05/01/22

Sassetta (Stefano di Giovanni), Il viaggio dei Magi (1433-35)



 C’è questa carovana che scende un pendio guidata da un cavallo sulla cui groppa è sdraiata una scimmietta. Si allontana da una città che sta sullo sfondo, in cima a un poggio come molti borghi toscani, circondata da mura rosate, o rosse, simili a quelle di Siena, e di Gerusalemme. Al centro della carovana tre uomini a cavallo con un’aureola attorno alla testa, uno vecchio con la barba, uno giovane e biondo e un altro presumibilmente adulto (così completano lo schema delle tre età). Prima e dopo di loro, alcuni uomini a piedi, quasi certamente servitori, e a cavallo, appartenenti al seguito e scorta armata. Il paesaggio è trattato a colori uniformi, con sfumature per suggerire gli strati delle rocce e l’ondulazione del terreno, al quale radi alberi spogli conferiscono un ritmo discreto a cui contribuiscono anche alcuni uccelli sul cocuzzolo di un colle e un altro paio in basso presso le rocce bianche sulle quali risalta una specie di fiore dorato, con una lunga coda verticale che punta verso il basso. Una stella messa lì come una coccarda di luce. Una cometa, quasi certamente. Quindi i tre signori a cavallo sono i Re Magi, e la carovana è il loro corteo. Ma che ci fa la stella cometa lì sotto?


 La scena, nota appunto come Il viaggio dei Magi, è dipinta su una minuscola tavoletta di 21.6x29,8 cm, praticamente un foglio A4, conservata al Metropolita di New York. L’autore è Stefano di Giovanni di Consolo, noto come il Sassetta, un pittore senese nato all’inizio del quattrocento e morto nel 1450, forse il maggiore del periodo nella città toscana, che mi riprometto da tempo di studiare a fondo, senza decidermi mai a farlo. È un pittore tardo gotico, aggiornato sulle novità che in quel periodo si stavano affermando a Firenze, ma non sempre interessato ad applicarle, anche se quando le usava lo faceva molto bene; affacciato, ma non immerso, sui tempi che precipitano verso l’umanesimo e la prospettiva, nella Siena orgogliosa della sua indipendenza e della sua straordinaria tradizione pittorica inaugurata grandiosamente da Duccio e sfolgorata poi in Simone Martini e nei due Lorenzetti, o piuttosto che vi scendono lungo un declivio dolce come quello percorso dal corteo, e che sembra quindi starsene indietro, un po’ in ritardo sui tempi allineati dalle storie dell’arte, ricevendo in dote forse anche da questo scarto l’incanto che le sue opere emanano, questa in particolare per quanto mi riguarda. Io ne tengo la riproduzione tra i segnalibri e così la guardo periodicamente, lasciando che l’incanto mi avvolga, circonfuso dall’ignoranza che non mi affanno a colmare, e mi conduca a fantasie, o a piccole storie ogni volta un po’ diverse, non importa quanto arbitrarie. Per me però tutte necessarie, perché non sapendo da dove vengano, mi metto al loro seguito, come in una carovana che ha una meta, una sua stella guida, che porta dove non si sa, esattamente come quella del dipinto.

 

La stella cometa invece sta lì perché nella piccola pala da cui la tavoletta è stata ritagliata figurava in alto, sopra il monte roccioso che qui vediamo in basso, a perpendicolo sulla testolina del bambin Gesù a cui i Magi stanno rendendo omaggio nel frammento inferiore sopravvissuto al suo disgraziatissimo smembramento, una magnifica Adorazione dei Re Magi, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena, come si può notare sovrapponendoli. Ma a chi guarda la tavoletta senza sapere nient’altro, come è capitato a me e come continua a capitarmi anche ora che qualcosa so, appare come un che di strano e sorprendente, che trae dalla mutilazione dell’insieme un supplemento di incanto, come la Venere di Milo dall’assenza di braccia. Come il fatto che il corteo sia guidato, nello spazio dipinto rimasto, da un asino con in groppa, sopra la soma, una scimmietta. O vedere Batman in coda al corteo, intento a chiacchierare con un altro cavaliere vestito di rosso. Tutto allude a tutto, ogni cosa ne simboleggia mille altre, ogni immagine innesca ricordi che, anche loro, portano in mille direzioni, senza lasciarsi frenare da pertinenza e verosimiglianza.

 


La pala era quasi certamente destinata all’uso privato in qualche cappella o a un altare domestico, ed era di una decina di centimetri più larga e alta grossomodo il triplo di questo frammento, come si può desumere dall’altro a cui è stata collegata dagli storici (l’Adorazione è di 31 x 36,4 cm), sommati al segmento mancante che li connetteva e che doveva contenere la tettoia in tegole di cui si nota una piccola striscia in alla base della nostra tavoletta e una trave di sostegno che spunta in alto a destra dell’altra, sopra la testa di san Giuseppe, e univa in una stessa immagine le due scene del viaggio e dell’adorazione, come frequente in quel periodo, per esempio in una tavola di Bartolo di Fredi, del 1380 ca., molto nota a Siena e certamente anche al Sassetta.

I Magi delle due tavolette sono quindi gli stessi, anche se a prima vista sembrano diversi, per quanto poi la forma dell’abbigliamento aiuti a identificarli. Nel Viaggio, visti da lontano, alquanto minuti e con i dettagli delle stoffe poco riconoscibili, non fosse per l’aureola a cui si fa caso solo in un secondo momento, sembrano semplici mercanti all’interno di una lunga carovana di quelle che attraversavano contrade e deserti per i loro commerci, provenienti da posti più o meno favolosi con merci più spesso comuni che rare e preziose. Non fanno minimamente pensare ai personaggi abbigliati in modo sfarzoso che stanno a capo degli affollatissimi cortei che a volte intasano la rappresentazione della scena nella pittura del ‘3 e ‘400,  come appaiono per esempio nel capolavoro di Gentile da Fabriano ora agli Uffizi, del 1423 (che il Sassetta doveva senz’altro conoscere, come dimostrano alcuni dettagli e in particolare le due donne sulla destra dell’Adorazione, assenti dal corteo), che servivano a dare un’idea, magnifica e insieme pallida, dello splendore della loro regalità e ancor più dell’importanza del Re a cui si recavano a rendere omaggio con i loro ricchi, esotici, e naturalmente simbolici, doni; per tacere dei tre cortei più famosi in assoluto, che si snodano sulle pareti della Cappella dei Magi del palazzo dei Medici, ora Medici Riccardi, dipinte da Benozzo Gozzoli nel 1459 a gloria imperitura della dinastia signorile fiorentina. Poche sono le rappresentazioni frugali, o almeno non debordanti di lusso... D’altra parte al cospetto del Re dei Re non si può arrivare in abiti da viaggio impolverati, recando doni sparagnini.

 


Nella nostra tavoletta il corteo è tutto meno che formale, la gente se ne va con andatura lenta, svagata quasi, il passo leggero, come la testa. Quasi tutti sono impegnati a conversare. I tre seguiti dei magi (tutto il corteo è scandito da gruppi di tre, rappresentati in modo vario e vivace, per nulla meccanico: tre addetti alle vettovaglie, tre persone della scorta, uno con un falcone da caccia al braccio, tre servitori o paggi a piedi...) hanno fatto amicizia e si scambiano opinioni sul viaggio, sul servizio di tutto comodo, sui rispettivi signori, brava gente che, una volta tanto, ha altro per la testa che vessare i subordinati, basta adempiere alle mansioni, peraltro poche, e per il resto li lasciano in pace. A casa li invidiano, tanto più che, grazie a questa idea di una nascita straordinaria che i signori sono messi in testa, ora stanno girando il mondo. I sovrani si sono portati appresso anche gli animali preferiti, i cani, un falcone, oltre alla scimmietta... niente a che vedere comunque con i fasti di certi imperatori del passato, come Federico II, che si spostavano con tutto il loro zoo privato, tanto amavano gli animali più strani, e per stupire i sudditi, per offrire anche a loro una piccola dose di meraviglia, da nutrire di ricordi i tempi a venire.

Attorno a loro il paesaggio è più elementare rispetto a quello naturalistico delle predelle del polittico della Madonna della Neve, con le loro colline ben disegnate, dalla vegetazione varia e con quel cielo solcato da nubi striate, apparse per la prima volta nella storia della pittura, pare, proprio ad opera del Sassetta nelle predelle della sua prima opera attestata, la Pala dell’Arte della Lana, commissionata nel1423. Tutto è immerso in un’atmosfera diafana, i colori sono vivaci, i gesti vividi, disinvolti ma non scomposti, per nulla ieratici o di esagerata dignità, come spesso in altri dipinti.

 


I viaggiatori non sanno dove vanno, ma vanno. Sanno che devono andare. C’è questa luce, una stella, che indica la direzione, e loro la seguono fiduciosi. Provenienti da diverse geografie conversano amabilmente, informandosi dei reciproci paesi e percorsi, dell’identica ragione che li ha portati lì, di ciò che li aspetta, che deve essere di importanza capitale se li ha indotti a muoversi ciascuno per conto suo, contemporaneamente, da luoghi così lontani. Qualcosa o qualcuno troveranno, i segni sono chiari. Un grande Re, di sicuro. Sanno interpretare il cielo, loro. Perché il cielo di segni ne manda, basta saperli leggere. Il cielo ha parlato e loro hanno prestato ascolto. E ora vanno senza fretta, sicuri di arrivare puntuali all’appuntamento decretato dagli astri.

Io faccio parte del seguito, sono uno di quelli a piedi, un servitore, o uno che si è aggregato a una delle carovane lungo il percorso, mosso da curiosità, o inquietudine, o da qualche presagio, offrendo le conoscenze della propria regione e rendendosi utile per quello che poteva. Non so perché mi trovo ancora lì, così lontano da casa, da famiglia e amici, ma seguo fiducioso. Non ho grandi pretese. Essere vivo e in forze è già tanto. Intanto chiacchiero con gli altri servitori, anche quelli dei signori appena incontrati, gesticolando per farci capire. Ci facciamo tutti le stesse domande senza risposte, sgraniamo gli occhi, accorriamo se chiamati, poi torniamo placidamente nei ranghi. Ogni tanto taccio, rallento il passo per guardarmi attorno, quelle città sulle cime dei colli, gli alberi che li punteggiano, gli uccelli che ci svolazzano attorno e la fila delle gru in alto sopra le nostre teste, i modi degli uomini e le fogge degli abiti, quella luce che non ho visto da nessun’altra parte, i meravigliosi colori del mondo.

 


 

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