05/02/17

Soldati morti quarant'anni fa (2 parte)





qui potete leggere l'inizio
http://grazioliluigimario.blogspot.it/2017/01/soldati-morti-quaranta-anni-fa-inizio.html


Affrontammo questi primi impegni con il cuore meno pesante, perché alla levata una remissione temporanea aveva fatto sperare che la bufera fosse finita, o almeno che si fosse attenuata tanto da consentire una marcia non troppo disagevole, ma già durante i preparativi il vento riprese a imperversare, trascinando ondate di neve non si sa se dal cielo o da terra o da entrambi. I montanari della truppa bestemmiavano ribadendo in tutte le salse terrestri e celesti che era una follia avviarsi con quel tempo su un versante così sguarnito e esposto, e un giovane tenente di carriera se ne era fatto portavoce con il maggiore, o capitano o tenente colonnello che fosse, guadagnandosi come compenso un cazziatone memorabile davanti a tutta la truppa, da lui accettato a testa alta, sull’attenti, senza aggiungere nemmeno una parola a propria o nostra discolpa, ma, immagino, con la coscienza a posto, ora. Come se la coscienza a posto bastasse.
Bisognava anzi sbrigarsi, accelerare le operazioni e partire anche prima del previsto, per evitare che la neve finisse per riempire il canale della pista che avevamo scavato, guastando tutto il lavoro di una settimana e obbligandoci a nuovi interventi per consolidare le pareti onde evitare smottamenti e per liberare i passaggi più intasati. Nonostante il rallentamento che il tempaccio avrebbe causato, dovevamo arrivare in cima al massimo a mezzogiorno, per poi scendere per un paio d’ore fino a una malga dove avremmo consumato in tutta fretta un rancio sommario e subito dopo proseguire per raggiungere la caserma sull’altro versante della montagna prima del tramonto. Era tassativo! Il programma andava rispettato, nei tempi e nei modi preventivati fin nei minimi dettagli, e se le condizioni erano più dure di ogni previsione, tanto meglio: più gloriosa sarebbe stata l’impresa, infinita la soddisfazione e incancellabile la memoria.
I fiocchi sfarfallavano innumerevoli alla luce delle lampade, fluttuavano in ogni direzione come se la gravità fosse stata abolita, solo per loro, con effetto immediato ed esenzione perpetua: scendevano e tornavano a alzarsi, si scontravano e univano e dividevano, poi deviavano e si perdevano lungo tutte le diagonali del buio. Nel cavo della pista si stava depositando uno strato di neve fresca che superava l’altezza degli scarponi e si insinuava tra il cuoio e la lana dei calzettoni, nonostante la pressione successiva dei muli e degli aprifila avesse stampato delle sagome profonde a cui adattare i nostri passi. Procedevamo al buio, alzando i piedi a fatica, la testa china contro la tormenta, stremati prima ancora di metterci in cammino, svuotati dall’umore nero e da un furore che si ripiegava in se stesso, senza sfogo, il sangue che si rifiutava di affluire alle estremità, la voce di uscire.
Era tutto scuro, ma anche quando giunse l’alba dal cielo coperto riusciva a filtrare solo un piccolo barlume di luce scura, che però pian piano si andava illuminando come dall’interno, o dal suolo, da sotto la neve, così che tutta la valle aveva preso quasi a luccicare, pervasa da un biancore tenue ma assoluto, che copriva e avvolgeva tutto, le cose, gli alberi, le poche rocce che sporgevano dalla coltre, la pista, mentre le nostre figure apparivano minuscole macchie sfuocate, puntini grigioverdi in rapida dissolvenza, in dissolvimento in tutto quel candore, come se anche la nostra materia si stesse sciogliendo per fondersi con tutto il resto, assimilata, resa nulla e pacificata.



Eravamo una lunga fila di sonnambuli, o piuttosto di ectoplasmi di sonnambuli, ologrammi a bassa definizione sempre in via di svanire, che scorrevano silenziosi su un binario nascosto nella neve: la rassegnazione incarnata, l’apoteosi dell’esercito, il sogno realizzato dell’autorità. Ufficiali inclusi però. A parte il maggiore, o capitano o tenente colonnello che fosse, che aveva un ruolo da sostenere, una sua dignità da sventolare nel vuoto. Anche se al momento si limitava a guardarci dallo spiazzo davanti alle malghe; non vedendo che il niente, peraltro – per dirla con un’immagine che ha l’unico merito di definirlo alla perfezione. Io, secondo gli ordini, stavo in fondo alla fila, seguito dal dottore, da un sergente maggiore che aveva firmato il prolungamento della ferma perché si era innamorato di una bellissima autoctona, che poi lo aveva addirittura sposato seminando grossi dubbi sul suo discernimento e facoltà limitrofe (l’entusiasmo con cui la famiglia aveva dato il suo assenso li aveva poi fugati tutti con una clamorosa controprova genetica), e dal sunnominato tenente, militare di terza o quarta generazione, figlio di un generale a tre stelle, imprevedibilmente intelligente e colto, che ogni tanto indulgeva a parlare di libri e cinema con il sottoscritto. Imprevedibilmente secondo la mia supponenza e i miei schematismi di allora.
Un giorno mi aveva rivelato, non so a qual fine, di aver letto Marx e di condividere alcune delle sue idee: alcune, non tutte; ma forse era solo una tecnica per farsi benvolere, un modo per strappare informazioni ben più compromettenti. Nella truppa pascolavano sovversivi o presunti tali; alcuni, in libera uscita, si incontravano pure con giovinastri locali dalle idee poco sudtirolesi. Si era nel febbraio del 1972. Tralicci saltavano su quelle montagne e altri stavano per essere vanamente minati altrove. A me il tenente sembrava sincero. Per nulla ingenuo, e sincero. Ma forse l’ingenuo ero io.
Io, come detto, stavo in fondo alla fila, unico soldato senza arma, con la fondina del revolver gonfia solo di una sagoma di legno, il bauletto dei medicinali sulle spalle, leggero leggero, e lo zaino legato al basto dell’ultimo mulo, assieme a quello del dottore, che mi seguiva privo di altri impedimenti al di fuori del suo corpo impacciato, piccolo e rotondo, non allenato, che aveva visto la neve solo da lontano, sulla cima dell’Etna, senza aver mai avuto il desiderio di toccarla con mano, mentre ora quasi vi sprofondava, con poco più del collo che sporgeva dalle pareti della pista, i piedi che si trascinavano a fatica, il corpo compresso sotto abiti pesanti che non era abituato a indossare, il freddo che mordeva la pelle che già a aprile si bagnava nel mare. Io ogni tanto gli rivolgevo la parola, per fargli sentire la mia presenza nel buio davanti a lui, al di là della parete di neve che vibrava davanti ai suoi occhi, per tenerlo sveglio, dispensargli un po’ di forza, come se io ne avessi in esubero, da gettare al vento delle buone intenzioni, come un bengala sparato nella notte, da consumare nella gloria dell’autocombustione.
Si camminava piano, i muli spesso si bloccavano e ci volevano i santi a smuoverli, i soldati inciampavano o finivano addosso a chi li precedeva non appena rallentava o prendeva una pausa. Di avvisare, chiamare, mandare un segnale qualsiasi mancava, più ancora delle forze, la voglia. Nessuno aveva intenzione di sprecare il fiato, di liberare la bocca dal passamontagna ed esporla al gelo. Nessuna parola gelata pioveva dal cielo. Nessuno prestava attenzione ad altro che a se stesso. Così spesso finiva per farsi del male, per perdere l’equilibrio, inciampare sull’altro e cascare a muso in giù nella neve.


 
La testa della fila era già nei pressi delle malghe superiori quando arrivò la notizia. Come una scossa elettrica di incredulità e di paura che fece schizzare il sangue, di colpo, verso la periferia a irrorare i muscoli gettandoli in un’agitazione frenetica senza altro scopo che il proprio scatenamento momentaneo, galvanico, e compresse tutta l’aria dai polmoni nella gola, ricacciata indietro dal panico a bloccare ogni gesto, per ristabilire una stasi immemoriale, il presunto equilibrio della materia inerte, la salvezza minerale. Una slavina ha travolto gli alpini! Venti, trenta...! C’è bisogno di tutto, pale, coperte, medicinali... Chiamate il dottore, l’infermiere, fateli passare, veloci! ...e avvisate il comando più vicino con la radio, chiedete aiuto anche a loro!
Non era così semplice fare in fretta, per noi... sorpassare soldati e muli! Il passaggio era stretto, la ressa grande, la confusione ovunque. Tutti volevano accorrere in aiuto, ma le pale erano contate, i muli non potevano essere abbandonati, e il pericolo che altre masse di neve seguissero la prima sempre incombente. Più di tutto serviva ordine, organizzazione: quello a cui avremmo dovuto essere più addestrati; quello che invece, in quei momenti, più veniva a mancare. Io e il dottore avremmo dovuto avere la precedenza, la strada libera, aperta al nostro passaggio, e invece incontravamo ostacoli a ogni passo, gente che si muoveva ubriaca, cadeva, procedeva a strappi, altri che dondolavano come in una preghiera meramente corporea, in una specie di inno disperato dell’anatomia, e i muli che si mettevano di traverso, contagiati dall’agitazione anche loro, zaini che cadevano tra i piedi, pezzi di obice che scivolavano a terra, da soli o con tutto il basto a cui erano fissati. Io ero un buon camminatore di mio e in più ora,  per essere stato gentilmente assegnato a tutte le sacrosante marce e esercitazioni, ero allenato, mentre il buon dottore, già scarsamente predisposto al movimento in condizioni normali, era alla sua prima vera uscita e in quella situazione si muoveva a momenti come dentro uno scafandro di acciaio, e in altri a scatti, come un robottino, cadendo a ogni passo, rigido, col solo sguardo vivo, ma di terrore. Allora lo prendevo per mano, lo rialzavo, e lo lasciavo solo quando sembrava che riuscisse ad avanzare con le sue forze, correvo avanti ma durava poco, non ce la faceva a starmi dietro, subito qualcuno mi chiamava, lui o un altro che nel frattempo si era interposto, e quindi dovevo tornare a raccattarlo, lo prendevo sotto le ascelle, per un braccio, e lo trascinavo, per abbandonarlo di nuovo quando le richieste di aiuto riecheggiavano più forti, più pressanti. Correvo, arrancavo, sostavo, mi precipitavo, ma una volta sul posto cosa avrei potuto fare io da solo? Che ne sapevo? A distinguermi da qualsiasi commilitone era poco più che la denominazione dell’incarico: aiutante di sanità. Aiutante! Poco più di un servo! Uno che dà una mano a chi sa e può, ma che da solo non è in grado di fare alcunché. Nient’altro che essere lì. Aiutare in qualsiasi cosa venga richiesto. Cercare, quantomeno. Tentare. Niente di più. Capace solo, al massimo, di eseguire ordini. Purché chiari, dettagliati.
Trovai la baita grande invasa dagli alpini scampati, sconvolti, frastornati, prostrati. In un angolo, vicino a un camino, sdraiati sui sacchi a pelo, sotto pile di coperte, c’erano quelli che erano già stati estratti dalla slavina, scioccati ma solo ammaccati, o feriti in modo leggero. Ragazzi che stavano verso i bordi e che quindi erano stati coperti da poca neve, e che in genere ce l’avevano fatta a venirne fuori quasi subito, da soli o con l’aiuto dei compagni più vicini. I due cadaveri recuperati sino a quel momento erano stati invece deposti in una malga più piccola lì accanto, la porta sorvegliata da una guardia armata, con l’ordine tassativo di far entrare solo gli ufficiali e il medico, quando fosse arrivato, per certificare il decesso. Non c’era niente che potessi fare. Nessuno aveva bisogno di me. Allora mi diressi verso il luogo del disastro. La slavina era caduta a pochi passi dalla spianata dietro le baite. Parte di essa aveva travolto il tratto che per 5 giorni avevo scavato io: dove stavo ancora il mattino prima, fingendo di rifinire i lavori, che non ne avevano più bisogno peraltro, e in realtà, appena potevo, seduto sul pastrano, nascosto dalle pareti di neve, a leggere il Fedone. Le belle fantasie sulla morte e l’anima e il resto. Quei teneri ricami.

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Chi desiderasse leggere tutto il racconto, può richiedermi il pdf via Facebook o a questo indirizzo:

luigi-grazioli@virgilio.it
 


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