08/09/18

Scartare quasi tutto (appunti per niente 1)



La prima cosa che si fa, praticamente, sempre, è scartare quasi tutto; dichiararlo, più spesso in modo implicito che esplicitamente, insignificante; cancellarlo, eliminarlo o, se proprio, lasciarlo sullo sfondo, indistinto, da cui estrarlo quando serve, relegando qualcos’altro, al suo posto, nell’universo del quasi nulla, salvo poi trovarsi, magari, senza parole o altre forme o strumenti per nominarlo, usarlo, forgiarlo.
Lo si riconosce, allora, come non conosciuto; lo si contraddistingue come non distinto, non adeguatamente quanto meno, e però presente qui, ora, che reclama, poiché l’hai estratto da dove stava, un nome, un uso o una forma in qualche modo definiti, precisi. Almeno come tentativo, come esistenza provvisoria, precaria, e però in quel momento e modo certa, solida, indubitabile, e quindi, finché è lì e così, fuori dal tempo; o forse, meglio, come tempo incarnato, solidificato, consolidato, inscalfibile.

03/09/18

Manganellate tramviarie (con piccola cinese e due mostre) - 2013



Sale sul tram un signore sui settant'anni, se non più. Ha una faccia da topastro manganelliana, la corporatura robusta anche se non debordante come l'originale, le guance un po' meno gonfie, lo sguardo appena appena meno vivace: per il resto ci siamo. Si avvicina al sedile dove sono accomodato un po' di traverso, le gambe accavallate, e sto leggendo. Postura da gran signore. Ma c'è spazio. Lui si installa di fronte senza guardarmi. Con la destra si regge al corrimano del sedile davanti a me, mentre la sinistra impugna un bastone verso cui inclina impercettibilmente il corpaccione. Alzo lo sguardo per vedere se qualcuno ha intenzione di cedergli il posto, ma poiché nessuno si muove, mi offro io, che sono il più anziano tra tutte le persone sedute nello scompartimento. Lui mi ringrazia, ma rifiuta. Sedersi e poi alzarsi gli creerebbe più difficoltà che stare in piedi. Le parole sono cortesi; il tono e lo sguardo tradiscono un remoto fastidio. Mi pare. Fatto sta che quasi subito si sposta sul lato opposto del tram, accanto a un tizio dai capelli grigiastri, lunghi e sporchi, con il quale scambia un paio di parole prima di aggrapparsi all'asta verticale accanto alla porta e guardare fuori per tutto il tragitto. Mi volta la schiena. Non mi guarda più. Non vuole più vedermi. Immagino. Immagina la mia lieve paranoia. La mia lieve tendenza a divagare, a costruir castelli, no: ostelli, no: baracche in aria.
Lo dimentico subito però. Perché leggo. Perché subito, con la coda dell'occhio, vedo che sul corrimano, al posto della sua zampona, c'è ora una manina. Appartiene a una ragazza cinese alta non più di un metro e mezzo, inclusi i tacchi, in proporzione smisurati. A occhio, dovrebbe avere tra i sedici e i venti anni. Hai i denti un po' storti e la pelle butterata, a differenza dell'amica che le sta vicina, che l'ha translucida, di porcellana, come non è raro vederne alle orientali. Un po' meno, ma allora splendida, alle centroeuropee e alle slave. Quasi assente alle italiane. La pelle dei maschi non saprei. Non mi interessa, chiedo scusa. Porta, la ragazza cinese (non dico cinesina perché è un cliché, anche se stavolta sarebbe appropriato), dei succintissimi pants di raso nero, con calze dello stesso colore, ma di pochi den (non coprenti e spesse come se ne vedono tante ora che questi pants inguinali vanno di moda), un giacchino bianco con intarsi di pelle e un collo di pelliccia sintetica, a ciocche sfilacciate. Le dita sul corrimano hanno unghie french manicure a motivi e ideogrammi chiari su fondo pure bianco, e non misurano più di quattro-cinque centimetri; il che non le impedisce di tenere nell'altra mano uno smartphone gigantesco nel quale parla senza pausa. Ma senza sbraitare. Con tono mellifluo piuttosto. L'insieme è quasi attraente però. Sto leggendo un russo che, proprio ora, parla delle donne di qualche paese che finisce in -stan. Magari dipende da questo. (O solo da me: sto bene.)
Quando mi alzo per scendere mi imbatto in Giuseppe D. N., il bravissimo studioso di linee e colori, e moglie, sempre giovane. "Pensavo giusto a te poco fa; che ti dovevo scrivere", mi dice. Io no. Però sono contento di vederli, non solo perché Giuseppe mi fa i complimenti per il libro che mi ha chiesto di inviargli qualche giorno fa. Mi stanno simpatici e è bello vedere come il tempo passa bene, per loro.    
Scendiamo insieme. Due commenti sui rispettivi lavori e ci salutiamo. Mi dirigo verso Palazzo Reale. C'è un sole tiepido, senza aria. Il cielo limpido. La gente seduta sui gradini del Duomo è rilassata, gli altri camminano leggeri.
Alla mostra su Costantino (sì quello in trono: l'imperatore) siamo dentro in 4 gatti. Pensare che ci sono cose splendide, che vengono da posti che giammai uno ci va!


In quella di Picasso (che peraltro sono contento di aver visto, anche se dapprima pensavo di svicolarla) pascolano scolaresche di ogni genere e specie e età: ma tutti belli; e frotte di pensionati dall'aria smarrita, ma anche allegra, e attenta, e infine sfinita, ma insomma, ancora viva, per quanto ogni tanto ci fosse un sentore di pellegrinaggio, di atto dovuto, recupero tardivo di una giovinezza mancata. Almeno non si manca la vecchiaia! (Io ero uno di loro.)


Vedo, qui, in alcuni quadretti, colori che non avevo mai conosciuto in Picasso. Chissà perché solo in opere di piccola taglia. Lucidi, violenti, acidi. Invece di vedere nelle sue opere, come al solito, solo le opere dei secoli precedenti, ora vedo anche quelle del secolo che è seguito. Alla tredicesima sala raggiungo la soglia di saturazione percettiva per quest'oggi. Mi siedo da qualche parte e chiudo gli occhi per un po'. Poi me ne vado senza guadare più niente e nessuno.
Nell'ultima sala della mostra su Costantino mi ero seduto su un divano e guardavo da lontano un quadretto con due santi e quattro piccole formelle. Nel metterlo a fuoco: è un veneto, pensavo. Non granché, ma neanche male, le due figure sopra. Direi che è un Cima da Conegliano. Appena formulata l'attribuzione, mi sono fermato, stupito. Mi sono guardato da fuori e dall'alto, sorridendo di questa vis attributoria, e più ancora della spontaneità con cui si è manifestata, come un gioco, senza la minima spocchia. Mi sono alzato per vedere da vicino: la targhetta diceva: bottega di Cima da Conegliano!
Può essere che in qualche modo sia riuscito a leggerla da lontano? (Non per sminuire le mie conoscenze, che sono discrete in materia, ma non tali da farmi riconoscere autori "minori" da lontano.) Può essere che Giuseppe D. N. avesse pensato a me proprio per avermi visto con la coda dell'occhio senza aver registrato coscientemente il riconoscimento? Può essere che la ragazza cinese sia entrata nella catena visiva dei pants neri con calze nere di den diversi e che proprio questo l'abbia resa indirettamente attraente?
Sul treno, al ritorno, chiudo ancora gli occhi per tutto il tragitto. All'andata avevo avuto un vistoso episodio di epistassi. Il sangue sgorgava a fiotti. Forse questa perdita è stata all'origine della giornata, del modo in cui ho visto le cose, del fatto che è stata buona. O forse no. Anzi, di sicuro no. Intanto non perdo più sangue: e almeno questo è un fatto.


31/08/18

Gnomo con cane



C'era questo ometto di 75-80'anni, piccolo come uno gnomo, con la faccia e l'espressione da gnomo, ma senza cappello e barba da gnomo, e che quindi forse gnomo non era, o lo era ma adattato ai tempi moderni, mimetizzato, forse vergognandosi, chissà perché, di esserlo, invece di andarne orgoglioso, di essere ancora vivo, e vivo da gnomo, in un mondo dove per gli gnomi sembra non esserci più posto, se non in senso morale, nell'avvilimento di una condizione universale schiacciata, ridotta ai minimi termini... va beh, dicevo, c'era questo ometto vecchio vecchio e piccolo come uno gnomo, che teneva un bastone nella destra e un guinzaglio nella sinistra e camminava con passettini frenetici, ma così brevi che il tacco del piede in movimento non superava mai la punta di quello fermo, di modo che, nonostante il ritmo frenetico, sembrava fermo. Ma lo stesso diceva ogni due metri al suo cagnetto (un cane da gnomo) che indugiava nell'erba che costeggiava la pista pedonale accanto al campo da calcio che un innaffiatore automatico stava bagnando, lanciando i suoi spruzzi estremi fin lì abbastanza da creare una parvenza di frescura: "Dai, muoviti, muoviti! cosa cerchi ancora? muoviti..." senza capire che lui indugiava solo per essere richiamato, che restava indietro per misericordia, per amore.

29/08/18

Episodi dell'uomo più brutto del mondo






4 luglio
È passato l'uomo più brutto del mondo.
Era da parecchio che non lo vedevo. Sono doppiamente contento. Che è ancora vivo e vegeto. E che nessun altro deve rilevare il suo scettro.
Lui male male non si trova, sembra.
Molto bene!
(Poi pensiamo anche alle brutture del mondo. Agli orrori italiani. Più tardi. Ora mi dedico a un passo, e ora a un altro…)


10 luglio
Ho visto la sorella dell'uomo più brutto del mondo. Forse gemella. È uguale! Senza nemmeno quel filo di grazia che la natura, col suo solito favoritismo, concede a tutte le donne, anche le meno fortunate. Poi è comparso anche lui e si sono messi a parlare pacati, con grande intesa, sorridendo. Al mio passare non mi hanno degnato di uno sguardo, se non fuggevole e più di compassione che di indifferenza. Come se io non fossi quell'uomo speciale che sono convinto di essere. Come se la mia persona non sfolgorasse tutta di... non rifulgesse... di... Di cosa? Boh 

16 luglio
Non esiste la sorella dell’uomo più brutto del mondo, almeno che io sappia. Ho inventato tutto. Chiedo scusa. Lui però esiste, anche se l’uomo più brutto del mondo probabilmente lo è solo per me. Non ricordo quando e perché questa denominazione, o titolo, piuttosto, che non saprei se definire più infamante o onorevole, e comunque a suo modo sacro, mi è venuto in mente; so solo che è tornato e si è affermato, con una luminosa evidenza, ogni volta che poi l’ho visto e lo vedo. Come oggi, che se ne stava non nella sua vecchissima utilitaria, ma in piedi, all’ombra degli alberi davanti al tabaccaio, con un giornale sottobraccio, che parlava con un avventore seduto al tavolino più vicino alla strada del bar lì accanto. Parlava, annuiva e sorrideva. Sorrideva davvero. Lo giuro. Come se fosse con la sorella gemella.

28 luglio
Comunque, l'uomo più brutto del mondo sarà tale solo per me, ma brutto brutto lo è incontestabilmente. L'ho appena incrociato. È bello vederlo.
Era con suo fratello. La sorella l'ho inventata. Il fratello no. L'ho visto giorni fa a un tavolino del bar sotto i portici. Sono uguali! A parte che questi portava un largo cappello spiovente da cui sbucavano lunghi capelli scomposti, la barba folta e occhiali da sole a cavallo del naso non euclideo, non saprei se a meglio nascondere o evidenziare la bruttezza. Per fare "tipo". È la seconda risorsa per farsi almeno un po' apprezzare di quelli che dal lato estetico la natura (o una smodata propensione al cibo - ma questi ora si vantano, o mostrano di andare orgogliosi di questa sovrabbondanza compensatoria, come suggerisce il mercato che ha così individuato una nuova numerosissima clientela da titillare e soddisfare) ha sfavorito. La prima è il voler fare i simpatici. Quorum ego (Traduco: come il sottoscritto).
In ogni caso vedere insieme i due fratelli, come prima, un poco la prospettiva la cambia. Insieme, sono brutti lo stesso, ma anche belli. Sono una bella coppia. Quel che è giusto è giusto.







28/08/18

Sull'avere gli attributi - Rileggendo Macbeth (ma davvero)


Pensavo, rileggendo Macbeth (ma rileggendo davvero, perché rileggere un classico ogni tanto, o ogni poco, fa solo bene: tanto più che così hai la scusa per non leggere una schifezza appena uscita), pensavo, dicevo, che in molte storie, come appunto in quella di Macbeth, sono le donne, come anche nella realtà, ad avere le palle. Ad averne due paia, anzi: uno per sé, per affrontare le loro necessità, che non sono sempre rosee, e l’altro per i loro, chiamiamoli così, compagni. I quali, per dimostrare di non esserne privi, al di là di quelle racchiuse nei sacchettini sotto l’inguine, che non contano, facendo per filo e per segno tutto ciò di cui le donne li dichiarano incapaci portano a compimento i loro desideri ed eseguono i loro ordini anche quando non dati espressamente (andando pure oltre, in questi casi, perché il ricatto, e lo spregio implicito, sono ancora più cogenti del comando esplicito, come ogni figlio di madre vampira sa: per non dire ogni figlio, e fidanzato, e marito, e basta, senza ulteriori specificazioni): si fanno loro strumenti esercitando i poteri che la forza fisica e la posizione economica e sociale concedono loro, ma confermando proprio così di non averle, di esserne irrimediabilmente sprovvisti. Il fatto poi che siano loro i primi, e spesso gli unici, a subire le conseguenze dei misfatti, o solo degli errori, a cui il loro comportamento idiota li ha condotti, suggella con la fine di quella potenza, anche sociale, che avevano creduto di piegare ai propri fini, e insomma con la morte, l’impotenza fondamentale che avevano inteso negare.
Peccato che a volte il moralismo, le convenzioni inveterate, il desiderio di compiacere (cioè l’essere senza palle) induca chi quelle storie le racconta a far subire conseguenze analoghe anche alle signore istigatrici, come appunto Lady Macbeth, che immagina, e di fatto vede riversato su di sé il sangue da lei fatto versare, senza poterlo lavare via, dato che era immaginario, quando invece, a rigore, in quello stesso sangue, ma reale, avrebbe dovuto fare dei bei bagni rigeneranti.

A meno che il Bardo, a nome di tutti gli uomini, inclusi quelli che mai si sarebbero sognati di chiederglielo, come il sottoscritto (uomo di specchiata mitezza), non si sia preso una vendetta simbolica con lei, facendola pagare per tutte quelle che nella realtà l’hanno fatta franca.
La tragedia ha le sue leggi, peraltro. Il mondo va da una parte, le storie dall’altra.