14/02/18

Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere – storie della vittoria dell’anima sul male (1983)






Nessuna epoca, pare, è stata lontana dal mito quanto la nostra, e nessuna se ne è mai tanto occupata e ne ha sentito altrettanta fame. O forse siamo circondati da miti che ci sembrano, alla nostra distanza ravvicinata, tanto banali o superficiali che proviamo il bisogno di rivolgerci a quelli del passato per consolarci, riflettere o divertirci (sospinti anche, alquanto sospettosamente, da tutti i mass-media).

Non è solo il ricorso al passato saggio e favoloso come antidoto all’invivibile presente, né una problematica smania delle origini, quanto anche, o piuttosto, la necessità di schemi interpretativi della realtà ampi e possibilmente profondi senza essere astrusi, ad indurci alla loro ricerca. “Noi siamo ostacolati da ogni parte da soluzioni insufficienti ai grandi interrogativi della vita”, afferma l’illustre indologo Heinrich Zimmer (1890-1943) nel suo capolavoro postumo Il re e il cadavere – Storie della vittoria dell’anima sul male, recentemente tradotto per Adelphi da Fabrizia Baldissera, e pensiamo che forse il mito, sedimentazione delle più profonde esperienze di chi ci ha preceduto, queste soluzioni possa se non fornircele, almeno indicarle.

Zimmer ne era anzi convinto. Solo che, diceva, spetta a noi scoprirle, facendo rivivere i simboli nei miti contenuti. Anche in questi infatti, come in tutte le storie, la “facoltà di germinare è perenne, attende solo d’essere stimolata”. Ma solo saranno capaci di farlo “coloro che si dilettano di simboli, amano conversare con essi e amano vivere tenendoli continuamente presenti”, lasciandosene permeare e rispondendo alle rivelazioni che “dalle profondità della nostra immaginazione” essi suscitano: non gli scienziati cioè, con la loro pretesa di giungere a verità definitive e con le loro fredde dissezioni, ma i dilettanti, umili e disponibili, alla cui schiera Zimmer si onora di appartenere.

I miti e le storie che Zimmer racconta e insieme interpreta nel suo libro, con l’amore e il piacere del dilettante pur non rinunciando alla sua sapienza di erudito, appartengono a tempi e culture differenti ma sono collegati, oltre che dalla tematica comune, da una sottile e fitta rete di affinità, ripercussioni e parentele che lo studioso districa con fascinosa sagacia e riconduce, quasi senza darlo a vedere, a comuni archetipi umani. Passiamo così dalla favola araba delle Babbucce di Abu Kasem al parallelo tra l’eroe celtico Conneda  e il santo cristiano Giovanni Crisostomo, da Quattro storie dal ciclo di Re Artù  alla “storia-chiave di questa raccolta”, quella del re indù che risponde agli enigmi postigli da un cadavere e con il suo aiuto sventa una terribile magia, e a quattro episodi di uno stupendo mito indù, qui tradotto per la prima volta, che narra della creazione involontaria e delle passioni di Brahma, Visnu e Siva, e vediamo ogni racconto, per quanto compiuto e autonomo, richiamare questo o quell’aspetto degli altri o intravediamo caratteri comuni in personaggi all’apparenza lontanissimi.

E’ come se Zimmer, oltre a illuminarci sulle sotterranee e celesti consanguineità che il mondo dei racconti intreccia, volesse farci capire che, se le vie per raggiungerla possono in superficie variare, in fondo però si assomigliano tutte, perché una è la saggezza a cui tendono. Infatti la “vittoria dell’anima sul male” del sottotitolo assume caratteristiche ovunque comuni e nemmeno tanto varie: la riconquista della innata ma poi perduta fusione tra la personalità cosciente e quella inconscia, tra la sfera umana e quella delle forze primigenie, la redenzione conseguita attraverso il riscatto del passato, l’integrazione del male e la presa di coscienza della sua essenzialità, al pari di quella dell’ignoranza, sotto il magistero della morte, onde “accordarsi col vasto ritmo dell’universo e muoversi con esso”.

Certo varrebbe la pena di soffermarsi maggiormente sulle storie, sulla diversità che comunque si manifesta dei personaggi e degli accidenti che incontrano sulle loro vie, oppure sulla ricchezza delle analisi che Zimmer ne offre prodigando con tocco leggero la sua grande erudizione, ma, lasciando intatto il piacere che ne potrà trarre il lettore, è opportuno evidenziare una delle implicazioni fondamentali di questo libro.

Dato infatti che “le risposte agli enigmi dell’esistenza che queste fiabe recano in sé – che ne siamo coscienti o no – plasmano tuttora la nostra vita”, giunte a noi per vie misteriose, Zimmer ne conclude che possiamo “utilizzare il loro insegnamento nel mondo di ogni giorno”, che sono cioè valide oggi come lo erano in passato e come lo sono sempre state.

Non tutti però saranno disposti a condividere questo discorso, che comporta la sostanziale immobilità dell’animo umano nei suoi rapporti con la vita e la realtà, le cui modificazioni non sarebbero allora che un semplice movimento di superficie; tanto più che Zimmer stesso finisce  per contraddirsi tramite esso, recuperando quelle verità ultime che invece dovrebbero essere estranee, a suo dire, alla lettura del dilettante. Questo tuttavia, più che malafede o ingenuità, non è che la conseguenza propria del suo metodo, che pure non si vorrebbe tale, e in generale della lettura simbolica, che è sempre condotta a ipotizzare il significato, e un significato sempre trascendente e eterno, a discapito della lettera del testo.

Non a caso Zimmer tende a prendere in considerazione, di preferenza, le articolazioni generali dei racconti, occupandosi spesso dei particolari solo quando si inseriscono con precisione nel suo quadro interpretativo, il quale appare così predeterminato, come se il dilettante si muovesse inconsapevole in un sistema che precede il suo vagabondaggio tra i simboli. Capita così a volte che le risposte siano già contenute nelle domande in qualità di presupposti sottaciuti o inconsapevoli, i quali non per nulla si intrufolano anche altrove come dati di fatto indiscutibili e originari, mentre ovviamente sono già ideologizzati. Il libro quindi, anche laddove teoricamente lascia aperte, e anzi raccomanda, la possibilità di altre interpretazioni (“l’abbondanza attinge dall’abbondanza, eppure abbondanza rimane”, afferma citando le Upanisad), finisce col porsi come qualcosa di fisso nella sua positività, con la sua tendenza irreprimibile a tramutarsi in manuale di saggezza.

Se questo è il limite che conviene sottolineare di Il re e il cadavere, non si può negare costituisce anche un aspetto, e non dei minori, del suo fascino: il piacere di capire, la consolazione di riconoscere o di intravedere dei punti fermi e di sentirsi più saggi e sereni per tutta la durata della lettura. Non è tuttavia questo a renderla consigliabile, quanto piuttosto, insieme ai molti pregi già citati, la grande bellezza delle storie che in modo veramente magistrale Zimmer racconta.

Per il lettore poi che non si accontenti della momentanea o più duratura pacificazione delle risposte che propone, resta valido l’incitamento ad amare e convivere con queste storie sia per se stesse, sia per farle ogni volta rigerminare, magari a partire dal punto in cui Zimmer tace, dalle domande a cui non risponde o che nemmeno pone, fino a quello di non-conciliazione che pure qualche mito indica, laddove nessuna saggezza e nessuna unità sono possibili, per quanta nostalgia possiamo averne.





Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere – storie della vittoria dell’anima sul male, Adelphi, Milano, 1983, p. 347.




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