia in un solo boccone.
5
C’è questo anziano signore che entrando in San Vitale, dapprima ha visto solo buio e zone luminose, splendenti, il colonnato e il matroneo; poi, mentre gli occhi si abituavano alla penombra e a decifrare qualcosa, un brivido, lento, fortissimo, ha percorso il suo corpo, tutto, più di una volta. Ha rivolto lo sguardo a terra per calmarsi, ma nel vedere i pavimenti un velo leggero gli ha inumidito gli occhi. Ha scorso con attenzione quelli più vicini, e da lì è risalito a decifrare e poi ricostruire l’architettura, e solo allora ha visto i mosaici.
6
C'era questo mio amico che aveva cambiato la suoneria del
cellulare da due settimane, ma per sentire che effetto faceva alla fine ha
chiamato lui dal fisso di casa.
Però era contento: suonava bene.
7
C’è
questo mio amico che è tutta la vita che rimugina sul perché ci sono alcuni che
piacciono a tante donne mentre lui ha sempre fatto una gran fatica a piacere
anche solo a una, e finalmente ha trovato la soluzione (la donna non ancora).
“E’ che loro hanno un feromone postmoderno, dice, generico e flessibile, di
scarsa tenuta ma di vasta applicabilità; a me invece ne è capitato uno molto
specializzato, fortissimo, certo, ma mirato, addirittura esclusivo,
forse.".
"Un tipo che richiede molta fortuna, ma allora è
per sempre”, ha aggiunto. “Ad averne, naturalmente…”
8
C’è
questo tale che stamattina, quando è uscito di casa, era in Germania.
Dopo un primo smarrimento: “va bene,” si è detto; “se
sono in Germania so il tedesco" e è andato all'edicola a prendere la
Frankfurter Allgemeine.
9
C’è Tino che ha catturato un pigo.
"Quanto sarà?", chiedo.
"6/7
etti", dice un suo amico. Che subito aggiunge: "io ne ho presi
parecchi anche di 2 chili, 2 chili e mezzo. Poi li lascio andare... Sono belle
cannate!".
Scatto una foto. C., altro amico di Tino vicino ai settanta, ciclista indefesso e
elegante ballerino, si china per vedere meglio, scosta il retino e dice:
"Non ho mai visto colori così! Sono colori... colori... colori
romani!"
10
C'era questo giardinetto densamente popolato e, in mezzo, una madonnina strangolata dai rosari
11
C'è questo mio amico che il sonno lo stanca, e allora continua a svegliarsi
12
C’è questo viandante (io) che ogni tanto si
ferma a far due parole con i pali della luce.
E' gente affidabile, di solidi principi, che sa
ascoltare.
Quando è stanco, o affranto, appoggia la fronte alla
loro superficie fresca e liscia. Poi saluta e se ne va.
(2012-2013)
08/10/20
C’era, c’è, ci sono (1)
28 giugno
C’è, seduto davanti a me, l'anello mancante di non
so che catena evolutiva.
Allora guardo meglio: c'è uno specchio.
9 ottobre
C'è questo splendido paragrafo a p. 38 di La condition critique di Blanchot... No, è troppo lungo, non lo copio.
s.d.
C’è, davanti al semaforo, un cieco sui trent’anni, robusto, che aspetta. E' immobile. Solo la testa ondeggia da destra a sinistra con un movimento rotatorio appena accennato, lentamente, in una negazione sconsolata, ben ponderata, definitiva, inappellabile.
s.d.
C’era quest’uomo, anziano ma non troppo, che ha sfiorato con un bacio la guancia della ragazza e l’ha salutata con affetto carezzandole delicatamente i capelli. Poi si è voltato e è entrato nel negozio. La ragazza ha risposto con gesto sincero e si è diretta verso la macchina passandosi la mano su entrambe le guance.
s.d.
C’era, sulle strisce pedonali, un cane che attraversava la strada da sinistra a destra con passo indolente, da flâneur, mentre un piccione lo imitava in direzione opposta, becchettando non so cosa, forse le strisce pedonali stesse. I piccioni becchettano qualsiasi cosa, sono animali stupidi e ingordi. Non a caso sono i simboli dell’amore. Il cane invece sembrava avere una direzione precisa: in realtà stava solo attraversando la strada. Poi si vedrà.
s.d.
C’è questa coppia che si sta parlando sul marciapiede, davanti alle strisce pedonali. Lui si volta per attraversare, quando lei gli tocca la giacca all’altezza del gomito. Allora lui si ferma e tornano a parlare cordialmente per un altro po’. Infine si salutano. Ma prima lei gli si accosta per baciarsi le guance: quando lui sfiora la sua, lei storce la bocca in direzione opposta.
s.d.
C’era questa ragazza con un viso anonimo, di quelli che non si ricordano, senza difetti o qualità rilevanti, dotato della sola, pura bellezza dell’insignificanza. Stupendo.
s.d.
C’è molta gente nella metro, ma davanti a me, inaspettatamente, vedo uno spazio (e mezzo) vuoto. Nei sedili di lato sono accomodate due signore obese. Due ciccione. Una, legge. Faccio per avvicinarmi, ma nel muovermi scorgo sulla destra altri due posti vuoti. Senza soluzione di continuità eseguo una piccola svolta e mi siedo lì.
s.d.
C’è un mio vicino che ha un orto magnifico. Grande, vario. La terra è uno splendore! E' un vero piacere vedere come lo accudisce. Ora, percorrendo lentamente un bordo, ha tracciato con una lunga pertica dei solchi perfettamente rettilinei, e poi, a mano, ha cominciato a seminare, depositando i semi con quella che mi sembra una grande tenerezza. Fumo sul balcone e lo guardo ammirato e un po' invidioso.
22 aprile
Ci
sono 13 anatrini con la giovane mamma. Più in fondo altri 11 con la loro. Ieri
non c'erano. Nati nelle ultime ore. Una meraviglia!
C'ho il cuore così allargato che le propaggini arrivano in Brianza.
1 giugno
C’è
questa moglie (la mia) che, quando si sveglia, le piace molto ascoltare il
concerto ornitologico, da poco arricchito dal concorso dei grilli.
A me piace sentire lei che li imita.
(Non sa fischiare.)
22 luglio
C’era questo mio amico che aveva la bocca piccola, ma prima non si notava perché rideva sempre.
6 novembre
C’era quest’uomo che si è voltato di colpo e ha cominciato a scattare foto a raffica verso il prato, come volesse coglierlo alla sprovvista
13 novembre
C’erano
solo 4 gatti alla mostra su Costantino (sì quello in trono: l'imperatore). E ci
sono cose splendide, che vengono da posti che giammai uno ci va...
A quella di Picasso (che peraltro sono contento di aver
visto, anche se dapprima pensavo di svicolarla) scolaresche di ogni genere e
specie e età: ma tutti belli; e frotte di pensionati dall'aria smarrita, ma
anche allegra, e attenta, e infine sfinita, ma insomma, ancora viva, per quanto
ogni tanto c'era un sentore di pellegrinaggio, di atto dovuto, recupero tardivo
di una giovinezza mancata. Almeno non si manca la vecchiaia! Io ero uno di
loro.
27 dicembre ‘12
C'è questo mio amico che, dice, galleggia in apnea, a faccia in giù, su un mare di tristezza. Quando alza la testa, ogni tanto, per respirare, sembra che sorrida.
4 gennaio ‘13
C'è
della gente che dice che la faccio ridere
(magari è un complimento)
(suona strano però)
25 marzo
C’è questo novantenne, alto ma che fatica a tenersi eretto, piegato a 30 gradi anche quando con grande sforzo tenta di raddrizzarsi, il volto segnato da rughe e affossamenti, la pelle tesa sugli zigomi, maculata, che tiene salda in mano una macchinetta, apre lo zoom, lo regola per mettere a fuoco un dettaglio del sontuoso altare, e poi della tavola al suo centro e dell’affresco che lo sovrasta, da guardare, e studiare magari, più tardi, con calma, a casa, chissà dove, chissà quando.
4 aprile
C’era questa giovane donna, con un cappottino di lana grezza color ocra, jeans stretti e stivali, elegante e discreta anche nella postura, il viso fine, i capelli chiari raccolti in un’acconciatura molto curata, con una specie di treccina che le correva ai lati per allacciarsi sulla nuca, ferma sul marciapiede che osservava tranquilla suo figlio, di tre anni o anche meno, che la precedeva su un monopattino. Poi si è mossa e i tacchi squadrati si sono subito inclinati verso l’interno mentre i calcagni scivolavano in senso opposto, come se gli stivali fossero di qualche misura troppo grandi, per ritornare un attimo in piano, prima del passo successivo. Con gli occhi fissi sugli stivali ho temuto che i tacchi si spezzassero e lei cascasse a terra da un momento all’altro. Invece ha raggiunto la curva e è sparita senza perdere nulla della sua grazia.
12 aprile
C'era questa ragazza indiana con la pelle
scurissima, ma non nera: brunita piuttosto, come metallizzata, che la luce
velava di una sottilissima patina dorata, compatta e serica, senza la minima
imperfezione.
(Non ho notato se era bella o meno. Non importa)
15 aprile
C'è questo mio amico che il sonno lo stanca, e allora continua a svegliarsi.
14 ott
C'è il sole. Buona giornata.
Ora vado a contare gli animali.
28/09/20
Soldati morti quarant'anni fa (4 parte)
qui potete leggere l'inizio e la seconda parte
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/01/soldati-morti-quaranta-anni-fa-inizio.html
https://grazioliluigimario.blogspot.com/2017/02/soldati-morti-quarantanni-fa-2-parte.html
Allora mi sono seduto sulla cassetta vuota dei medicinali, come nei giorni degli scavi, con il bavero alzato, il cappello premuto sul passamontagna perché non volasse via, le falde del pastrano ripiegate sulle gambe unite, sui pantaloni strappati, i piedi ghiacciati, rannicchiato dentro le pareti del cunicolo nella speranza che mi proteggessero, che il vento mi passasse sopra, e insieme a lui il gelo che mi penetrava le ossa ora che mi abbandonavo alla stanchezza e l’acido lattico prendeva a scorrere incontrastato, che mi passassero sopra le voci dei miei compagni, le loro facce, le facce dei vivi e quelle dei morti, che mi passasse sopra tutto. Poi estrassi dalla tasca il libretto di Platone, quasi senza accorgermene, giusto per offrire alla testa qualcosa da rosicchiare, per imprimere per un po’ un ritmo diverso al respiro. Lo stavo rileggendo di filato, come un romanzo, ora, mi mancavano solo le ultime pagine, ma dopo averlo aperto rimasi lì a fissare il pollice inguantato che premeva il foglio senza nemmeno provare a decifrare le parole. La neve che inzuppava la pagina per un attimo rese l’inchiostro più lucido, come se emanasse un’ultima brillanza scurissima, prima di smarginarsi e liquefarsi in serpentine informi, arabe, prive di significato, che la mia miopia, da dietro i miei occhiali velati di ghiaccio, o velati erano gli occhi? non so, intrecciava in arabeschi tremolanti che alla fine non seguivo nemmeno più, lo sguardo inchiodato alla parete davanti a me, la mano che ogni tanto si allungava a ridurne le asperità, a lisciarla, con meccanica delicatezza.
E prima che me ne accorgessi, cullato dal mio gesto, a dispetto del freddo e del fracasso e della paura che percorrevano la pista come un cavo elettrico, caddi in un sonno profondo. Un sonno senza sogni, precipitato dentro se stesso, sonno che andava giù lungo il proprio pozzo interminabile, lontano da ogni rumore, da ogni distrazione e disturbo o sgomento, in un pozzo dalle pareti bianche, ma opache, nebbiose, morbide, sprovvisto di sporgenze a cui aggrapparmi anche se avessi tentato, perché, mentre anch’io non cessavo di cadere, restavo sempre a distanza, a perpendicolo nel centro, giù, giù, a velocità costante, con le ginocchia al mento, le braccia attorno alle caviglie, a uovo, o come un feto, composto, chiuso anch’io dentro il sogno di me stesso, al sicuro, senza ansia.
Mi svegliò quasi subito, però, il mio vicino, che si era accorto che dormivo quando aveva visto che il libro mi era caduto di mano e temeva che mi congelassi, ma più perché voleva parlare, perché aveva bisogno di qualcuno con cui sfogarsi, un interlocutore vero, non un testimone trascendente, uno a cui fare domande e che avrebbe anche potuto rispondere, perché era uno che studiava e stava ad ascoltare, uno che quindi, secondo lui, capiva e sapeva, e non importa se poi non rispondeva o se le sue parole non erano veritiere, purché lo distogliessero per qualche minuto dalla bufera, e dal pericolo e dalla morte, dal suo pensiero sconfinato, purché mitigassero la paura. E io stavo ad ascoltare e ogni tanto dicevo qualcosa, saltellando nei miei scarponi, dandomi pacche sugli arti e sul petto, e poi spolverando la neve dal libro, soffiando il mio alito caldo sulle pagine per asciugarle e ripassandole con un lembo della camicia estratta dai pantaloni, da sotto il pullover, la giacca e il pastrano, per stirarle con la flanella asciutta, per assorbire meglio l’umidità, e accarezzarle. Mi concentravo su quello che il mio vicino stava dicendo, brevi frasi isolate, frammenti di logiche ignote e che nemmeno pretendevano di essere decifrate, seguendo le parole ad una ad una, così da vicino, così intensamente e distrattamente insieme, con l’ultimo residuo di attenzione che ancora sopravviveva in me, che non mi restava spazio per ricordare le precedenti, e ogni tanto intercalavo qualche sillaba, un grumo di lettere che si potevano facilmente confondere con un sospiro, e che forse solo quello erano, un sospiro condiviso, quanto bastava a entrambi.
Ogni tanto ci distraevano i muli, che sembrano irrimediabilmente disperati anche quando sbadigliano, si muovono con una flemma e piegano la testa verso di te come se avessero sempre bisogno di tenerezza, e allora allungavamo le mani, io al collo e al dorso del suo mulo il mio amico, quello che prima era il mio sconosciuto vicino di fila e ora era il mio amico, per accarezzare anche lui, per ricevere, noi, il conforto che viene da chiunque si lascia accarezzare. Ma appena staccavamo le mani, quello tornava a ragliare, come per mettersi in sintonia con tutti gli altri muli che si lamentavano con voci altissime nella bufera, contagiandosi l’un l’altro in incessante rimando e forse a loro volta contagiati dall’odore della nostra paura, che filtrava oltre la barriera del gelo superando il loro stesso afrore; tanto alte, le voci, che a tratti quelle degli uomini si arrestavano, e un po’ sembrava che si placasse anche il vento, e tutti ce ne stavamo incantati ad ascoltare questo canto irrefrenabile, questa nenia a più registri, come una specie di canone obliquo che declinava la sua formula incantatoria in tutte le tonalità e variazioni, di inno alla fine che conteneva anche il nostro.
E ancora pensavo, anzi solo ora potevo pensare, o piuttosto: confusamente sentire, che la prima volta che ero veramente entrato in contatto con dei corpi morti, ancora troppo recenti perché li considerassi cadaveri, corpi che fluttuavano in una condizione intermedia di morti sì, e morti davvero, ma non del tutto, come se anche la morte fosse un processo e non uno stato, e a loro mancasse ancora qualcosa per portarla a compimento, per trapassare allo stato definitivo di cadavere, di materia inanimata che conserva sì traccia della materia vivente, ma come un’eco, una pura forma che viene avvertita appunto come pura, e quindi sull’orlo della impurità, sotto il costante attacco del cambiamento irreversibile, della scomparsa anche della forma, del ritorno all’informe di una materia che della vita non conserva traccia alcuna, quasi che la vita fosse stata solo un incidente di passaggio, fulmineo, insignificante... ero colpito dalla vaga sensazione, più che pensiero, che questo primo vero contatto era stato con i corpi morti di sconosciuti che, a parte minimi dettagli che peraltro allora non ero in grado di individuare, erano esattamente come me, e che anch’io ero come loro, vivo ma non del tutto, cioè morto ma ancora con della vita addosso, corpi che avrebbero potuto essere quelli di miei amici, o commilitoni con cui passavo le giornate e magari ero in confidenza, qualcuno che guardandomi magari pensava che, a parte minimi dettagli, era esattamente come me e infatti era già capitato che ci scambiassero l’uno con l’altro... e che tutti questi corpi che mi era stato comandato di soccorrere senza che io avessi potuto andare oltre reiterati tentativi che sapevo benissimo che sarebbero serviti a poco o nulla, e quel poco solo là dove la salvezza era già assicurata, e che comunque avevo effettuato con tutto me stesso perché andavano fatti, tutti, senza ometterne nessuno, nemmeno quello in apparenza più improbabile... tutti questi corpi sentivo che avrebbero potuto essere il mio, che erano identici al mio, lo sapevo, ne ero certo sempre più anche se non avevo avuto nemmeno il tempo di guardarli bene, di dedicare loro una riflessione, non dico una preghiera perché non pregavo allora come non prego ora, né di almeno commiserarli, preso com’ero dalla spinta del fare, stavo per dire dal dover fare, dal dovere di passare al prossimo, di provare se almeno con quello a qualcosa sarei stato utile, se un qualche risultato che non fosse la frustrazione e l’evidenza dell’assoluta impotenza sarei riuscito a conseguirlo. Anche minimo, impercettibile a tutti ma almeno non a me: un battito, un respiro, un occhio all’improvviso spalancato che sia pure per un attimo mi guardasse, anche senza dirmi niente, ma sì, sì, sono vivo, grazie a te sono vivo. O solo un lampo: sono vivo, – e basta. Solo quello.
Nemmeno guardati li ho. Li ho soccorsi, manipolati, agitati, maltrattati, massaggiati, baciati, alzati, premuti, chiamati, coperti, bucati, spalmati, soffiati, stretti, scossi, ma non guardati: nemmeno visti. Ero troppo impegnato per guardarli, troppo vicino per trovare un angolo prospettico qualsiasi da cui osservarli. Gli abiti, la neve che cadeva o che alzavamo con i nostri movimenti, l’agitazione, l’urgenza, impedivano ogni osservazione che non fosse: respira/non respira, batte/non batte, qualcosa/niente si muove. E anche dei feriti non ricordavo nulla, allora, qualche ora dopo, ma già qualche attimo dopo averli soccorsi, perché una volta dati gli aiuti elementari indispensabili, verificato che non c’era pericolo immediato, fatti trasportare o scortati personalmente al coperto, al caldo e al sicuro, c’era sempre qualcosa di nuovo da fare, qualcuno da accudire, qualcun altro da raggiungere, una risposta da provare a dare, senza indugio, veloce, anche a costo di urtare chi scavava, scavalcando chi si era seduto, evitando di travolgere chi se ne stava fermo in piedi a guardare chissà dove pensando chissà che. E quindi nonostante mi sforzassi, non riuscivo a richiamare alla mente nessun lineamento, non dico un volto intero: neppure un dettaglio. Ferite visibili non se ne vedevano, sangue nemmeno, o pochissimo, e comunque non ricordavo, come non ricordo ora, e se anche ricordassi non ne parlerei, non descriverei niente e nessuno. Basta la morte. Nessun orrore che distolga il pensiero. Già da subito, appena ho provato a ricordare, non vedevo che una scena solo bianca, con il colore degli abiti, al massimo, o di qualche fronda o muro in lontananza che però la neve aveva velato, ingrigito e come assimilato a sé. E se pure qualcosa di concreto, anche nel ricordo, non è ineliminabile, lo scempio non deve offuscare la morte, niente la deve nascondere.
Chi desiderasse leggere tutto il racconto, può richiedermi il pdf via Facebook o a questo indirizzo:
luigi-grazioli@virgilio.it










